UNIVERS. Un negozio metafisico

“Nella mia città ideale c’è sempre stato un negozio,
che più che per vendere esiste per ricreare l’ambiente di un negozio,
ma in fondo, senza esserlo completamente.
Un bel negozio dove stare ‘come dentro un bel negozio’,
ma dove si vendono solo poche cose, quasi niente”

Flavio Favelli
UNIVERS
un negozio metafisico

8-14 maggio 2017
h. 12.00-22.00

Fondamenta Sant’Anna 994
Castello (in fondo a via Garibaldi)
Venezia

Traghetto fermata: Giardini

MAPPA/MAP 

astra 1 copia

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Senso 80

La cosa più interessante del Diurno sono le sue insegne e le sue scritte più recenti, sparse qua e là: un adesivo su un vetro, qualche plasticone di agenzie di viaggi, le Ferrovie dello Stato, prodotti di bellezza e Coca Cola, oltre al caffè Hag. Sono tracce forse poco nobili rispetto al progetto originale degli anni Venti, ma il contrasto è forte, sono segni di vita vissuta veloce e moderna verso il nuovo, il tempo libero e la società dei consumi. È il benessere che amiamo e che pialla tutto. Del resto gli italiani più di altri hanno avuto sempre gusti pop e trash, ma si sono sempre vergognati a dirlo; si sono solo preoccupati di dimostrare che Giotto o la Cappella Sistina fosse un buon motivo per vivere. La mia famiglia si è spaccata e poi dissolta sulla faccenda del bello e del Buon Gusto, uno dei vanti del Belpaese; in realtà i motivi erano altri, sostanzialmente di potere, i conflitti classici psicanal-familiar-borghesi che si travestivano con ideali e faccende politico-artistico-spirituali. Sono cresciuto fra gli slogan della pubblicità, sempre liquidati con sufficienza, scontri generazionali e autoritarismi novecenteschi, il tutto condito da musei, pinacoteche, neon ministeriali, tribunali e vari uffici per documenti. La mia famiglia ha speso un’esistenza per compilare e consegnare documenti. Per via di una specie di introiezione delle cose di casa, la vera casa borghese manifesta il suo essere in ogni oggetto e stanza, ho sempre avuto come riferimento i mobili, armadi, comò, tavoli, ribaltine, oltre ai pavimenti e pianciti, che danno con la loro presenza un senso di autorevolezza e andamento, custodi di un immaginario che narra incessantemente. L’arredo era così intenso che diventava testimone delle vicende familiari. Mobili che contengono una sorta di principio della conoscenza, fatti di incastri e lavorazioni commoventi. Sono così tante le immagini sospese di questi arredi – la stanza dei mie nonni non è la stanza dei nonni, ma una storia complessa, direi profetica, dove alto antiquariato, valore dei soldi, Spirito Santo e cultura del cibo, insieme ad un pantheon di divinità, costituivano, dal servizio in argento alla messa domenicale, l’ordine – che formano una specie di grande collage in movimento, fra il caleidoscopio e la sciarada. Mio padre, che si sentiva artista, frequentava luoghi come il Diurno perché erano moderni, come per prendere un caffè Hag, un Hagghe avrebbe detto.
Mio padre amava il cinema, il cine, il bar e il treno, era ferroviere e viaggiava gratis in tutta Italia in prima classe sui Rapidi, quelle che hanno fatto un pezzo di storia d’Italia, sulle poltrone di tipo velluto verde marcio con aria condizionata, con le porte scorrevoli di vetro, tutte trasparenti, perché il nuovo e il moderno dovevano essere trasparenti.
Le insegne, le reclame, le scritte pubbliche e gli slogan sono l’apice della cultura moderna che divora tutto, ma solo dopo averci fatto vedere intensi bagliori di luce e di cristallina bellezza e libertà.

