Via Guerrazzi 21

Flavio Favelli. Via Guerrazzi 21
2 – 3- 4 febbraio 2018 | opera ambiente
venerdì e domenica ore 16 – 20, sabato ore 16 – 22, ingresso gratuito

Non c’è posto più fantasmatico di Via Guerrazzi 21.
Ho vissuto ventisette anni fra il primo e secondo piano in tre appartamenti di questo palazzo. Sono venuto qui nel 1974. Mettendo insieme tantissimi momenti direi che alla fine ho passato qualche settimana della mia vita a guardare il giardino interno, le palme a volte con la neve, i fiori del Calicanto e quelli della Magnolia sempreverde.
Via Guerrazzi 21, insieme alla casa di Pavana, è il luogo dove si sono consumate tutte le faccende della mia famiglia, una grande opera letteraria, dove sono stato un personaggio centrale; in fondo con me finisce tutta la storia. Figlio unico e da dieci anni tutore, quasi a difendere e custodire poeticamente e legalmente tutta questa roba.
Roba perché quello che rimane sono mobili, immobili, oggetti ed immagini di una vicenda infinita. All’ultimo piano delle scale ripide e buie, ora tinteggiate da un colore da Soprintendenza, non mi avventuravo mai perché abitava una strana persona, elegante e distinta, sempre con gli occhiali scuri anche se era buio; il Signor B. era invertito come ammoniva mia nonna Tosca. Nell’altro appartamento abitavano le Signorine S. due sorelle anziane quasi invisibili di Palermo che contribuivano al silenzio e all’idea che l’eccezione confermava la regola: in centro a Bologna ci abitavano i bolognesi.
Il primo grande appartamento aveva i pianciti con la veneziana e i soffitti altissimi, uno era affrescato e mio padre aveva messo due faretti colorati uno giallo e uno blu su un ripiano sopra lo stipite della porta, a smalto lucido avorio, per dare un effetto scenografico. Una volta mia madre fece un pranzo per cinque dei mie compagni della scuola media, anche se non ne capii mai il motivo. Da bere c’era spremuta fresca servita in una brocca-thermos con l’interno in vetro e l’esterno in sughero, lavorata e argentata.
Prima di versare mia madre mescolò per un’ultima volta e il vetro scoppiò, un vetro quasi specchio, marezzato con riflessi ottone. Una volta il nonno Carlo, marito di Tosca, mi rimproverò perchè stavo mescolando il tè in senso antiorario.
Non si mescola al contrario! mi riprese.
Tutto aveva un verso e un posto per lui, i piloni del mondo si reggevano con la precisa applicazione delle giuste regole fra cui mescolare in senso orario. Regole chiare di differenti provenienza: buone maniere, buon gusto, superstizione, Civiltà Cattolica e usanze borghesi. Restai sempre col dubbio che mia madre quella volta mescolò in senso contrario, in modo invertito.

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Versus. Il dibattito tra partecipazione e introspezione

LANCIO:

Riparte la rubrica Versus con un nuovo ciclo di doppie interviste ai protagonisti del contemporaneo in Italia. La prima sfida vede contrapposti Marinella Senatore e Flavio Favelli: da un lato il tentativo di orchestrare processi creativi collettivi, dall’altro un approccio fondato sul ricordo e sull’autobiografia.

A proposito dell’opera di Marinella Senatore, Hou Hanru (in Marinella Senatore. The School of Narrative Dance Roma, Nero Publishing, 2016) ha scritto che: “È un progetto in divenire che punta all’impegno sociale attraverso le azioni artistiche e il cui nucleo è la partecipazione”. Flavio Favelli invece, in un’intervista rilasciata ad Antonio Grulli e pubblicata su Flash Art nel 2012, dichiarava: “Nell’arte – mi sa più che nella vita – si è soli. Non c’è nessuna parte da tenere se non fare i conti con se stessi”. Due artisti con idee e concezioni opposte: nello spirito di Versus, lo scontro e la discussione sono pretesti per conoscersi meglio e cercare punti di contatto.

Partiamo da una questione fondamentale. Entro quali limiti è possibile (se ritenete sia effettivamente possibile) la condivisione delle esperienze creative? Il pubblico dovrebbe affacciarsi rispettoso sulla sfera intima e privata dell’artista, oppure avere un ruolo attivo nella costruzione dei significati?

Marinella Senatore: Ovviamente la mia pratica testimonia non solo che la condivisione dell’esperienza creativa è possibile, ma soprattutto che per alcuni artisti non è interessante l’aspetto solitario della ricerca, bensì la condivisione dei processi e delle esperienze. Ciò non significa annullamento della propria personalità e delle proprie idee; penso piuttosto a un sistema analogo a quello dell’orchestra, in cui tutti suonano lo stesso pezzo, ma con una partitura differente e con il timbro peculiare di ogni strumento. Non si tratta di ridimensionare la creatività o il pensiero dell’artista, ma di esaltare competenze e desideri nella pluralità. Per quanto mi riguarda, poi, non ritengo minimamente interessante che ci sia una gerarchia da osservare o una particolare forma di rispetto verso una persona che accende e istiga un processo di tipo creativo. È proprio il contrario: l’artista ha un ruolo nella società al pari di qualunque altro essere umano e ci sono tante dimensioni in cui il lavoro artistico può generarsi e svilupparsi.

Flavio Favelli: Penso che l’arte sia elitaria per sua natura. D’altra parte l’opera comunque fluttua e attraversa, anche se è stata pensata in solitudine e senza nessuna preoccupazione riguardo ad un ruolo attivo. Nessun artista vive in una torre d’avorio e così le immagini in qualche modo rilasciano significati multipli e inediti che si posano nei fiori più aperti; l’opera d’arte è condivisa e attiva per sua essenza, così come l’artista consapevole partecipa al suo tempo. Il pubblico è una faccenda mentale, in realtà non esiste o forse sarebbe meglio che non esistesse.

