Flavio Favelli, Serie Imperiale

Serie Imperiale è un progetto dell’artista Flavio Favelli a cura di Elisa Del Prete e Silvia Litardi promosso dall’associazione culturale Nosadella.due su commissione pubblica della Fondazione Rocca dei Bentivoglio (Valsamoggia, Bologna), vincitore della seconda edizione di Italian Council 2017, ideato dalla Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane (DGAAP) – Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo.

Sabato 24 marzo 2018 alle ore 18.00 saranno presentati al pubblico i due wall painting site specific del progetto Serie Imperiale. Le opere sono realizzate in due luoghi simbolo del centro di Bazzano, la Casa del Popolo e la ex miniCoop, e si inseriscono nella vita e nella cultura emiliana quale prima opera dell’artista per il territorio in cui vive e lavora da più di quindici anni. 

Le due opere site specific di Serie Imperiale, presso la Casa del Popolo e la ex miniCoop a Bazzano, rientrano in una pratica che Favelli sta recentemente esplorando, quella dei murali in esterno e in interno.
I soggetti dipinti in due ambienti differenti, anche se parte di un unico complesso architettonico, raccontano uno stato di passaggio che parla di una trasformazione in corso non solo di due spazi, ma di un tessuto sociale, culturale e commerciale, oltre che urbanistico, dove impegno politico, impresa cooperativa e socialità sono chiamati ad interrogarsi sul proprio presente e futuro. Nel porsi in relazione ai due luoghi, Favelli ha prima di tutto scelto di uscire dagli spazi convenzionali dell’esposizione artistica, e di realizzare due opere su muro in luoghi carichi di immagini e storia.

Il soggetto scelto dall’artista per i due wall painting riprende la bizzarra iconografia di due francobolli storici del Regno d’Italia appartenenti alla serie “Imperiale” emessa dal 1929 e in uso fino al 1946, su cui era rappresentato il volto di Vittorio Emanuele III con una ulteriore sovrastampa.

Il timbro era necessario a decretare un diverso stato di appartenenza del francobollo, e qui in particolare quello della “Repubblica Sociale Italiana”, e di “Zara”, occupazione tedesca dopo l’8 settembre 1943.
Favelli riproduce su muro l’effige del sovrano come originariamente figurata sui francobolli storici, portando una riflessione sulle immagini e sui segni di un periodo molto preciso della storia d’Italia, che rappresenta ancora un capitolo sensibile e problematico per il nostro paese.

Al tempo stesso le immagini che l’artista ha scelto provengono da una sua raccolta di oggetti recuperati e trovati, che si compone, oltre che di francobolli, di oggetti semplici, d’arredo e uso comune, di mobilia, suppellettili, insegne, ovvero di tutto ciò che riporta alla sua memoria immagini personali. I suoi assemblaggi, collage e sculture sono caratterizzati da documenti, oggetti e frammenti legati alla quotidianità e alla propria vicenda biografica che l’artista riconfigura in nuove immagini poetiche e visionarie.

Dalla stratificazione storica a quella paesaggistica, a quella personale, l’intervento di Favelli si innesta quindi in un contesto più ampio, che ha a che fare con la vitalità di un paesaggio anch’esso stratificato, collocandosi nel vecchio quartiere operaio di Bazzano, tra i centri che hanno dato vita al più grande comune fuso d’Italia, Valsamoggia.

Dopo questa prima fase denominata pittura, nell’arco del 2018 il progetto attraverserà altre due fasi operative distinte denominate strappo e otturazione, che daranno origine a un’opera composita su più supporti, metafora dello stratificarsi della storia italiana cui l’opera fa riferimento.

La fase successiva dello strappo, a cura del Laboratorio di restauro Camillo Tarozzi, consisterà, dopo il 3 giugno (termine ultimo per vedere la mostra e le due opere murali), nel processo di trasposizione su tela dei due dipinti, e nella trasformazione delle due opere in un dittico. Lo strappo, solitamente atto alla preservazione di un’opera storica, è stato qui pensato e deciso ancora prima che l’opera fosse stata realizzata, rendendo “mobili” le due pitture originariamente pensate per i due ambienti.

L’otturazione, infine, sarà l’ultima fase del processo. Asportati i due quadri dai muri della ex miniCoop e della Casa del Popolo, Favelli si prenderà cura dei due “buchi” generati dalla rimozione dei dipinti “riempiendo” i negativi con nuovo intonaco. Un semplice gesto di stuccatura e rattoppo, che lascerà traccia del processo rievocando di nuovo la presenza dell’opera.
L’operazione artistica al grado zero dell’otturazione coincide qui con l’origine stessa dell’atto artistico: occuparsi di due buchi – dice Favelli – in due luoghi considerati “squallidi”, pone l’accento sul fatto che l’artista ha un punto di vista differente, vede il bello dove di solito il costume del suo tempo non lo vede perché è un bello che passa per il pensiero e quindi diverso.