One Pound

La cancellazione è un tema costante e ricorrente della mia vita.
Le immagini censurate, private, oscurate, coperte, tamponate, sono immagini attraenti e che metto in relazione al piacere oltre che al conflitto.
A volte penso che il mondo si divida in due: fra chi ha un sussulto nel vedere una targa coperta da una plastica nera o le scalpellature sopra dei bassorilievi egizi, antiche damnatio memoriae, e chi invece no. Davanti a insegne oscurate, col marchio-logo coperto da vernice o teli ho sempre avuto un impeto: riconosco una complessità formale da indagare, ma soprattutto da contemplare.
Alla stazione Centrale di Milano, dopo la fine dei binari, sul muro sopra la porta principale, c’è una grande macchia, un segno astratto deciso, avvenuto per caso, assolutamente magnifico.
Raccolgo da tempo francobolli e banconote con errori.
L’errore sulla carta moneta da una sterlina –in fase di stampa c’è stata una piega imprevista del foglio successivo per cui l’inchiostro non ha colorato parte della faccia di Elisabetta II- mi ha ricordato una delle immagini più dense che ho incontrato, la copertina del disco God save the Queen del gruppo Sex Pistols del 1977, dove gli occhi e la bocca della Regina furono censurati con le scritte e che sembra quasi un negativo di certi costumi indossati dalle donne nell’islam di oggi.
Non è un caso che la banconota da una sterlina sia britannica.
Nella mia storia familiare la perfida Albione ha avuto un ruolo culturale importante.
Dal tè all’impermeabile – quando Burberry era una casa di moda in declino per signori- i miei nonni hanno sempre avuto un rapporto speciale con la Gran Bretagna.
La zuppa inglese –dolce tradizionale bolognese- naturalmente ci univa all’Inghilterra e anche se nella casa di campagna non riuscivamo mai ad avere un prato come loro, la carne all’inglese o il rosbif –come lo chiamava mia nonna Tosca- era la sola ricetta non bolognese ammessa in tavola. Mio nonno amava il Regno Unito perché in fondo amava l’Impero e poi aveva rifatto la casa danneggiata dai bombardamenti vendendo le colonie inglesi.

Via Guerrazzi 21

Non c’è posto più fantasmatico di Via Guerrazzi 21.
Ho vissuto ventisette anni fra il primo e secondo piano in tre appartamenti di questo palazzo. Sono venuto qui nel 1974. Mettendo insieme tantissimi momenti direi che alla fine ho passato qualche settimana della mia vita a guardare il giardino interno, le palme a volte con la neve, i fiori del Calicanto e quelli della Magnolia sempreverde.
Via Guerrazzi 21, insieme alla casa di Pavana, è il luogo dove si sono consumate tutte le faccende della mia famiglia, una grande opera letteraria, dove sono stato un personaggio centrale; in fondo con me finisce tutta la storia. Figlio unico e da dieci anni tutore, quasi a difendere e custodire poeticamente e legalmente tutta questa roba.
Roba perché quello che rimane sono mobili, immobili, oggetti ed immagini di una vicenda infinita. All’ultimo piano delle scale ripide e buie, ora tinteggiate da un colore da Soprintendenza, non mi avventuravo mai perché abitava una strana persona, elegante e distinta, sempre con gli occhiali scuri anche se era buio; il Signor B. era invertito come ammoniva mia nonna Tosca. Nell’altro appartamento abitavano le Signorine S. due sorelle anziane quasi invisibili di Palermo che contribuivano al silenzio e all’idea che l’eccezione confermava la regola: in centro a Bologna ci abitavano i bolognesi.
Il primo grande appartamento aveva i pianciti con la veneziana e i soffitti altissimi, uno era affrescato e mio padre aveva messo due faretti colorati uno giallo e uno blu su un ripiano sopra lo stipite della porta, a smalto lucido avorio, per dare un effetto scenografico. Una volta mia madre fece un pranzo per cinque dei mie compagni della scuola media, anche se non ne capii mai il motivo. Da bere c’era spremuta fresca servita in una brocca-thermos con l’interno in vetro e l’esterno in sughero, lavorata e argentata.
Prima di versare mia madre mescolò per un’ultima volta e il vetro scoppiò, un vetro quasi specchio, marezzato con riflessi ottone. Una volta il nonno Carlo, marito di Tosca, mi rimproverò perchè stavo mescolando il tè in senso antiorario.
Non si mescola al contrario! mi riprese.
Tutto aveva un verso e un posto per lui, i piloni del mondo si reggevano con la precisa applicazione delle giuste regole fra cui mescolare in senso orario. Regole chiare di differenti provenienza: buone maniere, buon gusto, superstizione, Civiltà Cattolica e usanze borghesi. Restai sempre col dubbio che mia madre quella volta mescolò in senso contrario, in modo invertito.

