L’arte e la fondazione (di Roma)

Un grande palazzo del centro ha aperto le porte della sua collezione con un nuovo allestimento della quadreria antica e moderna. Una classica quadreria di una fondazione bancaria (l’arte nelle fondazioni ha sempre un ruolo) che col possesso di opere forse cerca di alleggerire il suo compito decisamente materiale e disinvolto: i giuochi di luce di tutti i panni e panneggi dei vari personaggi antichi, compresi i santi, servono a supportare spiritualmente le grandi istituzioni della nostra civiltà. Le opere nella sede in una banca oltre a svelare l’indissolubile legame dell’ambiente del denaro e del potere con l’arte, intesa come investimento e celebrazione di un’idea di società e di cultura, sanciscono definitivamente la sconfitta di quest’ultima che non ha per nulla inciso, nonostante l’Italia ne sia piena, sulla storia moderna e contemporanea del Belpaese. Se c’è uno stato nell’Occidente lontano dalla cultura intesa come cura della conoscenza, dell’intelletto e dei saperi e soprattutto del loro riconoscimento cui l’arte mira, questo è proprio il nostro. Messa velocemente fra parentesi la figura dell’artista maledetto, solitario, reietto e scomodo, oggi, come il ieri dei Carracci, l’arte diventa giusto una conferma di potere e magnificenza. L’arte classica poi -quando qualcosa diventa classico diventa assolutamente innocuo- è finita per essere, nonostante i suoi significati originali, giusto un passatempo fra i divani del salotto del Buon Gusto dove si parla sempre del Bello e della Bellezza che un giorno, dopodomani, salverà il mondo. A forza di ammirare la luce dei Caravaggio, dei Guido Reni e dei Guercini che abbaglia perfino i camorristi, siamo diventati un paese con un rapporto problematico e sospettoso quasi di imbarazzo con l’arte del proprio tempo. Le quattrodici scene dei Carracci del fregio della Storie della Fondazione di Roma del grande palazzo bolognese forse ci confermano che nonostante siano tutti capolavori, le opere antiche, non si sa come e nemmeno il perchè, si prestano comunque oramai a supportare e a condurre a una visione ingessata e ferma nel tempo. Il racconto delle gesta e dei miti del passato– che nell’epoca moderna hanno fatto solo danni- narrati da altissima pittura non può che rivelarsi una storia, a volte storiella, comoda, amabile e giusto gradevole a cui siamo abituati da secoli. Solitamente le opere -ora è il momento del Nettuno- sono oscurate e sottratte alla vista del pubblico per il loro restauro. Si potrebbe invece coprire per un periodo, una specie di anno sabbatico, il fregio dei Carracci della sala delle Storie della Fondazione di Roma con una sorta di impalcatura, una struttura provvisoria, una grande fodera con legni che impedisca di farci sedurre dalle nobili gesta di Romolo, Remo, Amulio e Acrone. E che ci faccia comprendere, giusto per un anno, il senso illusorio dell’arte antica del quale il paese è da troppo tempo ammaliato.