A completamento di queste tre fasi la documentazione fotografica in VR, a opera della startup bolognese DeyeVR, renderà infine virtualmente perpetua l’esperienza dell’installazione e dei siti che l’hanno ospitata, accompagnando l’opera-dittico su tela in tutte le sue future esposizioni.

L’intero progetto sarà accompagnato dalla produzione di un catalogo.

I due wall painting di Serie Imperiali saranno visibili al pubblico gratuitamente nei rispettivi siti (Casa del Popolo ed ex miniCoop) fino al 3 giugno 2018 ogni weekend (sabato e domenica 9.30 – 12.30, in occasione delle visite guidate e su appuntamento).
Per tutto l’anno il progetto sarà accompagnato da un ricco programma di appuntamenti: visite guidate, percorsi didattici per le scuole, laboratori aperti al pubblico, oltre a incontri con l’artista dedicati all’approfondimento dell’opera.

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Via Guerrazzi 21

Flavio Favelli. Via Guerrazzi 21
2 – 3- 4 febbraio 2018 | opera ambiente
venerdì e domenica ore 16 – 20, sabato ore 16 – 22, ingresso gratuito

Non c’è posto più fantasmatico di Via Guerrazzi 21.
Ho vissuto ventisette anni fra il primo e secondo piano in tre appartamenti di questo palazzo. Sono venuto qui nel 1974. Mettendo insieme tantissimi momenti direi che alla fine ho passato qualche settimana della mia vita a guardare il giardino interno, le palme a volte con la neve, i fiori del Calicanto e quelli della Magnolia sempreverde.
Via Guerrazzi 21, insieme alla casa di Pavana, è il luogo dove si sono consumate tutte le faccende della mia famiglia, una grande opera letteraria, dove sono stato un personaggio centrale; in fondo con me finisce tutta la storia. Figlio unico e da dieci anni tutore, quasi a difendere e custodire poeticamente e legalmente tutta questa roba.
Roba perché quello che rimane sono mobili, immobili, oggetti ed immagini di una vicenda infinita. All’ultimo piano delle scale ripide e buie, ora tinteggiate da un colore da Soprintendenza, non mi avventuravo mai perché abitava una strana persona, elegante e distinta, sempre con gli occhiali scuri anche se era buio; il Signor B. era invertito come ammoniva mia nonna Tosca. Nell’altro appartamento abitavano le Signorine S. due sorelle anziane quasi invisibili di Palermo che contribuivano al silenzio e all’idea che l’eccezione confermava la regola: in centro a Bologna ci abitavano i bolognesi.
Il primo grande appartamento aveva i pianciti con la veneziana e i soffitti altissimi, uno era affrescato e mio padre aveva messo due faretti colorati uno giallo e uno blu su un ripiano sopra lo stipite della porta, a smalto lucido avorio, per dare un effetto scenografico. Una volta mia madre fece un pranzo per cinque dei mie compagni della scuola media, anche se non ne capii mai il motivo. Da bere c’era spremuta fresca servita in una brocca-thermos con l’interno in vetro e l’esterno in sughero, lavorata e argentata.
Prima di versare mia madre mescolò per un’ultima volta e il vetro scoppiò, un vetro quasi specchio, marezzato con riflessi ottone. Una volta il nonno Carlo, marito di Tosca, mi rimproverò perchè stavo mescolando il tè in senso antiorario.
Non si mescola al contrario! mi riprese.
Tutto aveva un verso e un posto per lui, i piloni del mondo si reggevano con la precisa applicazione delle giuste regole fra cui mescolare in senso orario. Regole chiare di differenti provenienza: buone maniere, buon gusto, superstizione, Civiltà Cattolica e usanze borghesi. Restai sempre col dubbio che mia madre quella volta mescolò in senso contrario, in modo invertito.

Versus. Il dibattito tra partecipazione e introspezione

LANCIO:

Riparte la rubrica Versus con un nuovo ciclo di doppie interviste ai protagonisti del contemporaneo in Italia. La prima sfida vede contrapposti Marinella Senatore e Flavio Favelli: da un lato il tentativo di orchestrare processi creativi collettivi, dall’altro un approccio fondato sul ricordo e sull’autobiografia.