Meglio lavorare con le persone o con gli oggetti? Qual è la materia prima ideale per un artista? Cosa accade quando l’uomo diventa insieme destinatario e significante dell’opera?

Marinella Senatore: Credo che individuare negli esseri umani la materia prima di un intervento artistico non sia esattamente congeniale a quello che si intende come arte partecipativa o socially engaged, perché sostituire una materia con un’altra prevede comunque un ruolo dominante e implica un mero utilizzo da parte dell’artista, e trattandosi di persone può essere pericoloso e fuorviante. Nei progetti partecipativi e corali che mi interessano, i linguaggi credo che siano la vera materia prima.

Flavio Favelli: Credo che l’artista lavori con le immagini e credo anche che sia una questione di esigenza e di fine. Posso dire, al di là di nobili propositi, che il vero motore per me è un’eccitazione che sta fra il piacere e lo smarrimento, la soddisfazione di risolvere un’immagine e la profonda estasi di comprenderne il nuovo significato. Tutto ciò può essere visto come semplice egocentrismo, ma la realtà è diversa. Ad esempio un mio progetto sul mondo militare, nato da immagini irrisolte di mio nonno e senza avere intenti di condivisione, è stato omaggiato dal Presidente della Repubblica perché per lo Stato e i familiari delle vittime è stato capace di rappresentare tutti i militari caduti. Senza prescrizioni e scopi precisi, l’opera va da sé.

Trovo molto interessante la scelta delle parole nelle vostre risposte: linguaggi e immagini. Più che materie prime, almeno semilavorati. Non pura forma, ma segno completo. Vorrei approfondire il discorso relativo alla genesi dell’opera. Chiederei a Flavio se si sente artefice, se riconosce pienamente il suo ruolo di autore o preferisce quello più sfumato di mediatore, in un processo continuo di rielaborazione delle immagini. Invece mi piacerebbe analizzare con Marinella, che rifiuta un’impostazione gerarchica e modelli calati dall’alto, le strategie da lei adottate affinché i partecipanti ai suoi progetti percepiscano la sua figura come quella di un semplice “attivatore di energie”, senza avvertire pressioni o limitazioni.

Flavio Favelli: Sento e credo che quello che ho vissuto nel mio passato, una storia familiare non facile, e la mia reazione a questo, oltre a occupare ancora la mia mente, sia un qualcosa di generativo. E anche paradigmatico della storia italiana negli anni ‘70 e ‘80. Considerando che questa storia è globale, perché l’Italia è sempre stato un paese globale, allora le nuove immagini e situazioni che compongo e ricompongo da questo mio pantheon creano differenti possibilità. Interpreto una parte, che oltre ad essere la mia, appartiene ad un ruolo che è quello dell’artista che fa sì che, ad esempio, ciò che è biografico diventi in qualche modo pubblico. Sta al pubblico poi comprenderlo. La funzione dell’opera, ammesso che ne abbia o ne debba avere una, è quella, semmai, di accendere qualche scintilla.

Marinella Senatore: Il mio rapporto con i partecipanti è innanzitutto basato su una relazione vera, su una condivisione di tempi e di spazi molto diversa da quella meccanica dell’arte relazionale storicamente da noi conosciuta. Credo che questa sia già una differenza abissale: conoscere e vivere per un tempo, anche relativamente lungo, con le persone con cui collaborerai è sostanziale. Io costruisco piattaforme dove non mi sento meno autore in quanto poi la creatività è condivisa con altri, anzi! Nel mio essere attivatore tutta la mia energia ed autorialità si esprimono al massimo. È un processo molto naturale, forzarlo porterebbe a risultati dannosi e deludenti. Non credo che opere la cui genesi è quasi opposta parlino esclusivamente ai propri autori, basti pensare alla storia dell’arte! Le nostre piattaforme sono davvero aperte e c’è la possibilità di “sbagliare”. Il mio ruolo è quello di entrare e di uscire anche come partecipante e di essere estremamente flessibile.

In definitiva, al di là del gioco degli opposti, sappiamo bene che la ricerca della solitudine e il bisogno di socializzare sono componenti irrinunciabili nell’ambito creativo come nella vita quotidiana. Vorrei concludere questa chiacchierata parlando di emozioni e di sentimenti, lasciando da parte ogni intellettualismo. In quali circostanze cercate il contatto umano e cosa vi spinge invece ad allontanarvi da tutti? A prescindere dalla pratica artistica, vi considerate persone riservate o espansive?

Flavio Favelli: Credo che la mia scelta, diciamo autobiografica, sia per tentare di portare il dentro, fuori. E quindi la mia ricerca è intrecciata da una questione privata e intima che ha delle distanze con l’intellettualismo perché parte da questioni sentite. Ritorno sull’opera Gli Angeli degli Eroi: mettere insieme il fascino marziale dei sacrari, la bellezza delle uniformi e la presa di distanza da un mondo reazionario di cui, nonostante le belle parole, siamo complici da sempre, proviene da un sentire ambiguo, per nulla idealista, che considera l’arte su un differente piano da quello delle scelte civiche e politiche. L’arte non è giusta o sbagliata, proprio come la nostra anima. Per risponderti: sono espansivo solo se parlo della mia riservatezza.

Marinella Senatore: Credo di essere una persona molto espansiva o quantomeno una persona che ha bisogno di condividere la propria energia. Non mancano i momenti in cui ho bisogno anch’io di fare un percorso più solitario, anzi direi che capita sempre dopo un’esperienza di tipo collettivo. A volte riesco a lavorare con migliaia di persone cercando di costruire nei mesi una reale vicinanza o quantomeno uno scambio ed è quasi un’urgenza poi aver bisogno di rientrare in una propria intimità. in questa fase lavoro molto per esempio col disegno, che è quasi terapeutico perché mi aiuta ad elaborare una quantità infinita di cose, o mi capita di scrivere. Dunque credo che in realtà la ricerca dell’isolamento e la necessità della socializzazione dell’esperimento creativo collettivo siano facce della stessa medaglia.