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Fami male

Neve Mazzoleni: Hai una capacità rara nel cercare, soffermarti sul dettaglio dimenticato, raccogliendolo e riattivando intorno ad esso un significato e una storia spesso a sfondo personale, comunque profondamente umana. Cosa ti ha portato alla Stazione Marittima di Messina? Flavio Favelli: In estate vado spesso in Calabria, ma non per andare al mare, per andare in bassi Itaglia come si dice in Emilia. L’anno scorso ero a Reggio Calabria, sullo stretto, uno dei pochi luoghi che sento esotico, un po’ come andare a Baghdad. Sono andato per vedere e vivere certi contrasti, certi paesaggi poco ortodossi, certe insegne di negozi, certi incarti di pasticceria… ma soprattutto per tutte le cose abbandonate, rotte, sbragate, cadenti con le loro macerie, come certi palazzi delle città vecchie insieme a quel poco di natura che riesce a crescerci dentro che crea una magnificenza semi artificiale. Amo la desolazione, quel degrado a tinte nobili che trovo solo nel Meridione. Sono visioni di un passato consunto, quelle che il Nord non si può più permettere, situazioni sconcertanti, una parte di mondo sfasciato che permette spettacoli sublimi, fra il pittoresco e l’orrido, il catastrofico e l’apocalittico, perché l’apocalisse è bellissima quando si è solo spettatori. Una mattina ho preso l’aliscafo e sono andato a prendere un caffè a Messina. Sono stato colpito dalla stazione di Messina Marittima: una bellissima architettura fascista semideserta a pochi metri da Messina Centrale. L’edificio è ad arco con un enorme muro in travertino con un camminamento sopraelevato che attraversa i binari. Sembrava un quadro metafisico con la parete avorio altissima. Anche se c’era rumore – traghetti, treni, auto, annunci lontani – c’era un silenzio di fondo. Ho visto, ritmate, delle scritte esili a matita blu, dei versi gracili che si svolgevano lungo il muro. In un luogo solitario, immobile rispetto al flusso del presente, intercetti una scritta ripetuta, fragile, diversa da un marchio, unica. Perché ti è piaciuta? Prima per il suo ordine, il suo aspetto formale composto, leggero, appena percettibile e poi il significato, sconcio, sguaiato e sensuale allo stesso momento. Oltre alla sua dolcezza: so baciare… so fare l’amore, fami male. La cultura dominante la bollerebbe come volgare e scurrile. La volgarità è un abisso complesso da cui si tengono alla larga solo gli stolti e gli ignoranti oltre a quelli che aspirano alla santità e ai seguaci del sacro. Sono 11 stazioni di una via crucis misterica dove si intrecciano talmente tanti termini, molti inventati, che solo a pronunciarli evocano immagini molteplici… assomiglia ad una nenia che inizia sempre allo stesso modo – cerco – una specie di rito – preghiera nella speranza di trovare un giovinetto rigorosamente di 20-19 anni. Come arriva nella tua pratica? La mia pratica coincide con tutto ciò che mi piace e tutto quello che piace ad un artista è per sua natura articolato, complesso e ambiguo. Mi piacciono le scritte, i termini sboccati e quelle che il costume chiama le cose spinte, perché se non si spinge si sta fermi. Forse peccato solo che quel giorno non fosse sabato. Una forma di epigrafia contemporanea, legata al tuo bagaglio di storico, dove ti sei preso la briga di catturare la scritta dal travertino e studiarla. Da lì hai fantasticato su chi possa esserne l’autore. Leggendo questa via crucis avvengono tante cose: immagini, pulsioni, processi onomatopeici, ricordi. Parole masticate, sbocconcellate, impastate da stati tanto poveri e grezzi quanto ebbri e dionisiaci. Un beracazo: un bel ragazzo o un bel cazzo? Sofre lamore: so fare l’amore o soffre l’amore? So baciare: già, so baciare? È molto probabilmente una persona di sesso maschile o multiplo o forse è solo una persona di sesso e basta che cerca beracazi. Faceva caldissimo con una luce abbagliante. Von Gloeden non fotografava i ragazzi da queste parti a Taormina che è poco più giù? Tu dici “Amo la desolazione, quel degrado a tinte nobili che trovo solo nel Meridione”. Contrasti e stratificazioni. La malinconia gioca un ruolo nella tua ricerca. Fra Scilla e Cariddi in uno dei luoghi più densi del pianeta dove si intreccia non la nostra storia, ma la storia del mondo su un bellissimo edificio fatto dal fascismo ma lercio e offeso da tag indifferenziate, quasi abbandonato, in una desolazione assordante e un degrado concreto, ho trovato questi messaggi intensi e letterari. Tutto ciò, visto il contesto, il clima e gli odori – non c’è quello di zagara, ma ancora quello della ferrovia con le traversine ancora vergini dalla TAV – è commovente, è tragico nel senso di sublime. È una grande opera complessa. Mi hai raccontato dei tuoi viaggi da bambino, abitudine che non hai perso. Ho ancora una bellissima foto di quando ero bambino avrò avuto 7 anni con un arancino (o arancina) e una bottiglietta in vetro di Chinotto Levissima sul traghetto sullo Stretto. Mi ricordo questi viaggi con mia madre; a volte penso che mia madre al di là per la passione del Bello e dell’Arte, mi abbia – a volte forzatamente – portato a fare viaggi perché alcune cose bisognava vederle e viverle, come una specie di compito. E il Meridione andava visto, si doveva vivere il più possibile perché era la Bellezza vera, senza mediazioni. Perché portare questo intervento proprio in The Open Box? È da quando ho visto queste scritte, che voglio in qualche modo presentarle; questa è stata l’occasione. Delle 11 stazioni ne ricopierò tre sui tre muri di The Open Box.

***

Neve Mazzoleni: You have a rare capacity for seeking out and lingering over the forgotten detail, treasuring it and reactivating around it a meaning and a story often with a personal and in any case profoundly human background. What took you to the Stazione Marittima in Messina? Flavio Favelli: I often go to Calabria in the summer, not for the seaside, but to go to bassi Itaglia as Southern Italy is somewhat vulgarly known in Emilia. Last year I was in Reggio Calabria, on the strait, one of the few places I feel to be exotic, a bit like going to Baghdad. I went to see and to experience certain contrasts, certain somewhat unorthodox landscapes, certain shop signs, certain pasticceria wrappings… but above all for all the abandoned, broken, ragged things, crumbling into ruins like certain buildings in the old towns together with what little that is natural that manages to grow in them to create a semi-artificial magnificence. I love the desolation, that noble decadence I only find in the South. These are visions of a threadbare past, those which the North can no longer afford, bewildering situations, a broken part of the world that permits sublime spectacles, ranging from the picturesque to the horrible, the catastrophic and the apocalyptic, because the apocalypse is beautiful when you are just spectators. One morning I took the hydrofoil and went for a coffee in Messina. I was struck by the Messina Marittima station: beautiful, semi-deserted Fascist architecture just metres from Messina Centrale. The building is arched with an enormous wall in travertine featuring a high-level walkway crossing the tracks. It looked like a metaphysical painting with that soaring ivory wall. Even though there was noise – ferries, trains, cars, distant announcements – there was an underlying silence. I saw thin, rhythmic writings in blue crayon, graceful verse running along the wall. In a solitary place, immobile with respect to the flow of the present, you intercepted a repeated, fragile script, different from a mark, unique. Why did you like it? Firstly for its order, its composed, light, barely perceptible formal aspect and then for its meaning, dirty, vulgar and sensual all at the same time. As well as for its sweetness: so baciare… so fare l’amore, fami male (“I know how to kiss… how to make love, hurt me”). The dominant culture would label it as tasteless and smutty. Vulgarity is a complex abyss ignored only by the stupid and the ignorant along with those who aspire to sanctity and the followers of the sacred. There are 11 stations on a mystic via crucis in which so many terms are entwined, many of them invented, they need to be pronounced to evoke multiple images… It is like a lullaby that always begins in the same way – I’m looking for it – a kind of ritual-cum-prayer in the hope of finding a young man of no more than 19-20 years old. How did it arrive in your practice? My practice coincides with everything I like and everything an artist likes is by its very nature articulated, complex and ambiguous. I like the writings, the filthy terms and those that public decency would see as hard core, because if you don’t push you stand still. Perhaps it’s just a shame that that day wasn’t a Saturday. A form of contemporary epigraphy, tied up with your historian’s baggage, in which you have taken the trouble to physically capture the script on the travertine and study it. From there you’ve pondered on whom the author may be. Reading this via crucis provokes many things: images, pulses, onomatopoeic processes, memories. Chewed up, mangled words, kneaded by states as poor and rough as they are inebriated and Dionysiac. A beracazo: a “bel ragazzo” or “beautiful boy” or a “bel cazzo” or “fine cock”? Sofre lamore: “so fare l’amore”, “I know how to make love” or “soffre l’amore”, “suffers love”? So baciare: right, “so baciare”, “do I know how to kiss”? Very probably the author is of the male or multiple sex or perhaps just a person of sex looking for beracazi. It was baking hot with a dazzling light. Didn’t Von Gloeden photograph the boys from around here at Taormina, just a little further down? Your say “I love the desolation, that noble decadence I only find in the South”. Contrasts and stratifications. Melancholy plays a role in your research. Between Scylla and Charybdis in one of the densest places on the planet where it is not our story that is woven but the story of the world in the form of a beautiful building constructed by the Fascists and now filthy and insulted by indiscriminate tags, almost abandoned, in a deafening desolation and all too real decay, I found these intense and literary messages. However, given the context, the climate and the odours – not that of orange blossom but there is still that of the railway with the still virgin sleepers of the TAV – it’s moving, it’s tragic in the sense of sublime. It’s a great and complex work. You have told me about your trips as a child, a habit you have never lost. I’ve still got a beautiful photo of when I was a child; I would have been 7 years old with an arancino (or arancina) and a glass bottle of Chinotto Levissima on the ferry over the strait. I remember these trips with my mother; at times I think that apart form a passion for the beautiful and for art, she took me – by force at times – on trips because some things had to be seen and to be experienced, as a kind of assignment. And the South was to be seen; one had to experience as much as possible because it was true beauty, without mediation. Why have you brought this project in particular to The Open Box? Ever since I saw these writings I’ve wanted to present them in some way; this was an opportunity. Of the 11 stations I’ll be copying three on the walls of The Open Box.