Vari abissi

Quando nel 2006 la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino mi disse che il tema del progetto personale per il quale sarei stato invitato a partecipare a una mostra per l’anno successivo, sarebbe stato l’ambiente, e il nome della mostra Ambient Tour, non la presi benissimo. Con l’ambiente inteso come questione verde non c’entravo nulla e l’ecologia mi ha sempre annoiato; se sono stato uno dei primi a raccogliere la carta per la raccolta differenziata, è perché la separazione dei materiali in diverse categorie, il loro impacchettamento e la conseguente pratica per lo smaltimento mi hanno sempre dato un senso di efficienza, organizzazione e un piacere che ha a che fare con un’idea di archivio che ho sempre indagato: si mette a posto sia perché c’è sempre disordine, sia perché si cerca sempre un nuovo ordine delle cose (e l’artista in fondo non fa questo?). Ho sempre pensato alla Natura come una gran brutta cosa e sono sempre stato consapevole che la cultura da cui provengo, l’amato Occidente, abbia certo perpetrato un grande scempio e dei crimini orribili, anche se difficilmente sarebbe stato possibile fare diversamente. Da post-ebraico-cristiano sono comunque soddisfatto di questo lavoro, anche se c’è un lato molto sporco e con parecchio sangue versato. Certo è che se abbiamo sconfitto molte malattie e neutralizzato batteri, virus e organismi complici, poi diventa difficile essere attenti ad altri essere viventi importanti per l’equilibrio dell’ecosistema. Voglio dire che quando si ha in poppa il vento del …siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare… per parecchi secoli, insieme a progressi e lumi, poi diventa arduo, di colpo, cambiare gioco. Credo, grosso modo, che l’arte sia in estrema opposizione alla Natura –non ho mai compreso la Land Art-; alla fine è per la grande civiltà romana che abbiamo iniziato a distruggere tutto. Per la mostra Ambient Tour mi rimboccai le maniche e pensai all’ambiente di immagini del mio habitat psicologico che evocò subito il mare vissuto e pensato come uno dei peggiori luoghi. Il mare blu, blu scuro, scuro-scuro, quasi nero, gli abissi profondi che solo a pensarli stordiscono. Già da bambino non riuscivo a tenere aperto un libro sugli animali con una grande balena nel mare, mi dava le vertigini, era di una grandezza anormale, mi ricordava le cose che stavano sotto, le profondità abitate da mostri marini e che forse erano già inquinate da fantasmi familiari. A ben pensarci i miei contatti con la Natura sono stati sempre a tinte ambigue e non semplici. Ricordo bene a vent’anni feci un lungo viaggio a Cylon e poi alle isole Maldive, su barche di pescatori in atolli paradisiaci da Robinson Crusoe con un mare da Muratti Time. Eppure sulle spiagge dolci e bianche, dove i colori erano più morbidi della spiaggia e l’acqua chiara e compiacente, c’era, nonostante tutto, qualcosa di sinistro, aleggiava qualcosa di negativo e di desolazione. Era sua maestà la Natura in tutta la sua silenziosa sovranità. Passeggiavo con l’acqua a mezza gamba fino alla fine dell’atollo, poco più avanti il celeste chiaro tendeva all’azzurrino per poi virare al blu, sempre più blu. Rimanevo inebetito a contemplare tale scenario talmente magnifico da sembrare irreale, finto e infine inquietante. Era un blu scuro che presentava l’inizio del baratro, dell’abisso. Era una Natura muta, sorda, impassibile che avrebbe permesso a fratello mare di inghiottirti dolcemente fra flutti sinuosi e acque fresche nel suo silenzio stordente che giocava solo con qualche fruscio del vento e delle foglie di palma in un luogo di infiniti. Una situazione piacevolmente subdola, una sensazione ingannevole.

Cercando più indietro affiorò un’altra immagine (1),

quella del 29 giugno 1980, che vidi su Il Resto del Carlino che leggevano i mie nonni in vacanza, sull’Appennino Pistoiese. Avevo 13 anni e nella casa di Pavana ci andavamo ogni anno per tre mesi. La scuola finiva i primi di giugno e iniziava il primo ottobre. La casa di Pavana, un villino dei primi del 900, rappresenta una specie di soffitta psicologica. Isolata dal giardino intorno e dai suoi 12 tigli, è una casa sempre uguale, con le stesse cose da sempre che ricordano momenti che solo a Pavana riprendono a scorrere ogni volta nella mia mente. Tempo fa iniziai a scrivere su quella casa e iniziai con questa frase: i ragni urlavano nelle siepi. Erano le siepi di bosso verde scuro una volta modellate con cura e ora quasi abbandonate. L’immagine sulla prima pagina del Carlino era una foto in bianco e nero (allora i giornali non stampavano a colori) con un manichino bianco –ma era uno dei primi cadaveri affiorati- e il mare nero come il fondo di un pozzo, un rettangolo di abisso anonimo come è anonima la Natura che rende tutto anonimo e fa scorrere tutto senza pietà e ricordo. E’ come se questa foto avesse reagito con l’ambiente domestico e le vicende familiari, ammantandosi di varie immagini che poi rilasciano, nel tempo, a poco a poco, una scia di flash che, non si sa quando e come, ogni tanto mi si accendono ed emergono per un contatto casuale fra luoghi, visioni, ricordi, rumori…