Vincenzo Merola

Conversazione pubblicata su Artribune:
http://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2018/01/flavio-favelli-marinella-senatore-versus/

Il presente sempre inadeguato

Ho abitato in Via Guerrazzi per quasi trent’anni e il portico dei Servi è un’architettura familiare. Ricordo le strutture in pali di legno grezzo attorno alle colonnine esili, che sembravano puntelli di emergenza anche se rimanevano lì anni e che poi avrei rivisto nelle opere di Kounellis alla Salara nel 1995. E il portico immensamente largo dalla parte di Strada Maggiore, forse il più ampio della città. Ora su questo lato scorre una nuova balaustra in metallo, fatta per proteggere le esili colonne, e forse i ciclisti, dai bus e dalle auto. La vicenda di questa barriera-pista/non pista ciclabile ha avuto un cammino complicato fra regole, misure, vincoli e norme da rispettare. Questi telai di metallo bruno che s’illuminano all’interno di notte, appaiono come accessori minimali, discreti: la loro semplicità formale li affranca da qualsiasi relazione col portico e i suoi archi; è roba di altra epoca, altro materiale, altro disegno. Queste barriere sono state bollate negativamente come oltraggiose, sono state definite maniglie di valigia e brutti blocchi orizzontali che contrastano vistosamente con la verticalità del portico….
I termini usati fanno riferimento ad un pensiero e un punto di vista dove il presente, con le sue cose fatte oggi, è per sua natura sempre impresentabile, come se non fosse mai all’altezza, mentre le cose del passato sempre belle. Il termine le maniglia di valigia, usato come esempio di cosa quotidiana, moderna e quindi banale, oltre ad essere una grande invenzione-progetto (e uno dei punti chiave del design) è un vero e proprio simbolo col quale si potrebbe declinare la storia passata e il nostro presente. Dall’epoca di quelle cucite in pelle a quella del trolley, la maniglia di valigia ci accompagna inesorabilmente e sancisce la distanza fra il modo ricco da quello povero, il mondo delle vacanze da quello dell’emigrare per vivere e per mangiare. E’ questa l’epoca dei migranti senza valigie -e maniglie-, senza bagagli e senza cartoni (e senza lacci di spago). La maniglia di valigia è una complessa metafora sintomo di modernità e civiltà che semmai non può che arricchire di concetti e immagini una balaustra urbana. Il fatto poi che questa sia brutta e contrasti vistosamente con la verticalità del portico… denota un punto di vista quasi confessionale: se c’è un contesto del passato, un’architettura esistente, è per sua natura un canone da prendere come assoluto riferimento, come legge, come dogma. Nel caso del portico, la sua verticalità sarebbe l’unica chiave di lettura per qualsiasi intervento contemplato nelle vicinanze. Saremmo quindi solo capaci di avere un rapporto di sudditanza e riverenza con le forme precedenti. Questa fila di esili stanghettine di metallo grigio non fanno che aggiungere forse un senso di ordine e di pulizia al ritmo sghembo delle colonne dei portici tutti diversi in quel tratto di strada.

Un nuovo Nettuno

Per il restauro del Gigante ci vogliono ancora 150 mila euro da aggiungere ai quasi 700 mila di inizio lavori perchè il Nettuno, e la sua fontana, hanno problemi seri. Cifra anche contenuta considerando che a Firenze dal 2016 al 2018 spenderanno quasi il doppio per il maquillage di quello in marmo di Piazza della Signoria (meno male che il David di Michelangelo accanto è una copia). Visitando il cantiere del Nettuno bolognese si ha l’impressione, complice il pagamento di un biglietto e l’impalcatura-torre occultata da veli, di essere in una specie di grande teca che cela una reliquia a cui, amorevolmente, tecnici solerti si adoperano con infinite cure. La liturgia che sovrintende la santa pratica ha un intervallo di circa trent’anni, tempo limite -pena danni irriversibili- per la salma di bronzo e la sua fontana in marmi. Il restauro presente –si apprende- è più lungo del previsto perchè quello della fine degli anni Ottanta si è scoperto in parte inefficace: occorrono così nuovi balsami e unguenti. E’ un’eloquente vicenda, a tinte religiose, tutta italiana che impiega lavoro, analisi, studi e capitali per conservare e consolidare, disperatamente, contro pioggie acide, anidride solforosa, polveri sottili e assalti goliardici –epocale e scandaloso fu il bagno di massa con topless dentro la fontana nella notte Mundial del 1982- un’idea di perferzione e bellezza. Sull’esempio del David, della statua equestre di Marco Aurelio e dei quattro cavalli di San Marco, si potrebbe invece fare una bella copia del Nettuno per evitare questo rituale dispendioso che continuerà in eterno e che non sarà mai risolutorio. Il monumento originale offrirebbe, poi, un’inedita possibilità: dentro uno specifico padiglione coperto, il complesso potrebbe essere collocato in periferia e comunque fuori dalle mura. Questa operazione avrebbe un’importante implicazione per cui la città acquisterebbe uno nuovo luogo-fondazione con un vecchio simbolo. Due nuove presenze, quindi, la copia nel classico luogo e l’originale in un nuovo centro. Forse non comprendiamo che il nostro impasse è proprio nei nostri simboli del passato che danno false sicurezze, vani appigli troppo comodi che da tempo hanno perso smalto e che oggi vanno ripensati. Si tratterebbe di rompere un incantesimo per rifondare una nuova origine con uno spostamento. Il nuovo padiglione col Nettuno –il prossimo anno saranno 130 anni dall’audace Expo dei Giardini Margherita- diventerebbe un punto differente capace di altre e diverse possibilità con echi internazionali. Resterebbe solo da aprire le danze del lungo dibattito sull’inedito spazio da individuare in periferia o, come si dice, fuoriporta.