1
CECO UN BE RACAZO ANI 20-19
MI PIACE REDELA IN PULE E NI BOCA
LO FACIO CODERE MELU INCUIU TUTO
FINA

2
RACAZO ANI 20-19
FACIO BI POPINI
C MI PACE PREDELA
NI CULO E NI BOCA
ME LO NI CUIO TUTO
FINO A LUI – NACOIA
MI FACIOROPERE LI QULO
TUTO DENRO
MI FACIO BACIARE CON – LALIQUA
LI SABATO – SONO QI – DALE -23-AMEZANOTE – 100
TUTI I SABATI

3
CERCO UN BERACAZO ANI 20 19
CON CAZO ROSO-E DURO – AFAMI
MALE –IO RRIDO TUTO NI PULO E NI
BOCA ME LO NI COIO – LOSURO FINA – UTIMA BOCA
SONO PILI SABATO SERA DALE 23 FINA MEANOTE -100
SE VIEI – CI DI VETIAMO – MI FCIO BACIARE NI BOCA CON NI PUA
C QARO BEI PONPINI TUTII

4
CERCO UN BERACAZO ANI 20 19
CON LI CAZO ROSO – E DURO A FAMI MALE
LAPRENDONI BOCA – E NI – PULO
CON LI RISUHIO LICALOBELO DURO
MI FACIO SBURENIBOCA
SONO – TUTI SABATI –DALE ORE 23-FINOAMELANUTT 100
ASPETANIIUI

5
CERCO UN-BERACAZO -ANI 20-19
CON LI CAZO ROSOE DURO A FAMIMALE
LORENDO –NIBOCA –E-NIPULO –TUTODERO
MINCOIOLOGUROFINO AL UTIMACOJA
MI FACIO BACIARNIBOA CONLALIQUA
SONO-QUI-LI SABATO SERA-DALE -23- FINO –AMEZANOTE-100
SE VIENI-TIFACIO DIVERTIRE TUTI – SABATI – S

6
CERCO UN BERACAZO ANI 20 19
CON –LICAZO ROSO –CEMI FACIACODERE
LA PRERNDO IN BUA E IN PULO – MI PACE LO SBUO
MEOU – COIO –EINO ALUTIMA COIA
BI FACIO BACIAR NI BOCA
SONO LI A TE –SERA LE 23-FINO –MEZANOTE -100

7
CERCORACAZO ANI -20 19
CON LICAZO ROSO –E DURO AFAMIMALE
E O PRENDO NI BOCA ENI PULO MI NI COIO LO.SURO
CON LI RISUHIO BIFACIO CODERE
E VOLIO ROFO LI PULO – LOVOLIO RO ROSO E DURO
AFAMIMALE – LO RENDO ONIBOCA – MIPIACELOSUPO
MEOLO NICOIO – FINO A LUTIMA COCIA
SONO QUI DALE 23 FINO ALE I -100

8
CERCO UN BERACAZO –ANI 20-19
CON LI CAZO ROSO E DURO A FAMI MALE –LORENDO –NIBOCA
E –NI PULO –MINI COIOLOSBURO FINO ALUTIM COCIA LO FIO CNLIRI SUCHIO
SO-BACIARE – SOFRE LAMORE SONO QUI DALE 23 ALE 100

9
CERCO UN RACAZO CON LI CAZO ROSO – ANI 18-19
CE MIFA CIA CODERRE LARENDONI PUO ENI –BOCA
MI NCUIO LO BUO FINO A LUTIMACOIA
LO PULISCO CONA BOCA SONO QUI SABATO DALE 23 FINO A MEZANOTE – 01 L UNA E MEZA
SE VIENI CI DIVETIAMO –
CI VEDENO ALA MARITIMA DALE- SCALE

10
CERCO UN –BERACAZO – ANI 20-19
CON I CAZOROSO – E DURO A FAMIMALE
LO RENDO –NI BOCA – ENI – PULO – MIPIACE – OSBURO
ME LONI COITUTO –BI FOIO CODERE – SOBACIARE
MECLIO – UNA DONA – MIFACIOLEARE TUTA PURE LI BUCO-DEPULO
SONO QUI DALE -23 ALE UNA 100