A proposito dell’opera di Marinella Senatore, Hou Hanru (in Marinella Senatore. The School of Narrative Dance Roma, Nero Publishing, 2016) ha scritto che: “È un progetto in divenire che punta all’impegno sociale attraverso le azioni artistiche e il cui nucleo è la partecipazione”. Flavio Favelli invece, in un’intervista rilasciata ad Antonio Grulli e pubblicata su Flash Art nel 2012, dichiarava: “Nell’arte – mi sa più che nella vita – si è soli. Non c’è nessuna parte da tenere se non fare i conti con se stessi”. Due artisti con idee e concezioni opposte: nello spirito di Versus, lo scontro e la discussione sono pretesti per conoscersi meglio e cercare punti di contatto.

Partiamo da una questione fondamentale. Entro quali limiti è possibile (se ritenete sia effettivamente possibile) la condivisione delle esperienze creative? Il pubblico dovrebbe affacciarsi rispettoso sulla sfera intima e privata dell’artista, oppure avere un ruolo attivo nella costruzione dei significati?

Marinella Senatore: Ovviamente la mia pratica testimonia non solo che la condivisione dell’esperienza creativa è possibile, ma soprattutto che per alcuni artisti non è interessante l’aspetto solitario della ricerca, bensì la condivisione dei processi e delle esperienze. Ciò non significa annullamento della propria personalità e delle proprie idee; penso piuttosto a un sistema analogo a quello dell’orchestra, in cui tutti suonano lo stesso pezzo, ma con una partitura differente e con il timbro peculiare di ogni strumento. Non si tratta di ridimensionare la creatività o il pensiero dell’artista, ma di esaltare competenze e desideri nella pluralità. Per quanto mi riguarda, poi, non ritengo minimamente interessante che ci sia una gerarchia da osservare o una particolare forma di rispetto verso una persona che accende e istiga un processo di tipo creativo. È proprio il contrario: l’artista ha un ruolo nella società al pari di qualunque altro essere umano e ci sono tante dimensioni in cui il lavoro artistico può generarsi e svilupparsi.

Flavio Favelli: Penso che l’arte sia elitaria per sua natura. D’altra parte l’opera comunque fluttua e attraversa, anche se è stata pensata in solitudine e senza nessuna preoccupazione riguardo ad un ruolo attivo. Nessun artista vive in una torre d’avorio e così le immagini in qualche modo rilasciano significati multipli e inediti che si posano nei fiori più aperti; l’opera d’arte è condivisa e attiva per sua essenza, così come l’artista consapevole partecipa al suo tempo. Il pubblico è una faccenda mentale, in realtà non esiste o forse sarebbe meglio che non esistesse.

Meglio lavorare con le persone o con gli oggetti? Qual è la materia prima ideale per un artista? Cosa accade quando l’uomo diventa insieme destinatario e significante dell’opera?

Marinella Senatore: Credo che individuare negli esseri umani la materia prima di un intervento artistico non sia esattamente congeniale a quello che si intende come arte partecipativa o socially engaged, perché sostituire una materia con un’altra prevede comunque un ruolo dominante e implica un mero utilizzo da parte dell’artista, e trattandosi di persone può essere pericoloso e fuorviante. Nei progetti partecipativi e corali che mi interessano, i linguaggi credo che siano la vera materia prima.

Flavio Favelli: Credo che l’artista lavori con le immagini e credo anche che sia una questione di esigenza e di fine. Posso dire, al di là di nobili propositi, che il vero motore per me è un’eccitazione che sta fra il piacere e lo smarrimento, la soddisfazione di risolvere un’immagine e la profonda estasi di comprenderne il nuovo significato. Tutto ciò può essere visto come semplice egocentrismo, ma la realtà è diversa. Ad esempio un mio progetto sul mondo militare, nato da immagini irrisolte di mio nonno e senza avere intenti di condivisione, è stato omaggiato dal Presidente della Repubblica perché per lo Stato e i familiari delle vittime è stato capace di rappresentare tutti i militari caduti. Senza prescrizioni e scopi precisi, l’opera va da sé.

Trovo molto interessante la scelta delle parole nelle vostre risposte: linguaggi e immagini. Più che materie prime, almeno semilavorati. Non pura forma, ma segno completo. Vorrei approfondire il discorso relativo alla genesi dell’opera. Chiederei a Flavio se si sente artefice, se riconosce pienamente il suo ruolo di autore o preferisce quello più sfumato di mediatore, in un processo continuo di rielaborazione delle immagini. Invece mi piacerebbe analizzare con Marinella, che rifiuta un’impostazione gerarchica e modelli calati dall’alto, le strategie da lei adottate affinché i partecipanti ai suoi progetti percepiscano la sua figura come quella di un semplice “attivatore di energie”, senza avvertire pressioni o limitazioni.