Per fare l’arte

Leggo il programma del Festival della Mente di Sarzana, da poco concluso, che aveva come sottotitolo Come e perché nascono le idee. Interventi sulla creatività, spettacoli, incontri con scienziati, artisti, letterati, storici e filosofi. Salta subito all’occhio l’assenza di artisti visivi. Tra gli invitati non c’è nessun artista visivo. Singolare, perché un festival della mente dovrebbe occuparsi anche dell’arte di oggi, del resto, l’arte contemporanea non è concettuale da parecchio tempo? Scriveva Joseph Kosuth nel 1987: L’opinione prevalente è che l’artista, se ha qualcosa da dire, lo debba esprimere attraverso la propria opera. E naturalmente, alcuni dei miti ereditati … richiedono all’artista più un ruolo da stregone che da intellettuale… (1).
Anche al Festival Filosofia di Modena di quest’anno il tema era “le arti” (!), ma nessun artista visivo è stato invitato nel programma filosofico; lo spazio per gli artisti era confinato nel programma (recinto) creativo delle mostre e installazioni in gallerie e musei, oppure è rimasto negli studi. Un’idea della considerazione che si ha degli artisti è forse la presenza, nel programma filosofico del festival, di Brunello Cucinelli, l’imprenditore che ha come riferimento il Medioevo, il Rinascimento e le cui le pubblicità per vendere vestiti fanno riferimento al nostro Passato perduto: Amiamo i Codici. Messaggeri antichi di Arte e Cultura oppure La Natura è piena d’infinite ragioni (sentenza di Leonardo da Vinci). Pur di non invitare gli artisti si invita un imprenditore che si distinse, anni fa, insieme a Vittorio Sgarbi, nel volere abbattere la chiesa di Massimiliano Fuksas a Foligno. Ma anche al festival “La Repubblica delle Idee” del giugno scorso, a Bologna, non è stato invitato nessun artista visivo. A “rappresentare” l’arte c’era solo una discussione fra i critici Achille Bonito Oliva e Francesco Bonami, oltre a un programma al museo MAST con una serie di incontri insieme a professionisti del settore artistico, con varia creatività, graffiti, fumetto (si è parlato anche di fare foto col cellulare). Nel paese dell’arte il più importante giornale di progresso fa un festival e ignora gli artisti. E non può passare inosservato, sempre a giugno, che al Festival di RAI Radio3 a Forlì, dal titolo Arte, Cultura, Lavoro, nessun artista visivo era presente nel programma. Anche se spesso la classe dirigente e politica nomina l’arte come la propria stella polare, anche se centinaia di città sono annunciate da cartelli stradali come “città d’arte” e anche se tutti sono convinti che solo la bellezza e l’arte salveranno il mondo (www.brunellocucinelli.com/it/home.html), gli artisti, che l’arte la fanno, non sono contemplati. Credo, in fondo, che ci sia un misto di imbarazzo e disagio a parlare di arte contemporanea, per molti motivi, e così è meglio evitare di invitare gli artisti. Imbarazzo e disagio perché l’arte di oggi, al di là della Biennale di Venezia e del mainstream, che fanno sempre notizia, è complicata, indigesta e soprattutto impopolare. Forse perché l’arte è pensare in modo sofisticato per mezzo delle immagini, delle forme e dei concetti? È forse il sofisticato che crea problemi? Oppure l’arte di oggi è troppo difficile? Quante persone nella vita mi hanno subito avvertito: ah artista? Mi spiace, l’arte contemporanea proprio non la capisco! E molti sono professionisti, classe dirigente, non gente del popolo o italiani medi. Oppure perché l’arte di oggi è vista come banale – lo sapevo fare anch’io – e ci si ricorda dell’artista visivo o solo quando è maturo (il maestro!) o da defunto (anche perché i prezzi delle opere salgono e allora gli eredi e i collezionisti riscoprono l’artista) oppure quando ha un grande successo e diventa un evento da notizia, da giornale quotidiano? (Mi torna in mente mia nonna Tosca, bolognese, che visse sempre in via San Vitale e conosceva le sorelle di Giorgio Morandi. Non le non prese mai sul serio, tranne quando sentì al TG1 che qualcuno aveva acquistato a un’asta una tela di Morandi, pagandola più di mezzo miliardo di lire…). Nei quotidiani l’arte contemporanea viene presa in considerazione solo quando fa “scandalo”, oppure quando i redattori decidono che è arte commestibile per il grande pubblico. Questo generale sospetto ed esclusione appartiene comunque solo all’arte visiva, non è così per la letteratura contemporanea, per il cinema contemporaneo, per il teatro, la musica, la danza contemporanea. Si può allora azzardare un’ipotesi: il Belpaese, il paese dell’Arte Bella (l’unica cosa che mette d’accordo tutti è la grande bellezza della nostra arte – anche i camorristi e i mafiosi appena possono si circondano di bei quadri classici) è arrivata ad una tale bellezza che quell’apice non può più essere raggiunto. Siamo nati e cresciuti nei centri storici più belli del mondo che hanno rilasciato