11
CERCO   CERCO – UN- BERACAZO ANI 20 19
CONLI CAZO ROSO-E DURO -AFAMIMALE
IO PENDO – IN – PULO – E –NI BOCA MINI COIO – LO SURO FINO ALUTIMA COIA
FACIO BEI – POMPINI CON LORISUBIUO MELA FACIO METERE NI PULO – MI FACIO SBURADEMRO
MI FACIO – ROPERE LI PULO A UCIRE SAPUE VOLIO ROPOLIULO
SONO QUI DALE – 23 ALE – 100

 

Sventola il Tricolore

Su viale Giovanni Vicini andando verso porta San Felice dall’altra parte della strada c’è la Caserma Mameli, sede della Brigata Aeromobile “Friuli”.
La facciata dell’edificio principale, fine ottocentesca decorata in mattoni, alla sera è illuminata con fari a tre strisce bianco, rosso e verde che compongono la bandiera dell’Italia, il Tricolore. L’effetto è interessante anche perchè un edificio militare è solitamente austero, sobrio, spesso fermo nel tempo, con un carattere e uno stile ministeriale oltre al fatto che l’idea di illuminare in modo decorativo un palazzo riporta alle luci delle feste pubbliche e in generale al passato, alle grandi manifestazioni di piazza quando il potere aveva un volto popolare. I fasci luminosi colorati dei fari usati solitamente per gli spettacoli sembrano diventare sul muro della caserma meno effimeri e più autentici, più ufficiali; l’effetto ha un sapore di bellezza perduta, di una volta, forse per la sua semplicità senza effetti speciali. Il Tricolore illuminato è comunque un evento in un paese dove la bandiera della Repubblica ha uno scarso appeal ed è sempre appartenuta, almeno fino a poco tempo fa, ad una precisa parte politica del paese.
Gli scudetti bianco-rosso-verde sono sempre stati di casa oltre che nel mondo sportivo e militare, sui giubbotti di certe aree sociali. Molto probabilmente siamo la sola nazione dove la bandiera ci accomuna unicamente (e comunque mai completamente) quando scende in campo la nazionale di calcio.
Anche se è una leggenda imparata a scuola o da qualche parte del bianco della neve, del verde dei prati e del rosso del sangue dei caduti versato per il Paese, il significato della bandiera ha dei riferimenti lontani e sbiaditi, nonostante gli ultimi accesi dibattiti per la Festa della Liberazione. Con un’impressione in qualche modo strana e desueta, sui viali di una città percepita come fra le più moderne e avanti d’Italia, il Tricolore luminoso riporta ad un immagine classica e un po’ perduta di un mondo distante dalla società fluida e connessa di oggi. L’effetto della bandiera luminosa è a tratti estranea, a volte conflittuale, a volte familiare nello stesso momento: quei tre colori che vediamo di sfuggita sul viale hanno il potere di legarsi immediatamente alle immagini controverse della nostra relazione personale col Belpaese e la sua tormentata storia.
E’ l’Esercito Italiano su viale Vicini che ci ricorda che c’è dell’altro oltre al fatto di essere stati Campioni del Mondo.

UNIVERS. Un negozio metafisico

“Nella mia città ideale c’è sempre stato un negozio,
che più che per vendere esiste per ricreare l’ambiente di un negozio,
ma in fondo, senza esserlo completamente.
Un bel negozio dove stare ‘come dentro un bel negozio’,
ma dove si vendono solo poche cose, quasi niente”

Flavio Favelli
UNIVERS
un negozio metafisico

8-14 maggio 2017
h. 12.00-22.00

Fondamenta Sant’Anna 994
Castello (in fondo a via Garibaldi)
Venezia

Traghetto fermata: Giardini

MAPPA/MAP 

astra 1 copia

Senso 80

La cosa più interessante del Diurno sono le sue insegne e le sue scritte più recenti, sparse qua e là: un adesivo su un vetro, qualche plasticone di agenzie di viaggi, le Ferrovie dello Stato, prodotti di bellezza e Coca Cola, oltre al caffè Hag. Sono tracce forse poco nobili rispetto al progetto originale degli anni Venti, ma il contrasto è forte, sono segni di vita vissuta veloce e moderna verso il nuovo, il tempo libero e la società dei consumi. È il benessere che amiamo e che pialla tutto. Del resto gli italiani più di altri hanno avuto sempre gusti pop e trash, ma si sono sempre vergognati a dirlo; si sono solo preoccupati di dimostrare che Giotto o la Cappella Sistina fosse un buon motivo per vivere. La mia famiglia si è spaccata e poi dissolta sulla faccenda del bello e del Buon Gusto, uno dei vanti del Belpaese; in realtà i motivi erano altri, sostanzialmente di potere, i conflitti classici psicanal-familiar-borghesi che si travestivano con ideali e faccende politico-artistico-spirituali. Sono cresciuto fra gli slogan della pubblicità, sempre liquidati con sufficienza, scontri generazionali e autoritarismi novecenteschi, il tutto condito da musei, pinacoteche, neon ministeriali, tribunali e vari uffici per documenti. La mia famiglia ha speso un’esistenza per compilare e consegnare documenti. Per via di una specie di introiezione delle cose di casa, la vera casa borghese manifesta il suo essere in ogni oggetto e stanza, ho sempre avuto come riferimento i mobili, armadi, comò, tavoli, ribaltine, oltre ai pavimenti e pianciti, che danno con la loro presenza un senso di autorevolezza e andamento, custodi di un immaginario che narra incessantemente. L’arredo era così intenso che diventava testimone delle vicende familiari. Mobili che contengono una sorta di principio della conoscenza, fatti di incastri e lavorazioni commoventi. Sono così tante le immagini sospese di questi arredi – la stanza dei mie nonni non è la stanza dei nonni, ma una storia complessa, direi profetica, dove alto antiquariato, valore dei soldi, Spirito Santo e cultura del cibo, insieme ad un pantheon di divinità, costituivano, dal servizio in argento alla messa domenicale, l’ordine – che formano una specie di grande collage in movimento, fra il caleidoscopio e la sciarada. Mio padre, che si sentiva artista, frequentava luoghi come il Diurno perché erano moderni, come per prendere un caffè Hag, un Hagghe avrebbe detto.
Mio padre amava il cinema, il cine, il bar e il treno, era ferroviere e viaggiava gratis in tutta Italia in prima classe sui Rapidi, quelle che hanno fatto un pezzo di storia d’Italia, sulle poltrone di tipo velluto verde marcio con aria condizionata, con le porte scorrevoli di vetro, tutte trasparenti, perché il nuovo e il moderno dovevano essere trasparenti.
Le insegne, le reclame, le scritte pubbliche e gli slogan sono l’apice della cultura moderna che divora tutto, ma solo dopo averci fatto vedere intensi bagliori di luce e di cristallina bellezza e libertà.

