Wolfango artista

La presentazione dei quattro pastelli di Wolfango ha riportato a galla la questione sulla esclusione del maestro: come dice Eugenio Riccomini, il mondo dell’arte contemporanea non ha mai preso in considerazione il pittore, mai invitato a nessuna Biennale, nè alle nostre gallerie d’arte moderna. Se si guarda alla sua storia si comprende il suo insuccesso: poche mostre in trent’anni e in luoghi non così importanti che forse sono solo il risultato della sua scelta di stare fuori dal Sistema, come lo chiama il pittore, che rifiuta di essere chiamato artista e che Riccomini classifica come non catalogabile. Uno che ha dipinto enormi quadri che vengono costruiti nello studio così che non possano uscirne, a ribadire la volontà di estraneità al Sistema, non può aspettarsi tanto da un mondo dell’arte contemporanea sempre più cortigiano e in cerca di artistar. Chi abbia in qualche modo assistito ad una conferenza stampa in Comune, avrà incontrato la sua grande tela Il cassetto, una specie di macro-istantanea su cose di un autore maschile bolognese dentro un vecchio cassetto riprese dall’alto. Ed è proprio questo punto di vista zenitale il modo di operare di Wolfango che elimina la linea dell’orizzonte (non più l’alto, non più il basso): in tal modo lo sguardo viene come dal di fuori. Ma anche se una delle questioni cruciali dell’arte moderna e contemporanea è proprio un rapporto diverso, nuovo, articolato e conflittuale fra l’alto e il basso, Wolfango non vuole sfuggire ad un confronto col Moloch della modernità e l’affronta in modo differente: la luce è un tema decisivo dei dipinti, c’è sempre una specie di raggio o proiettore che irradia i soggetti con una luminosità artificiale che li nomina a super nature morte in un clima sovraccarico. Da qualche parte si percepisce una specie di bagliore prossimo all’oscenità, un qualcosa di carnale, una sottile tinta lasciva, laccata, quasi pornografica – con tutta la sua complessità e forza- che forse è volutamente imbrigliata e soffocata non dai contenitori che contengono e custodiscono, ma dai temi e soggetti della tradizione. Questo gioco a rimpiattino con la contemporaneità così tenuta a distanza a parole, si affaccia spesso in maniera decisa e in modo assolutamente improvviso -cosa c’è di più drammaticamente moderno di un condom usato che marcisce sull’asfalto?- insieme a certi titoli come Le arance sul tavolo di plastica nera, che rivelano una consapevolezza surmoderna. Dove il tavolo di plastica nera forse ci dice del tentativo di sbarazzarsi dall’orizzonte sacro e dalla briglie della Bellezza e ci porta in mille rivoli che aprono scenari multipli dove la pittura alla fine sembra solo una scusa. Così come il fegato impacchettato nella plastica del Lo scatolone della spesa con uno struggente scontrino umido timbrato meccanicamente e appiccicato su una confezione seriale di uno squallido supermercato del 1971. Tanti auguri artista.

 

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