una specie di imprinting-incantesimo impermeabile ad ogni cambiamento e differenza. L’idea di arte si intende così solo come classica, ideale, virtuosa e irraggiungibile, di un passato lontano, di un paradiso e di una bellezza perdute. L’arte di oggi è ancora vista come difficile, noiosa, portatrice solo di scocciature e conflitti. Se il moderno Van Gogh è oramai entrato nell’Olimpo insieme a Giotto e Michelangelo, è solo perché fa fiori e paesaggi: nei cipressi e negli iris si vedono le belle pennellate (il lavoro!) c’è materia, c’è colore, soprattutto è arte che emoziona. È interessante notare che il gusto comune intende l’arte sempre legata in qualche modo all’emozione mentre tale termine è assolutamente bandito nell’arte contemporanea. L’arte del passato in Italia è un moloch, è un padre non permissivo che tiene ancora i figli per i capelli. Sono grandissime, ad esempio, le difficoltà che si trovano a fare arte contemporanea in Toscana, dove il popolo sente di avere nelle vene lo stesso sangue di Giotto. “Icastica”, una rassegna d’arte contemporanea che si è tenuta per pochi anni ad Arezzo, è stata chiusa a furor di popolo. Sembrerebbe poi che a Firenze ormai chiamino a realizzare mostre solo artisti contemporanei super famosi (Damien Hirst, Jeff Koons, Ai Weiwei, Jan Fabre, Bill Viola), quasi per sbertucciarli. Li si espongono in piazza o nei grandi palazzi, loro confessano che sono solo debitori al Rinascimento Italiano proponendo opere che si relazionano alla capitale del Granducato (“Rinascimento Elettronico” è il titolo della mostra di Bill Viola, Koons si ispira a Bernini, Fabre dialoga col Giambologna) e li si rimandano a casa. Un altro aspetto di imbarazzo e disagio è l’abitudine a non riconoscere l’artista visivo contemporaneo come autore: un caso emblematico è il riuscito progetto di Alessandra Andrini del 2005, il monumento al ciclista Marco Pantani, una grande biglia di plastica collocata davanti alla sede dell’azienda Mercatone Uno (che sponsorizzava il ciclista), visibile dall’autostrada A14. Il giorno dell’inaugurazione la “Gazzetta dello Sport” diede ampio riscontro all’evento in prima pagina, non citando l’artista, l’autrice dell’opera (2). Il quotidiano (sportivo) più letto d’Italia non fece altro che assecondare un sentire diffuso, per cui l’arte è cosa del passato, quindi non reale e se si inaugura un monumento al Pirata a nessuno interessa sapere chi l’ha fatto. Ricordo ancora bene, dopo tanti anni, l’esultanza da curva del pubblico romano –romanesco e romanista– all’Auditorium della Musica durante una interpretazione dell’opera di Ennio Flaiano di Roberto Herlitzka (3). L’attore, mentre recitava un passo dello scrittore di Pescara sull’arte odierna (… se avete in cantina … avanzi di gru metalliche, motorette inservibili, non gettate via niente, tingete tutto di vernice rossa antiruggine e mandate a Venezia…) fu inondato da uno scrosciante applauso liberatorio. L’arte della Biennale rimane in fondo quella del film di Alberto Sordi e della moglie Augusta in Le vacanze intelligenti e spesso fa rima con mondezza. La società diventa però meno distante quando servono soldi: ogni anno agli artisti visivi vengono richieste continue donazioni di opere per aste di varia beneficenza. Ma mai qualcuno che chieda il parere agli artisti sulla città, gli artisti agli incontri, ai dibattiti, ai festival della “cultura”. L’arte fa comodo solo come investimento (sembra che oggi l’unica preoccupazione, quando si acquista un’opera, sia quella di avere il certificato di autenticità, la sola garanzia per rivendere l’arte senza intoppi, un giorno…). Se da una parte l’arte contemporanea è diventata quasi di moda (trent’anni fa l’artista americano Vito Acconci già diceva che oramai era diventata un’affare solo da ricchi), con banche che prendono il loro stand alle fiere di arte contemporanea per orientare gli acquisti in vista di interessanti investimenti, dall’altra c’è grandissima ignoranza e superficialità: nei media generalisti l’arte appare solo se provocatoria, o utile a qualche causa (asili, immigrati, ecologia, sguardo al Passato), oppure si vira sulla Street Art, grande mattatrice degli ultimi anni, che ha invaso le città (costa poco ed è di grande effetto), che forse incarna la vera rivincita del gusto del popolo sull’arte “difficile” degli intellettuali. Due anni fa ho telefonato a Enel (ma non è socio del Museo MAXXI di Roma?) per il contratto del mio nuovo studio a Savigno. La gentile signorina mi chiese che attività svolgessi. Scultura e pittura, sono un artista risposi. L’addetta di Enel disse subito che non esisteva la voce artista e mi pose subito davanti ad una scelta: la metto fra gli artigiani o i liberi professionisti? Per Enel, come in generale per il Belpaese, l’artista è una persona non reale, che non esiste e che comunque è meglio che rimanga al buio.