Senso 80, Flavio Favelli e i ricordi dei ricordi…

Fino al 14 maggio 2017, nei suggestivi spazi dell’Albergo Diurno Venezia, in Piazza Oberdan a Milano, è possibile vedere Senso 80: un progetto di Flavio Favelli, presentato dal FAI – Fondo Ambiente Italiano. Come ci racconta l’artista nell’intervista che segue, questo luogo ha suscitato in lui ricordi lontani, “le corde immaginifiche del mio passato e della mia famiglia, un bagaglio paradigmatico, direi profetico.” Immergendosi nelle sue atmosfere, Favelli ha cercato di “attraversare con uno sguardo e un sentimento un luogo che genera e ricompone la mia vita. Portare l’interno all’esterno. Il Diurno è un pezzo delle case dove ho vissuto.”

L’allestimento ideato per questa mostra intende suggerire una lettura originale di ciò che c’era e non c’è più, usando la ricostruzione di parte degli arredi, apparentemente formale ma in realtà concettuale, e l’assemblaggio di vari materiali, stili e oggetti, per approdare all’evocazione di una memoria storica e affettiva e per restituire un’idea di narrazione che ben esprime la natura e la vocazione di questi spazi, intrisi di umanità e passato.

Segue l’intervista con Flavio Favelli — (Elena Bordignon)
Pubblicata su ATP Diary

ATP: L’Albergo Diurno Venezia è un luogo pregno di passato. Come ti sei relazionato con questo luogo ‘funzionale’ per la salubrità del corpo? Che sensazione hai avuto nell’attraversare quegli ambienti?
Flavio Favelli: Come ho scritto nel mio testo in catalogo, la cosa più interessante per me è il contrasto fra il progetto originale degli anni Venti e le tracce, diciamo, volgari degli anni della Repubblica fino alla sua chiusura. C’è un adesivo sul vetro, in fondo al primo salone, quello che doveva essere un angolo bar, del Caffè Hag col logo col cuore che è commovente. Gli arredi originali, le vasche da bagno che traboccano di materia, la pasta di vetro dei rivestimenti al posto della ceramica e gli archi di legno in radica suscitano in me una specie di richiamo della foresta perché ho conosciuto queste cose nelle case dove ho vissuto. Ho familiarità psichica con queste forme e materiali. Non si tratta di ricordare cose d’infanzia al calore del focolare del c’era una volta, ma ho vissuto per un certo periodo con due persone – i nonni materni – che erano adepti, custodi, devoti e militanti di un cosmo con regole e leggi che rispondeva al mondo borghese bolognese che aveva esperito il mondo dei diurni e lo ereditava contaminandolo, piano piano, con quello che offriva il nuovo tempo e soprattutto la televisione. In quella casa dei nonni, la tv, che avrebbe piallato via tutto con gli show dell’imbonitore Mike transitato velocemente da un mondo formale e composto di Lascia o raddoppia? a una vendita sozza fra quiz pomeridiani e surgelati, era considerata così sconcia che dopo lo spegnimento si chiudevano le porte di legno del mobile su misura che la conteneva. Spento, coi bottoni metallici e lo schermo grigio, il televisore era troppo moderno, nudo e volgare per essere visibile in sala. Ho vissuto in un ambiente regolato da senso dei soldi e del risparmio, una regolare passione per l’antiquariato e la Bellezza, Buon Gusto, un velo di cattolicesimo, credenze religiose, superstizione, tradizione, usi, dedizione per il cibo e un grande piacere di godere la vita regolato sapientemente da una apparente sobrietà e morigeratezza. Un fiuto sottile per districarsi da vincoli che andavano rispettati solo in superficie. L’immagine e l’apparire era tutto. Fare bella figura.
È così che questo luogo tocca le corde immaginifiche del mio passato e della mia famiglia, un bagaglio paradigmatico, direi profetico.
Il senso di Senso 80 è quello – ancora una volta – di andare a fondo verso tutto questo.
È quello di attraversare con uno sguardo e un sentimento un luogo che genera e ricompone la mia vita. Portare l’interno all’esterno.
Il Diurno è un pezzo delle case dove ho vissuto.