Flavio Favelli: Sento e credo che quello che ho vissuto nel mio passato, una storia familiare non facile, e la mia reazione a questo, oltre a occupare ancora la mia mente, sia un qualcosa di generativo. E anche paradigmatico della storia italiana negli anni ‘70 e ‘80. Considerando che questa storia è globale, perché l’Italia è sempre stato un paese globale, allora le nuove immagini e situazioni che compongo e ricompongo da questo mio pantheon creano differenti possibilità. Interpreto una parte, che oltre ad essere la mia, appartiene ad un ruolo che è quello dell’artista che fa sì che, ad esempio, ciò che è biografico diventi in qualche modo pubblico. Sta al pubblico poi comprenderlo. La funzione dell’opera, ammesso che ne abbia o ne debba avere una, è quella, semmai, di accendere qualche scintilla.

Marinella Senatore: Il mio rapporto con i partecipanti è innanzitutto basato su una relazione vera, su una condivisione di tempi e di spazi molto diversa da quella meccanica dell’arte relazionale storicamente da noi conosciuta. Credo che questa sia già una differenza abissale: conoscere e vivere per un tempo, anche relativamente lungo, con le persone con cui collaborerai è sostanziale. Io costruisco piattaforme dove non mi sento meno autore in quanto poi la creatività è condivisa con altri, anzi! Nel mio essere attivatore tutta la mia energia ed autorialità si esprimono al massimo. È un processo molto naturale, forzarlo porterebbe a risultati dannosi e deludenti. Non credo che opere la cui genesi è quasi opposta parlino esclusivamente ai propri autori, basti pensare alla storia dell’arte! Le nostre piattaforme sono davvero aperte e c’è la possibilità di “sbagliare”. Il mio ruolo è quello di entrare e di uscire anche come partecipante e di essere estremamente flessibile.

In definitiva, al di là del gioco degli opposti, sappiamo bene che la ricerca della solitudine e il bisogno di socializzare sono componenti irrinunciabili nell’ambito creativo come nella vita quotidiana. Vorrei concludere questa chiacchierata parlando di emozioni e di sentimenti, lasciando da parte ogni intellettualismo. In quali circostanze cercate il contatto umano e cosa vi spinge invece ad allontanarvi da tutti? A prescindere dalla pratica artistica, vi considerate persone riservate o espansive?

Flavio Favelli: Credo che la mia scelta, diciamo autobiografica, sia per tentare di portare il dentro, fuori. E quindi la mia ricerca è intrecciata da una questione privata e intima che ha delle distanze con l’intellettualismo perché parte da questioni sentite. Ritorno sull’opera Gli Angeli degli Eroi: mettere insieme il fascino marziale dei sacrari, la bellezza delle uniformi e la presa di distanza da un mondo reazionario di cui, nonostante le belle parole, siamo complici da sempre, proviene da un sentire ambiguo, per nulla idealista, che considera l’arte su un differente piano da quello delle scelte civiche e politiche. L’arte non è giusta o sbagliata, proprio come la nostra anima. Per risponderti: sono espansivo solo se parlo della mia riservatezza.

Marinella Senatore: Credo di essere una persona molto espansiva o quantomeno una persona che ha bisogno di condividere la propria energia. Non mancano i momenti in cui ho bisogno anch’io di fare un percorso più solitario, anzi direi che capita sempre dopo un’esperienza di tipo collettivo. A volte riesco a lavorare con migliaia di persone cercando di costruire nei mesi una reale vicinanza o quantomeno uno scambio ed è quasi un’urgenza poi aver bisogno di rientrare in una propria intimità. in questa fase lavoro molto per esempio col disegno, che è quasi terapeutico perché mi aiuta ad elaborare una quantità infinita di cose, o mi capita di scrivere. Dunque credo che in realtà la ricerca dell’isolamento e la necessità della socializzazione dell’esperimento creativo collettivo siano facce della stessa medaglia.

Vincenzo Merola

Conversazione pubblicata su Artribune:
http://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2018/01/flavio-favelli-marinella-senatore-versus/