Note

  1. Joseph Kosuth, L’arte dopo la filosofia, Costa & Nolan, 1987
  2. Alessandra Andrini mi ha confermato l’incredibile fatto.
  3. Il minore ovvero preferirei di no. Una lettura in tre atti dall’opera di Ennio Flaiano, con Roberto Herlitzka a cura di Luca Sossella, regia di Jacopo Gassmann.

Testo pubblicato su DoppioZero:
http://www.doppiozero.com/materiali/fare-larte-ci-vuole-lartista

 

L’arte e la fondazione (di Roma)

Un grande palazzo del centro ha aperto le porte della sua collezione con un nuovo allestimento della quadreria antica e moderna. Una classica quadreria di una fondazione bancaria (l’arte nelle fondazioni ha sempre un ruolo) che col possesso di opere forse cerca di alleggerire il suo compito decisamente materiale e disinvolto: i giuochi di luce di tutti i panni e panneggi dei vari personaggi antichi, compresi i santi, servono a supportare spiritualmente le grandi istituzioni della nostra civiltà. Le opere nella sede in una banca oltre a svelare l’indissolubile legame dell’ambiente del denaro e del potere con l’arte, intesa come investimento e celebrazione di un’idea di società e di cultura, sanciscono definitivamente la sconfitta di quest’ultima che non ha per nulla inciso, nonostante l’Italia ne sia piena, sulla storia moderna e contemporanea del Belpaese. Se c’è uno stato nell’Occidente lontano dalla cultura intesa come cura della conoscenza, dell’intelletto e dei saperi e soprattutto del loro riconoscimento cui l’arte mira, questo è proprio il nostro. Messa velocemente fra parentesi la figura dell’artista maledetto, solitario, reietto e scomodo, oggi, come il ieri dei Carracci, l’arte diventa giusto una conferma di potere e magnificenza. L’arte classica poi -quando qualcosa diventa classico diventa assolutamente innocuo- è finita per essere, nonostante i suoi significati originali, giusto un passatempo fra i divani del salotto del Buon Gusto dove si parla sempre del Bello e della Bellezza che un giorno, dopodomani, salverà il mondo. A forza di ammirare la luce dei Caravaggio, dei Guido Reni e dei Guercini che abbaglia perfino i camorristi, siamo diventati un paese con un rapporto problematico e sospettoso quasi di imbarazzo con l’arte del proprio tempo. Le quattrodici scene dei Carracci del fregio della Storie della Fondazione di Roma del grande palazzo bolognese forse ci confermano che nonostante siano tutti capolavori, le opere antiche, non si sa come e nemmeno il perchè, si prestano comunque oramai a supportare e a condurre a una visione ingessata e ferma nel tempo. Il racconto delle gesta e dei miti del passato– che nell’epoca moderna hanno fatto solo danni- narrati da altissima pittura non può che rivelarsi una storia, a volte storiella, comoda, amabile e giusto gradevole a cui siamo abituati da secoli. Solitamente le opere -ora è il momento del Nettuno- sono oscurate e sottratte alla vista del pubblico per il loro restauro. Si potrebbe invece coprire per un periodo, una specie di anno sabbatico, il fregio dei Carracci della sala delle Storie della Fondazione di Roma con una sorta di impalcatura, una struttura provvisoria, una grande fodera con legni che impedisca di farci sedurre dalle nobili gesta di Romolo, Remo, Amulio e Acrone. E che ci faccia comprendere, giusto per un anno, il senso illusorio dell’arte antica del quale il paese è da troppo tempo ammaliato.

Fami male

Neve Mazzoleni: Hai una capacità rara nel cercare, soffermarti sul dettaglio dimenticato, raccogliendolo e riattivando intorno ad esso un significato e una storia spesso a sfondo personale, comunque profondamente umana. Cosa ti ha portato alla Stazione Marittima di Messina? Flavio Favelli: In estate vado spesso in Calabria, ma non per andare al mare, per andare in bassi Itaglia come si dice in Emilia. L’anno scorso ero a Reggio Calabria, sullo stretto, uno dei pochi luoghi che sento esotico, un po’ come andare a Baghdad. Sono andato per vedere e vivere certi contrasti, certi paesaggi poco ortodossi, certe insegne di negozi, certi incarti di pasticceria… ma soprattutto per tutte le cose abbandonate, rotte, sbragate, cadenti con le loro macerie, come certi palazzi delle città vecchie insieme a quel poco di natura che riesce a crescerci dentro che crea una magnificenza semi artificiale. Amo la desolazione, quel degrado a tinte nobili che trovo solo nel Meridione. Sono visioni di un passato consunto, quelle che il Nord non si può più permettere, situazioni sconcertanti, una parte di mondo sfasciato che permette spettacoli sublimi, fra il pittoresco e l’orrido, il catastrofico e l’apocalittico, perché l’apocalisse è bellissima quando si è solo spettatori. Una mattina ho preso l’aliscafo e sono andato a prendere un caffè a Messina. Sono stato colpito dalla stazione di Messina Marittima: una bellissima architettura fascista semideserta a pochi metri da Messina Centrale. L’edificio è ad arco con un enorme muro in travertino con un camminamento sopraelevato che attraversa i binari. Sembrava un quadro metafisico con la parete avorio altissima. Anche se c’era rumore – traghetti, treni, auto, annunci lontani – c’era un silenzio di fondo. Ho visto, ritmate, delle scritte esili a matita blu, dei versi gracili che si svolgevano lungo il muro. In un luogo solitario, immobile rispetto al flusso del presente, intercetti una scritta ripetuta, fragile, diversa da un marchio, unica. Perché ti è piaciuta? Prima per il suo ordine, il suo aspetto formale composto, leggero, appena percettibile e poi il significato, sconcio, sguaiato e sensuale allo stesso momento. Oltre alla sua dolcezza: so baciare… so fare l’amore, fami male. La cultura dominante la bollerebbe come volgare e scurrile. La volgarità è un abisso complesso da cui si tengono alla larga solo gli stolti e gli ignoranti oltre a quelli che aspirano alla santità e ai seguaci del sacro. Sono 11 stazioni di una via crucis misterica dove si intrecciano talmente tanti termini, molti inventati, che solo a pronunciarli evocano immagini molteplici… assomiglia ad una nenia che inizia sempre allo stesso modo – cerco – una specie di rito – preghiera nella speranza di trovare un giovinetto rigorosamente di 20-19 anni. Come arriva nella tua pratica? La mia pratica coincide con tutto ciò che mi piace e tutto quello che piace ad un artista è per sua natura articolato, complesso e ambiguo. Mi piacciono le scritte, i termini sboccati e quelle che il costume chiama le cose spinte, perché se non si spinge si sta fermi. Forse peccato solo che quel giorno non fosse sabato. Una forma di epigrafia contemporanea, legata al tuo bagaglio di storico, dove ti sei preso la briga di catturare la scritta dal travertino e studiarla. Da lì hai fantasticato su chi possa esserne l’autore. Leggendo questa via crucis avvengono tante cose: immagini, pulsioni, processi onomatopeici, ricordi. Parole masticate, sbocconcellate, impastate da stati tanto poveri e grezzi quanto ebbri e dionisiaci. Un beracazo: un bel ragazzo o un bel cazzo? Sofre lamore: so fare l’amore o soffre l’amore? So baciare: già, so baciare? È molto probabilmente una persona di sesso maschile o multiplo o forse è solo una persona di sesso e basta che cerca beracazi. Faceva caldissimo con una luce abbagliante. Von Gloeden non fotografava i ragazzi da queste parti a Taormina che è poco più giù? Tu dici “Amo la desolazione, quel degrado a tinte nobili che trovo solo nel Meridione”. Contrasti e stratificazioni. La malinconia gioca un ruolo nella tua ricerca. Fra Scilla e Cariddi in uno dei luoghi più densi del pianeta dove si intreccia non la nostra storia, ma la storia del mondo su un bellissimo edificio fatto dal fascismo ma lercio e offeso da tag indifferenziate, quasi abbandonato, in una desolazione assordante e un degrado concreto, ho trovato questi messaggi intensi e letterari. Tutto ciò, visto il contesto, il clima e gli odori – non c’è quello di zagara, ma ancora quello della ferrovia con le traversine ancora vergini dalla TAV – è commovente, è tragico nel senso di sublime. È una grande opera complessa. Mi hai raccontato dei tuoi viaggi da bambino, abitudine che non hai perso. Ho ancora una bellissima foto di quando ero bambino avrò avuto 7 anni con un arancino (o arancina) e una bottiglietta in vetro di Chinotto Levissima sul traghetto sullo Stretto. Mi ricordo questi viaggi con mia madre; a volte penso che mia madre al di là per la passione del Bello e dell’Arte, mi abbia – a volte forzatamente – portato a fare viaggi perché alcune cose bisognava vederle e viverle, come una specie di compito. E il Meridione andava visto, si doveva vivere il più possibile perché era la Bellezza vera, senza mediazioni. Perché portare questo intervento proprio in The Open Box? È da quando ho visto queste scritte, che voglio in qualche modo presentarle; questa è stata l’occasione. Delle 11 stazioni ne ricopierò tre sui tre muri di The Open Box.