ATP: Il titolo del tuo progetto “Senso 80”, ha una molteplicità di significati: dai ‘sensi’ in relazione alla nostra fisicità, ma sembra anche ripreso da un contesto cinematografico. Penso al film “Senso” di Visconti del ’54. Che significato hai dato a questo titolo?
FF: Al di là del titolo del film, amo la grafica molto audace della locandina originale, che posseggo. Grafica spinta, coi colori fluorescenti. Senso è roba fisica, concettuale, orientamento. 80 perché sono gli anni, molto importanti per la mia esperienza, e credo più ambigui e diabolici che ci siano, anni di edonismo, piacere, individualismo, di grande crisi, ricchezza e speranza. Il mondo si divide fra quelli che li disprezzano e quelli che li comprendono; non ho mai legato nella mia vita con chi prende le distanze dagli anni ‘80 giudicandoli superficiali e negativamente. Alla fine Ustica, il terrorismo, il Mundial, la Guerra Fredda, la stazione di Bologna, la moda, la musica, sono stati e sono tutti soggetti di mie opere e progetti; per me sono l’alba e il tramonto insieme. Mi piace poi un nome seguito da un numero: Airport 77, Spagna 82, Pop 84, Boccaccio 70, Europa 80. Una vecchia lattina di Coca Cola che possiedo recitava: ‘bevanda gassata ufficiale dei Campionati Europei di Calcio 1980” e la mascotte era un pinocchio di legno, sicuramente più interessante di Ciao, la mascotte di Italia 90 (ma nessuno se lo ricorda).

ATP: Per l’ideazione dell’installazione site-specific che presenti, hai tratto ispirazione dalle cartoline che mostrano l’Albergo nei suoi anni migliori. Cosa ti ha affascinato di queste immagini? Perché ricreare quegli ambienti?
FF: C’è una foto del Diurno degli anni Venti dove ci sono quattro arredi in coppia. Sembrerebbe un bordello con quei divanetti tondi-rondò con lampade Art Nouveau che fanno così Bella Époque. Il progetto nella prima sala consiste nel riproporre in qualche modo i quattro arredi. Sono oggetti familiari e un’immagine che collego a questo ambiente è il caveau del palazzo della sede della Cassa di Risparmio di Bologna in via Farini, fra l’altro opera dell’architetto Giuseppe Mengoni, autore della Galleria Vittorio Emanuele a Milano, che frequentavo col mio nonno materno. Era – ed è – lo scrigno delle cassette di sicurezza dei bolognesi e dei tesori delle famiglie del tempo, sembra di stare dentro un sottomarino; è uno dei luoghi più interessanti di Bologna. Tutto ciò emana una forte reminiscenza di cose vissute a cui ritorno sempre. È una specie di eden originario, sede della mia vicenda familiare. Il progetto dell’architetto Portaluppi del Diurno è l’inizio di una strada che porta naturalmente all’adesivo del Caffè Hag apparentemente volgare rispetto ai materiali nobili dello stabilimento sotterraneo. La Bella Époque, dopo le vomitate della Prima e Seconda Guerra, porta dritto ad oggi; chi fa il Diurno, progetta anche la Bomba e finisce con Internet che è solo un altro inizio della Fine.
Più che ricreare tento di ricomporre non le cose che non ci sono più, ma l’idea e le forme e i sensi di quelle cose che rimangono come tracce nell’aria, sono bagliori che scappano, sono ricordi di ricordi che diventano nuove cose ma si compongono di quello spirito. Ed è uno spirito che mi tiene occupato mentalmente, psicologicamente e materialmente. Pensare, scrivere, comporre, lavorare a queste cose mi provoca piacere e lo affermo con grande consapevolezza, visto che oggi sembra che quasi tutti gli artisti facciano opere solo per l’arte pubblica, i cittadini, gli immigrati, la Croce Rossa e il circolo anziani di periferia o semplicemente per cambiare il mondo. Un piacere decisamente privato, ambiguo e irrisolto, perché erano ambigui e irrisolti quegli ambienti e i loro milieu. Sono un uomo nostalgico (è un gran tabù oggi la nostalgia e sembra che anche l’arte debba guardare al futuro) che è consapevole che non si può tornare indietro ma non gliene frega nulla di guardare avanti. Intendo nostalgia di quel clima psicologico, intendo andare attorno al concetto di rêverie. Intendo impressioni emotive, che non sono pensabili, ma solo ricomponibili in qualche modo in forme e ambienti che diventano nuovi e differenti.
Ho nostalgia dei luoghi del mio passato perché sono luoghi psicologici e luoghi che rappresentano un passaggio cruciale del (mio) tempo e della (mia) storia.

ATP: Un ruolo importante per il tuo progetto è dato alla luce. Com’è l’hai organizzata nei vari ambienti?
FF: Ho usato le stesse plafoniere ministeriali che usai al Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro anni fa, ma anche in tante altre mostre. Sono neon per le piante tropicali e gli acquari, li ho anche nel bagno e nel guardaroba dove abito. Fin da bambino ho avuto problemi con la luce, influiva molto sul mio umore. Nella prima casa di Via Guerrazzi dove ho vissuto cambiavo spessissimo luci, il modo di illuminare. Era una casa al piano terra, era sempre buia; rifuggo la luce naturale, non sopporto i luoghi dove il sole e il cielo accecano. Con questi neon violetti è come avere il sole in casa, come il mare nel cassetto. Sottoterra deve essere tutto più artificiale perché sotto terra ci stanno le casse da morto. In fondo al Diurno, invece, i due corridoi degli ex bagni saranno illuminati da 5 insegne luminose, sono dei collage-assemblaggi. Sono le marche, loghi, i nomi dei prodotti che illuminano il nostro cammino. Sono nomi eterni, come lo sono gli slogan. Nessuno crede agli slogan, ma poi con quelli si vincono le elezioni dei paesi e vincerle vuole dire diventare anche il capo dell’esercito. Everybody can make a great drink dice la Smirnoff. Make America great again dice Trump.