Il presente sempre inadeguato

Ho abitato in Via Guerrazzi per quasi trent’anni e il portico dei Servi è un’architettura familiare. Ricordo le strutture in pali di legno grezzo attorno alle colonnine esili, che sembravano puntelli di emergenza anche se rimanevano lì anni e che poi avrei rivisto nelle opere di Kounellis alla Salara nel 1995. E il portico immensamente largo dalla parte di Strada Maggiore, forse il più ampio della città. Ora su questo lato scorre una nuova balaustra in metallo, fatta per proteggere le esili colonne, e forse i ciclisti, dai bus e dalle auto. La vicenda di questa barriera-pista/non pista ciclabile ha avuto un cammino complicato fra regole, misure, vincoli e norme da rispettare. Questi telai di metallo bruno che s’illuminano all’interno di notte, appaiono come accessori minimali, discreti: la loro semplicità formale li affranca da qualsiasi relazione col portico e i suoi archi; è roba di altra epoca, altro materiale, altro disegno. Queste barriere sono state bollate negativamente come oltraggiose, sono state definite maniglie di valigia e brutti blocchi orizzontali che contrastano vistosamente con la verticalità del portico….
I termini usati fanno riferimento ad un pensiero e un punto di vista dove il presente, con le sue cose fatte oggi, è per sua natura sempre impresentabile, come se non fosse mai all’altezza, mentre le cose del passato sempre belle. Il termine le maniglia di valigia, usato come esempio di cosa quotidiana, moderna e quindi banale, oltre ad essere una grande invenzione-progetto (e uno dei punti chiave del design) è un vero e proprio simbolo col quale si potrebbe declinare la storia passata e il nostro presente. Dall’epoca di quelle cucite in pelle a quella del trolley, la maniglia di valigia ci accompagna inesorabilmente e sancisce la distanza fra il modo ricco da quello povero, il mondo delle vacanze da quello dell’emigrare per vivere e per mangiare. E’ questa l’epoca dei migranti senza valigie -e maniglie-, senza bagagli e senza cartoni (e senza lacci di spago). La maniglia di valigia è una complessa metafora sintomo di modernità e civiltà che semmai non può che arricchire di concetti e immagini una balaustra urbana. Il fatto poi che questa sia brutta e contrasti vistosamente con la verticalità del portico… denota un punto di vista quasi confessionale: se c’è un contesto del passato, un’architettura esistente, è per sua natura un canone da prendere come assoluto riferimento, come legge, come dogma. Nel caso del portico, la sua verticalità sarebbe l’unica chiave di lettura per qualsiasi intervento contemplato nelle vicinanze. Saremmo quindi solo capaci di avere un rapporto di sudditanza e riverenza con le forme precedenti. Questa fila di esili stanghettine di metallo grigio non fanno che aggiungere forse un senso di ordine e di pulizia al ritmo sghembo delle colonne dei portici tutti diversi in quel tratto di strada.

Un nuovo Nettuno

Per il restauro del Gigante ci vogliono ancora 150 mila euro da aggiungere ai quasi 700 mila di inizio lavori perchè il Nettuno, e la sua fontana, hanno problemi seri. Cifra anche contenuta considerando che a Firenze dal 2016 al 2018 spenderanno quasi il doppio per il maquillage di quello in marmo di Piazza della Signoria (meno male che il David di Michelangelo accanto è una copia). Visitando il cantiere del Nettuno bolognese si ha l’impressione, complice il pagamento di un biglietto e l’impalcatura-torre occultata da veli, di essere in una specie di grande teca che cela una reliquia a cui, amorevolmente, tecnici solerti si adoperano con infinite cure. La liturgia che sovrintende la santa pratica ha un intervallo di circa trent’anni, tempo limite -pena danni irriversibili- per la salma di bronzo e la sua fontana in marmi. Il restauro presente –si apprende- è più lungo del previsto perchè quello della fine degli anni Ottanta si è scoperto in parte inefficace: occorrono così nuovi balsami e unguenti. E’ un’eloquente vicenda, a tinte religiose, tutta italiana che impiega lavoro, analisi, studi e capitali per conservare e consolidare, disperatamente, contro pioggie acide, anidride solforosa, polveri sottili e assalti goliardici –epocale e scandaloso fu il bagno di massa con topless dentro la fontana nella notte Mundial del 1982- un’idea di perferzione e bellezza. Sull’esempio del David, della statua equestre di Marco Aurelio e dei quattro cavalli di San Marco, si potrebbe invece fare una bella copia del Nettuno per evitare questo rituale dispendioso che continuerà in eterno e che non sarà mai risolutorio. Il monumento originale offrirebbe, poi, un’inedita possibilità: dentro uno specifico padiglione coperto, il complesso potrebbe essere collocato in periferia e comunque fuori dalle mura. Questa operazione avrebbe un’importante implicazione per cui la città acquisterebbe uno nuovo luogo-fondazione con un vecchio simbolo. Due nuove presenze, quindi, la copia nel classico luogo e l’originale in un nuovo centro. Forse non comprendiamo che il nostro impasse è proprio nei nostri simboli del passato che danno false sicurezze, vani appigli troppo comodi che da tempo hanno perso smalto e che oggi vanno ripensati. Si tratterebbe di rompere un incantesimo per rifondare una nuova origine con uno spostamento. Il nuovo padiglione col Nettuno –il prossimo anno saranno 130 anni dall’audace Expo dei Giardini Margherita- diventerebbe un punto differente capace di altre e diverse possibilità con echi internazionali. Resterebbe solo da aprire le danze del lungo dibattito sull’inedito spazio da individuare in periferia o, come si dice, fuoriporta.