***

Neve Mazzoleni: You have a rare capacity for seeking out and lingering over the forgotten detail, treasuring it and reactivating around it a meaning and a story often with a personal and in any case profoundly human background. What took you to the Stazione Marittima in Messina? Flavio Favelli: I often go to Calabria in the summer, not for the seaside, but to go to bassi Itaglia as Southern Italy is somewhat vulgarly known in Emilia. Last year I was in Reggio Calabria, on the strait, one of the few places I feel to be exotic, a bit like going to Baghdad. I went to see and to experience certain contrasts, certain somewhat unorthodox landscapes, certain shop signs, certain pasticceria wrappings… but above all for all the abandoned, broken, ragged things, crumbling into ruins like certain buildings in the old towns together with what little that is natural that manages to grow in them to create a semi-artificial magnificence. I love the desolation, that noble decadence I only find in the South. These are visions of a threadbare past, those which the North can no longer afford, bewildering situations, a broken part of the world that permits sublime spectacles, ranging from the picturesque to the horrible, the catastrophic and the apocalyptic, because the apocalypse is beautiful when you are just spectators. One morning I took the hydrofoil and went for a coffee in Messina. I was struck by the Messina Marittima station: beautiful, semi-deserted Fascist architecture just metres from Messina Centrale. The building is arched with an enormous wall in travertine featuring a high-level walkway crossing the tracks. It looked like a metaphysical painting with that soaring ivory wall. Even though there was noise – ferries, trains, cars, distant announcements – there was an underlying silence. I saw thin, rhythmic writings in blue crayon, graceful verse running along the wall. In a solitary place, immobile with respect to the flow of the present, you intercepted a repeated, fragile script, different from a mark, unique. Why did you like it? Firstly for its order, its composed, light, barely perceptible formal aspect and then for its meaning, dirty, vulgar and sensual all at the same time. As well as for its sweetness: so baciare… so fare l’amore, fami male (“I know how to kiss… how to make love, hurt me”). The dominant culture would label it as tasteless and smutty. Vulgarity is a complex abyss ignored only by the stupid and the ignorant along with those who aspire to sanctity and the followers of the sacred. There are 11 stations on a mystic via crucis in which so many terms are entwined, many of them invented, they need to be pronounced to evoke multiple images… It is like a lullaby that always begins in the same way – I’m looking for it – a kind of ritual-cum-prayer in the hope of finding a young man of no more than 19-20 years old. How did it arrive in your practice? My practice coincides with everything I like and everything an artist likes is by its very nature articulated, complex and ambiguous. I like the writings, the filthy terms and those that public decency would see as hard core, because if you don’t push you stand still. Perhaps it’s just a shame that that day wasn’t a Saturday. A form of contemporary epigraphy, tied up with your historian’s baggage, in which you have taken the trouble to physically capture the script on the travertine and study it. From there you’ve pondered on whom the author may be. Reading this via crucis provokes many things: images, pulses, onomatopoeic processes, memories. Chewed up, mangled words, kneaded by states as poor and rough as they are inebriated and Dionysiac. A beracazo: a “bel ragazzo” or “beautiful boy” or a “bel cazzo” or “fine cock”? Sofre lamore: “so fare l’amore”, “I know how to make love” or “soffre l’amore”, “suffers love”? So baciare: right, “so baciare”, “do I know how to kiss”? Very probably the author is of the male or multiple sex or perhaps just a person of sex looking for beracazi. It was baking hot with a dazzling light. Didn’t Von Gloeden photograph the boys from around here at Taormina, just a little further down? Your say “I love the desolation, that noble decadence I only find in the South”. Contrasts and stratifications. Melancholy plays a role in your research. Between Scylla and Charybdis in one of the densest places on the planet where it is not our story that is woven but the story of the world in the form of a beautiful building constructed by the Fascists and now filthy and insulted by indiscriminate tags, almost abandoned, in a deafening desolation and all too real decay, I found these intense and literary messages. However, given the context, the climate and the odours – not that of orange blossom but there is still that of the railway with the still virgin sleepers of the TAV – it’s moving, it’s tragic in the sense of sublime. It’s a great and complex work. You have told me about your trips as a child, a habit you have never lost. I’ve still got a beautiful photo of when I was a child; I would have been 7 years old with an arancino (or arancina) and a glass bottle of Chinotto Levissima on the ferry over the strait. I remember these trips with my mother; at times I think that apart form a passion for the beautiful and for art, she took me – by force at times – on trips because some things had to be seen and to be experienced, as a kind of assignment. And the South was to be seen; one had to experience as much as possible because it was true beauty, without mediation. Why have you brought this project in particular to The Open Box? Ever since I saw these writings I’ve wanted to present them in some way; this was an opportunity. Of the 11 stations I’ll be copying three on the walls of The Open Box.