ATP: Hai descritto l’Albergo Diurno come un luogo ‘super artificiale’. Cosa intendi con questa definizione?
FF: Alla fine si può dire che questo sia uno dei primi non luoghi. Chi l’ha fatto si ispirava al glamour del tempo che era dettato dalle Esposizioni Universali, dalla Bella Époque, da un pensiero nuovo che stava pensando al tempo libero e al benessere per finire al Vip Lounge. Franz Kafka nel 1909 descrive un viaggio a Brescia, a vedere gli aeroplani; davanti all’aerodromo ci sono delle baracche con delle insegne: Garage, Grand Buffet International. Il Diurno Venezia era un luogo super moderno perché era una sfida, come lo sono le linee aeree e gli aeroporti, mondi artificiali che sfidano la Natura e il tempo. Il Diurno fu una vera rivoluzione perché i cessi prima stavano fuori, erano reietti, si chiamavano latrine. I diurni erano i primi luoghi dove i bisogni del corpo furono elevati. Il Diurno è il benessere ma con un’ombra: è sotterraneo, ma non in una grotta con stalattiti o in un tunnel naturale di lava, ma vicino alle fogne, dove stanno i ratti, sotto il cemento e fra le fondazioni delle case, al livello della cantina, sotto i tombini fra i tubi delle città moderne. Un posto – sotterraneo – bello per farsi belli, fatto da un grande architetto dell’epoca non può essere che un’idea totalmente artificiale. Si scende sottoterra per farsi belli. I decori, le paste di vetro colorato, le vasche lavorate, sono un lusso che prima stava solo ai piani nobili. Il Diurno è il mondo alla rovescia. Ecco perché è bello e ci piace: perché è ambiguo. Se fosse stato un luminoso e arioso secondo piano sarebbe stato banale, noioso.
C’era anche un’agenzia di viaggio al Diurno: e cosa c’è più di artificiale del viaggio inteso come viaggio di piacere? Tutto deve essere finto, le foto dei luoghi del desiderio sono finte perché la bella vita può essere solo finta.
Se dopo la Bella Époque c’è stata la Grande Guerra, dopo la Vip Lounge cosa ci sarà? L’adesivo del Caffè HAG ci dice che da tempo voliamo alto, vogliamo tutto.
Un caffè che è un caffè, ma che non è un caffè. Solo il buono del caffè.

Il diavolo si è fermato all’Albergo Diurno

Anche quest’anno con la primavera bollente dell’arte milanese, tra Miart e Salone del Mobile, torna l’iniziativa del FAI che riaccende le luci dell’Albergo Diurno Venezia (da oggi al 14 maggio), affidando all’arte la reinterpretazione contemporanea dell’affascinante atmosfera dal tempo sospeso che strega i sotterranei di Piazza Oberdan.
Dopo Sarah Lucas, tocca a Flavio Favelli (Firenze, 1967) ripensare gli spazi del Diurno in un allestimento site-specific, dove alla ricostruzione minuziosa degli ambienti progettati da Pietro Portaluppi negli anni ’20 si sovrappone il suo stratificato immaginario. Così gli arredi, le insegne, le vetrine, i decori, gli oggetti da bagno pubblico in perfetto stile Decò si mischiano a tracce sbavate di storie minori che lì si sono consumate e ora vivono la loro ribalta, e a pezzi di vita privata dell’artista che si incollano come adesivi postumi illuminati al neon di installazioni sopravvissute agli anni ’80. Favelli costruisce un set straniante in grado di cogliere l’essenza “diabolica” di un luogo incastrato nel limbo di un tempo senza tempo, tra un passato che non è più e un futuro che non è ancora. Un luogo, che come un ricordo ingombrante, non può che riproporsi filtrato dal presente nell’eterno ritorno di un senso sempre spostato che è «l’alba e insieme il tramonto», un po’ memoria e un po’ oblio. Come ce lo racconta l’artista. (Martina Piumatti)

Intervista pubblicata su Exibart

Come sei intervenuto in uno spazio così denso di storie che non sono la tua?
«Per la verità c’è molto della mia storia. Il Diurno è un pezzo di casa mia. Ritrovo molti segni, molte tracce, arredi, cose di case dove ho vissuto. Ho eletto come speciali certi oggetti, certi mobili, certi ambienti perché fanno da tramite rispetto al mio passato. Ho vissuto spesso coi mie nonni nati la seconda decade del 900, eredi e testimoni del 19esimo secolo in case piene di ricordi e memorie dove i segni della Repubblica facevano fatica a vedersi. Dagli attrezzi ai lampadari, dalla ferramenta degli armadi alle maniglie in bachelite, dalla radica all’avorio, tutto testimoniava tempi e modi differenti, completamente altri. Tutto ciò lo accosto a loro, partecipi insieme a me di una storia familiare molto complicata. I miei nonni materni erano rappresentati della borghesia bolognese, un mondo di regole e modi sapientemente regolato. Mia nonna recitava le preghiere con un rosario di granato e argento e amava le slot machines che si trovavano solo ai casinò. Erano troppo giudiziosi –come usava dire Tosca – per avere solo un robusto credo in Dio, Patria e Famiglia. Sarebbe stato troppo banale, troppo sconveniente e in fondo troppo poco divertente. Il Diurno è insieme la Bella Époque, forme Déco e Art Nouveau, e adesivi di plastica del Caffè HAG e cassoni luminosi con scritto Barbiere. Se la mia casa fosse sotterrata e riscoperta dopo tanto tempo, gli archeologi troverebbero le stesse tracce del tempo e di oggetti simili a quelli che c’erano al Diurno. Quando un artista pensa, allestisce, rinnova, progetta un luogo, e diventa poi suo. Ho cambiato la luce del primo salone con dei neon e ho illuminato i due corridoi in fondo con delle insegne: non è più il Diurno Venezia. È il Diurno Favelli Venezia».