Per fare l’arte

Leggo il programma del Festival della Mente di Sarzana, da poco concluso, che aveva come sottotitolo Come e perché nascono le idee. Interventi sulla creatività, spettacoli, incontri con scienziati, artisti, letterati, storici e filosofi. Salta subito all’occhio l’assenza di artisti visivi. Tra gli invitati non c’è nessun artista visivo. Singolare, perché un festival della mente dovrebbe occuparsi anche dell’arte di oggi, del resto, l’arte contemporanea non è concettuale da parecchio tempo? Scriveva Joseph Kosuth nel 1987: L’opinione prevalente è che l’artista, se ha qualcosa da dire, lo debba esprimere attraverso la propria opera. E naturalmente, alcuni dei miti ereditati … richiedono all’artista più un ruolo da stregone che da intellettuale… (1).
Anche al Festival Filosofia di Modena di quest’anno il tema era “le arti” (!), ma nessun artista visivo è stato invitato nel programma filosofico; lo spazio per gli artisti era confinato nel programma (recinto) creativo delle mostre e installazioni in gallerie e musei, oppure è rimasto negli studi. Un’idea della considerazione che si ha degli artisti è forse la presenza, nel programma filosofico del festival, di Brunello Cucinelli, l’imprenditore che ha come riferimento il Medioevo, il Rinascimento e le cui le pubblicità per vendere vestiti fanno riferimento al nostro Passato perduto: Amiamo i Codici. Messaggeri antichi di Arte e Cultura oppure La Natura è piena d’infinite ragioni (sentenza di Leonardo da Vinci). Pur di non invitare gli artisti si invita un imprenditore che si distinse, anni fa, insieme a Vittorio Sgarbi, nel volere abbattere la chiesa di Massimiliano Fuksas a Foligno. Ma anche al festival “La Repubblica delle Idee” del giugno scorso, a Bologna, non è stato invitato nessun artista visivo. A “rappresentare” l’arte c’era solo una discussione fra i critici Achille Bonito Oliva e Francesco Bonami, oltre a un programma al museo MAST con una serie di incontri insieme a professionisti del settore artistico, con varia creatività, graffiti, fumetto (si è parlato anche di fare foto col cellulare). Nel paese dell’arte il più importante giornale di progresso fa un festival e ignora gli artisti. E non può passare inosservato, sempre a giugno, che al Festival di RAI Radio3 a Forlì, dal titolo Arte, Cultura, Lavoro, nessun artista visivo era presente nel programma. Anche se spesso la classe dirigente e politica nomina l’arte come la propria stella polare, anche se centinaia di città sono annunciate da cartelli stradali come “città d’arte” e anche se tutti sono convinti che solo la bellezza e l’arte salveranno il mondo (www.brunellocucinelli.com/it/home.html), gli artisti, che l’arte la fanno, non sono contemplati. Credo, in fondo, che ci sia un misto di imbarazzo e disagio a parlare di arte contemporanea, per molti motivi, e così è meglio evitare di invitare gli artisti. Imbarazzo e disagio perché l’arte di oggi, al di là della Biennale di Venezia e del mainstream, che fanno sempre notizia, è complicata, indigesta e soprattutto impopolare. Forse perché l’arte è pensare in modo sofisticato per mezzo delle immagini, delle forme e dei concetti? È forse il sofisticato che crea problemi? Oppure l’arte di oggi è troppo difficile? Quante persone nella vita mi hanno subito avvertito: ah artista? Mi spiace, l’arte contemporanea proprio non la capisco! E molti sono professionisti, classe dirigente, non gente del popolo o italiani medi. Oppure perché l’arte di oggi è vista come banale – lo sapevo fare anch’io – e ci si ricorda dell’artista visivo o solo quando è maturo (il maestro!) o da defunto (anche perché i prezzi delle opere salgono e allora gli eredi e i collezionisti riscoprono l’artista) oppure quando ha un grande successo e diventa un evento da notizia, da giornale quotidiano? (Mi torna in mente mia nonna Tosca, bolognese, che visse sempre in via San Vitale e conosceva le sorelle di Giorgio Morandi. Non le non prese mai sul serio, tranne quando sentì al TG1 che qualcuno aveva acquistato a un’asta una tela di Morandi, pagandola più di mezzo miliardo di lire…). Nei quotidiani l’arte contemporanea viene presa in considerazione solo quando fa “scandalo”, oppure quando i redattori decidono che è arte commestibile per il grande pubblico. Questo generale sospetto ed esclusione appartiene comunque solo all’arte visiva, non è così per la letteratura contemporanea, per il cinema contemporaneo, per il teatro, la musica, la danza contemporanea. Si può allora azzardare un’ipotesi: il Belpaese, il paese dell’Arte Bella (l’unica cosa che mette d’accordo tutti è la grande bellezza della nostra arte – anche i camorristi e i mafiosi appena possono si circondano di bei quadri classici) è arrivata ad una tale bellezza che quell’apice non può più essere raggiunto. Siamo nati e cresciuti nei centri storici più belli del mondo che hanno rilasciato