1
CECO UN BE RACAZO ANI 20-19
MI PIACE REDELA IN PULE E NI BOCA
LO FACIO CODERE MELU INCUIU TUTO
FINA

2
RACAZO ANI 20-19
FACIO BI POPINI
C MI PACE PREDELA
NI CULO E NI BOCA
ME LO NI CUIO TUTO
FINO A LUI – NACOIA
MI FACIOROPERE LI QULO
TUTO DENRO
MI FACIO BACIARE CON – LALIQUA
LI SABATO – SONO QI – DALE -23-AMEZANOTE – 100
TUTI I SABATI

3
CERCO UN BERACAZO ANI 20 19
CON CAZO ROSO-E DURO – AFAMI
MALE –IO RRIDO TUTO NI PULO E NI
BOCA ME LO NI COIO – LOSURO FINA – UTIMA BOCA
SONO PILI SABATO SERA DALE 23 FINA MEANOTE -100
SE VIEI – CI DI VETIAMO – MI FCIO BACIARE NI BOCA CON NI PUA
C QARO BEI PONPINI TUTII

4
CERCO UN BERACAZO ANI 20 19
CON LI CAZO ROSO – E DURO A FAMI MALE
LAPRENDONI BOCA – E NI – PULO
CON LI RISUHIO LICALOBELO DURO
MI FACIO SBURENIBOCA
SONO – TUTI SABATI –DALE ORE 23-FINOAMELANUTT 100
ASPETANIIUI

5
CERCO UN-BERACAZO -ANI 20-19
CON LI CAZO ROSOE DURO A FAMIMALE
LORENDO –NIBOCA –E-NIPULO –TUTODERO
MINCOIOLOGUROFINO AL UTIMACOJA
MI FACIO BACIARNIBOA CONLALIQUA
SONO-QUI-LI SABATO SERA-DALE -23- FINO –AMEZANOTE-100
SE VIENI-TIFACIO DIVERTIRE TUTI – SABATI – S

6
CERCO UN BERACAZO ANI 20 19
CON –LICAZO ROSO –CEMI FACIACODERE
LA PRERNDO IN BUA E IN PULO – MI PACE LO SBUO
MEOU – COIO –EINO ALUTIMA COIA
BI FACIO BACIAR NI BOCA
SONO LI A TE –SERA LE 23-FINO –MEZANOTE -100

7
CERCORACAZO ANI -20 19
CON LICAZO ROSO –E DURO AFAMIMALE
E O PRENDO NI BOCA ENI PULO MI NI COIO LO.SURO
CON LI RISUHIO BIFACIO CODERE
E VOLIO ROFO LI PULO – LOVOLIO RO ROSO E DURO
AFAMIMALE – LO RENDO ONIBOCA – MIPIACELOSUPO
MEOLO NICOIO – FINO A LUTIMA COCIA
SONO QUI DALE 23 FINO ALE I -100

8
CERCO UN BERACAZO –ANI 20-19
CON LI CAZO ROSO E DURO A FAMI MALE –LORENDO –NIBOCA
E –NI PULO –MINI COIOLOSBURO FINO ALUTIM COCIA LO FIO CNLIRI SUCHIO
SO-BACIARE – SOFRE LAMORE SONO QUI DALE 23 ALE 100

9
CERCO UN RACAZO CON LI CAZO ROSO – ANI 18-19
CE MIFA CIA CODERRE LARENDONI PUO ENI –BOCA
MI NCUIO LO BUO FINO A LUTIMACOIA
LO PULISCO CONA BOCA SONO QUI SABATO DALE 23 FINO A MEZANOTE – 01 L UNA E MEZA
SE VIENI CI DIVETIAMO –
CI VEDENO ALA MARITIMA DALE- SCALE

10
CERCO UN –BERACAZO – ANI 20-19
CON I CAZOROSO – E DURO A FAMIMALE
LO RENDO –NI BOCA – ENI – PULO – MIPIACE – OSBURO
ME LONI COITUTO –BI FOIO CODERE – SOBACIARE
MECLIO – UNA DONA – MIFACIOLEARE TUTA PURE LI BUCO-DEPULO
SONO QUI DALE -23 ALE UNA 100

11
CERCO   CERCO – UN- BERACAZO ANI 20 19
CONLI CAZO ROSO-E DURO -AFAMIMALE
IO PENDO – IN – PULO – E –NI BOCA MINI COIO – LO SURO FINO ALUTIMA COIA
FACIO BEI – POMPINI CON LORISUBIUO MELA FACIO METERE NI PULO – MI FACIO SBURADEMRO
MI FACIO – ROPERE LI PULO A UCIRE SAPUE VOLIO ROPOLIULO
SONO QUI DALE – 23 ALE – 100