Il tuo lavoro si può definire l’esito di un collage di immagini e tempi diversi. In che modo il passato stratificato del Diurno si sovrappone al vissuto e all’immaginario che ti appartengono, per essere poi filtrati dal tuo sguardo del presente e costruire qualcos’altro, un nuovo ‘senso’?
«Guardando dentro i bagni singoli, con le docce e le vasche ci sono arredi e pezzi di cose che tracciano un storia minore che appartiene alle mie immagini e mi commuove allo stesso tempo. Un lavandino sostituito in ceramica nera forse degli anni 60 convive con piastrelle di vetro finissimo e vasche monumentali, quasi sarcofaghi funebri che ci mandano slides che scorrono dentro di noi. Gli immancabili oggetti in alluminio, leggeri e futuristi. C’è anche molta violenza se si ascolta questo luogo. Nato fra le più due più apocalittiche guerre della nostra storia, un luogo che si prende cura del corpo in tutti i sui aspetti sottoterra –il corpo sottoterra ci va quando è nella cassa- è un luogo equivoco. Il Diurno è un luogo ambiguo fatto con grande speranze, novità, rivoluzioni e si aggiusta poi diventando bar, barbiere, ritrovo, agenzia di viaggio. È il luogo effimero per eccellenza, artificiale, è un luogo delle vanità che ci porta dritto alla Vip Lounge di oggi. Quando il FAI apre questo luogo c’è una folla immensa a visitarlo, è un posto molto amato dai milanesi anche se molti non ci sono mai stati quando era aperta. E questo perché il Diurno è un posto moderno, con le prime pubblicità, con la scritta TERME con un ninfa in bronzo in una fontana che sta poco sopra le fogne; è la nostra origine ambigua, dove i bagni profumati erano nelle case dei ratti: nelle vecchie foto assomiglia un po’ ad un alto bordello o a un salotto del Titanic. E cosa c’è di più affascinante di una cosa che sta per affondare? C’è poi questo senso di decadenza originario, non solo perché è a pezzi, ma perché la data scritta nel pavimento all’entrata del corridoio dei cessi, il 1925, è una data che è decadente come tutto quel periodo. Tutto questo per me è filtrato dalla storia delle mia famiglia custode di questo immaginario, ed io, figlio unico, bambino solo e ora unico erede porto con me tutta questa roba, dalla cassa di ferro dell’Esercito Italiano di mio nonno che si portò nella campagna di Russia, fino alla sua acqua di colonia Roger & Gallet, dalle foto delle vacanze a Riccione, luogo eletto del Duce, fino alla casa di Pavana, con le immancabili piastrelle in graniglia colorate e dense di decori».

“SENSO 80” è dunque un cortocircuito dove il tempo è sospeso e passato, presente e futuro coesistono. Perché tale scenario ricorda i ‘diabolici’ anni ’80 evocati anche dal titolo?
«Gli anni 80 sono anni così intensi che bisogna scomodare le categorie del maligno, del demonio, per venirne a capo. Come artista –e come è nella natura dell’arte- non distinguo fra bene e male, giusto e sbagliato e quindi il demoniaco è solo una grande opportunità per scendere negli inferi di quegli anni. Mi colloco in quegli anni perché li ho vissuti con grande intensità, mi ricordo tante cose, così tante che anche oggi penso così tanto a quegli anni che un po’ li rivivo con musiche, oggetti, cose e in qualche modo cerco di ricostruirne certi pezzi, certe parti di miei momenti. Esattamente come al Diurno, le case dove ho vissuto sono state intaccate dai prodotti –i prodotti!- di quegli anni potenti in luoghi che rappresentavano e testimoniavano l’epoca di fine 800 e inizi 900. “Senso 80” è una trama sotterranea in un luogo sotterraneo che però chiama anche altri nomi… Messico 70, Pop 84 , Airport 77: è anche una questione di ritmo».

La tua pratica artistica, anche in questo caso, si appropria del meccanismo della memoria e, così, un passato ormai andato ritorna differito dalla lente del presente. Qual è, se esiste, lo scarto tra arte e ricordo?
«Preferisco parlare solo di ricordo, memoria è una parola che non mi piace; presuppone una cosa più ampia, più sociale con qualcosa di necessario per una comunità. Mi sento un autore solo che parla della sua storia personale e che questa, per il fatto che è anche la storia di un artista, può avere a che fare con la memoria, ma ci va per conto suo, non perché a me interessi. Il mittente e il destinatario rimango io. L’arte cerca di ricordare i punti oscuri del ricordo. Negli album di fotografie di famiglia ci sono solo dei gran sorrisi che l’arte scavalca, oltre che per riesumare cadaveri, anche per trovare tesori sepolti. Questi assemblaggi, il mettere insieme pezzi –e i cocci sono tanti- per cercare di rifare e ricomporre un qualcosa, un qualcosa che però alla fine è roba nuova. Credo che lo scarto fra arte e ricordo non sia così profondo, perché il risultato, per me, è il medesimo. Sto parlando di un piacere tanto misterico quanto dolce, tanto ambiguo quanto doloroso, che provoca questa pratica del ricordo o del ricostruire forme nuove partendo da immagini, suggestioni e oggetti del mio passato. Un perturbante anche se è familiare, perché in questo caso la famiglia non è familiare ma è proprio il luogo dell’equivoco. È la storia della famiglia borghese italiana».

L’Albergo Diurno è uno dì quegli affascinanti luoghi-limbo, sospesi tra un passato che non può tornare e un futuro ancora tutto da immaginare. Come ti piacerebbe immaginarlo?
«Il fatto che il FAI lo renda visitabile poche volte all’anno lo mantiene ad un’ottima temperatura per serbare desideri, immagini e passioni che ne fanne un luogo non ben definito e appunto sospeso. In un’epoca dove cambia tutto in poco tempo, dalle versioni ai modelli, mantenere un posto scassato, malmesso e délabré può essere una grande idea per le città che vogliono sempre di più assomigliare a Vancouver. Credo poi che ci sia un problema di sicurezza, ci sono solo due entrate-uscite distanti fra loro e questo può essere una gran fortuna. Un posto insicuro è ancora più intenso».