una specie di imprinting-incantesimo impermeabile ad ogni cambiamento e differenza. L’idea di arte si intende così solo come classica, ideale, virtuosa e irraggiungibile, di un passato lontano, di un paradiso e di una bellezza perdute. L’arte di oggi è ancora vista come difficile, noiosa, portatrice solo di scocciature e conflitti. Se il moderno Van Gogh è oramai entrato nell’Olimpo insieme a Giotto e Michelangelo, è solo perché fa fiori e paesaggi: nei cipressi e negli iris si vedono le belle pennellate (il lavoro!) c’è materia, c’è colore, soprattutto è arte che emoziona. È interessante notare che il gusto comune intende l’arte sempre legata in qualche modo all’emozione mentre tale termine è assolutamente bandito nell’arte contemporanea. L’arte del passato in Italia è un moloch, è un padre non permissivo che tiene ancora i figli per i capelli. Sono grandissime, ad esempio, le difficoltà che si trovano a fare arte contemporanea in Toscana, dove il popolo sente di avere nelle vene lo stesso sangue di Giotto. “Icastica”, una rassegna d’arte contemporanea che si è tenuta per pochi anni ad Arezzo, è stata chiusa a furor di popolo. Sembrerebbe poi che a Firenze ormai chiamino a realizzare mostre solo artisti contemporanei super famosi (Damien Hirst, Jeff Koons, Ai Weiwei, Jan Fabre, Bill Viola), quasi per sbertucciarli. Li si espongono in piazza o nei grandi palazzi, loro confessano che sono solo debitori al Rinascimento Italiano proponendo opere che si relazionano alla capitale del Granducato (“Rinascimento Elettronico” è il titolo della mostra di Bill Viola, Koons si ispira a Bernini, Fabre dialoga col Giambologna) e li si rimandano a casa. Un altro aspetto di imbarazzo e disagio è l’abitudine a non riconoscere l’artista visivo contemporaneo come autore: un caso emblematico è il riuscito progetto di Alessandra Andrini del 2005, il monumento al ciclista Marco Pantani, una grande biglia di plastica collocata davanti alla sede dell’azienda Mercatone Uno (che sponsorizzava il ciclista), visibile dall’autostrada A14. Il giorno dell’inaugurazione la “Gazzetta dello Sport” diede ampio riscontro all’evento in prima pagina, non citando l’artista, l’autrice dell’opera (2). Il quotidiano (sportivo) più letto d’Italia non fece altro che assecondare un sentire diffuso, per cui l’arte è cosa del passato, quindi non reale e se si inaugura un monumento al Pirata a nessuno interessa sapere chi l’ha fatto. Ricordo ancora bene, dopo tanti anni, l’esultanza da curva del pubblico romano –romanesco e romanista– all’Auditorium della Musica durante una interpretazione dell’opera di Ennio Flaiano di Roberto Herlitzka (3). L’attore, mentre recitava un passo dello scrittore di Pescara sull’arte odierna (… se avete in cantina … avanzi di gru metalliche, motorette inservibili, non gettate via niente, tingete tutto di vernice rossa antiruggine e mandate a Venezia…) fu inondato da uno scrosciante applauso liberatorio. L’arte della Biennale rimane in fondo quella del film di Alberto Sordi e della moglie Augusta in Le vacanze intelligenti e spesso fa rima con mondezza. La società diventa però meno distante quando servono soldi: ogni anno agli artisti visivi vengono richieste continue donazioni di opere per aste di varia beneficenza. Ma mai qualcuno che chieda il parere agli artisti sulla città, gli artisti agli incontri, ai dibattiti, ai festival della “cultura”. L’arte fa comodo solo come investimento (sembra che oggi l’unica preoccupazione, quando si acquista un’opera, sia quella di avere il certificato di autenticità, la sola garanzia per rivendere l’arte senza intoppi, un giorno…). Se da una parte l’arte contemporanea è diventata quasi di moda (trent’anni fa l’artista americano Vito Acconci già diceva che oramai era diventata un’affare solo da ricchi), con banche che prendono il loro stand alle fiere di arte contemporanea per orientare gli acquisti in vista di interessanti investimenti, dall’altra c’è grandissima ignoranza e superficialità: nei media generalisti l’arte appare solo se provocatoria, o utile a qualche causa (asili, immigrati, ecologia, sguardo al Passato), oppure si vira sulla Street Art, grande mattatrice degli ultimi anni, che ha invaso le città (costa poco ed è di grande effetto), che forse incarna la vera rivincita del gusto del popolo sull’arte “difficile” degli intellettuali. Due anni fa ho telefonato a Enel (ma non è socio del Museo MAXXI di Roma?) per il contratto del mio nuovo studio a Savigno. La gentile signorina mi chiese che attività svolgessi. Scultura e pittura, sono un artista risposi. L’addetta di Enel disse subito che non esisteva la voce artista e mi pose subito davanti ad una scelta: la metto fra gli artigiani o i liberi professionisti? Per Enel, come in generale per il Belpaese, l’artista è una persona non reale, che non esiste e che comunque è meglio che rimanga al buio.

Note

  1. Joseph Kosuth, L’arte dopo la filosofia, Costa & Nolan, 1987
  2. Alessandra Andrini mi ha confermato l’incredibile fatto.
  3. Il minore ovvero preferirei di no. Una lettura in tre atti dall’opera di Ennio Flaiano, con Roberto Herlitzka a cura di Luca Sossella, regia di Jacopo Gassmann.

Testo pubblicato su DoppioZero:
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L’arte e la fondazione (di Roma)

Un grande palazzo del centro ha aperto le porte della sua collezione con un nuovo allestimento della quadreria antica e moderna. Una classica quadreria di una fondazione bancaria (l’arte nelle fondazioni ha sempre un ruolo) che col possesso di opere forse cerca di alleggerire il suo compito decisamente materiale e disinvolto: i giuochi di luce di tutti i panni e panneggi dei vari personaggi antichi, compresi i santi, servono a supportare spiritualmente le grandi istituzioni della nostra civiltà. Le opere nella sede in una banca oltre a svelare l’indissolubile legame dell’ambiente del denaro e del potere con l’arte, intesa come investimento e celebrazione di un’idea di società e di cultura, sanciscono definitivamente la sconfitta di quest’ultima che non ha per nulla inciso, nonostante l’Italia ne sia piena, sulla storia moderna e contemporanea del Belpaese. Se c’è uno stato nell’Occidente lontano dalla cultura intesa come cura della conoscenza, dell’intelletto e dei saperi e soprattutto del loro riconoscimento cui l’arte mira, questo è proprio il nostro. Messa velocemente fra parentesi la figura dell’artista maledetto, solitario, reietto e scomodo, oggi, come il ieri dei Carracci, l’arte diventa giusto una conferma di potere e magnificenza. L’arte classica poi -quando qualcosa diventa classico diventa assolutamente innocuo- è finita per essere, nonostante i suoi significati originali, giusto un passatempo fra i divani del salotto del Buon Gusto dove si parla sempre del Bello e della Bellezza che un giorno, dopodomani, salverà il mondo. A forza di ammirare la luce dei Caravaggio, dei Guido Reni e dei Guercini che abbaglia perfino i camorristi, siamo diventati un paese con un rapporto problematico e sospettoso quasi di imbarazzo con l’arte del proprio tempo. Le quattrodici scene dei Carracci del fregio della Storie della Fondazione di Roma del grande palazzo bolognese forse ci confermano che nonostante siano tutti capolavori, le opere antiche, non si sa come e nemmeno il perchè, si prestano comunque oramai a supportare e a condurre a una visione ingessata e ferma nel tempo. Il racconto delle gesta e dei miti del passato– che nell’epoca moderna hanno fatto solo danni- narrati da altissima pittura non può che rivelarsi una storia, a volte storiella, comoda, amabile e giusto gradevole a cui siamo abituati da secoli. Solitamente le opere -ora è il momento del Nettuno- sono oscurate e sottratte alla vista del pubblico per il loro restauro. Si potrebbe invece coprire per un periodo, una specie di anno sabbatico, il fregio dei Carracci della sala delle Storie della Fondazione di Roma con una sorta di impalcatura, una struttura provvisoria, una grande fodera con legni che impedisca di farci sedurre dalle nobili gesta di Romolo, Remo, Amulio e Acrone. E che ci faccia comprendere, giusto per un anno, il senso illusorio dell’arte antica del quale il paese è da troppo tempo ammaliato.