C’è una forte analogia fra la figura della immensa balena che non stava nelle pagine del libro e l’aereo: entrambi sono sproporzionati, di una grandezza non percepibile, di una scala che mi ottunde; la loro mole allaga i miei sensi. Quando sto per salire su un jet dalla scaletta, sento lo stesso turbamento di quando ero bambino davanti al libro-problema. L’enorme pancia bianca e i suoi folli criteri, quasi captassi un collasso improvviso su di me, mi disturbano. Il ventre quasi epidermico e organico è mostruoso, forse ha tutte le budella dentro. La faccenda della Strage di Ustica è così diversa dalle altre: un aereo che incontra il mare è spaventoso e lo è ancora di più se la carcassa viene ricostruita ed esposta. Ed è stata un’altra foto (2),

sempre su un giornale, questa volta americano, quella della cerimonia commemorativa del 5° anniversario dell’11 Settembre 2011. Ero a New York e per la strada vidi vari quotidiani con un rettangolo nero. Era una vasca non tanto grande col fondo nero e l’acqua nera anche se la foto era a colori. Un pezzo di abisso dove il Presidente Bush con sua moglie e un militare in uniforme stanno in raccoglimento. Sono tutti e tre su un terreno ghiaioso, è il fondo di Ground Zero oramai ripulito dal crollo delle Torri Gemelle, è il punto dove sorgerà il monumento all’11 Settembre. L’America ha scelto di ripartire da un buco nero, da una vasca oscura di pochi metri quadrati. La breve cerimonia prevedeva di adagiare sul piccolo abisso una corona di fiori che galleggerà senza dimora come se fosse in mare aperto. In uno dei luoghi più artificiali del pianeta, più urbanizzati, più moderni, si cerca un’idea di un nulla nero, un pezzo di mare senza vita scuro, si cerca di ricostruire un luogo oscuro e anonimo dove possa galleggiare senza fine un corona di fiori con l’idea che un giorno marciranno in bocca ai pesci. Le cose che emergono dal mare hanno un non so che di artificiale, di immaginario (3,4,5).



Dopo che vidi la foto del pozzo nero, cercai di ricomporre qualche parte delle tante immagini che aveva generato: mi apparvero vasche, giardini (6,7),

orti botanici, fontane, il mare nel cassetto, acquari, tutto quello che avevo visitato con mia madre nei nostri infiniti viaggi, tutto ciò che avevo notato da bambino e che era tutto quello che avevamo escogitato nella nostra storia di questa parte di mondo nell’infinita lotta per cercare di avere la meglio sulla Natura. L’opera che presentai si chiamava Giardino d’Inverno (8,9)

e consisteva in una vasca composta da tre vasche da bagno tagliate, risaldate e impermeabilizzate e poggiate su una specie di struttura con un delizioso gioco di ringhiere assemblate in ferro battuto. La piccola piscina nera era sollevata da quattro angoli verdi, dei vasi di aspidistre, una della piante che amo di più. Sono piante ornamentali (che concetto sublime, le piante che esitono solo per ornare!) con lunghe foglie scure, che rifuggono la luce e prediligono gli interni bui, di case e vecchi palazzi. Le aspidistre, come le ortensie, sono antiche, desuete ed amano l’ombra; sono gli ornamenti delle case psicologiche, delle istituzioni di un periodo della mia vita, dove gli usi della religione s’impastano con le faccende mondane, di famiglia, insieme alle angosce e ai capricci della borghesia. Mia nonna Tosca è stata un’eccellente intreprete per 99 anni di questo mondo dove ogni cosa aveva un suo posto preciso e dove si doveva sapere, fin da subito, le regole per starci.

Le due vasche nere del 9/11 Memorial (10,11) sono un abisso otturato che ricorda il luogo sacro dove sorgevano le Twin Towers con un vuoto artefatto, unica fontana dove l’acqua non zampilla ma s’inabissa, una cascata censurata dentro una voragine nera, levigata dalla pulizia del gusto minimal. Questi buchi sono diventati l’origine degli Stati Uniti e i due grattacieli i piloni immaginari che sostenevano il cosmo del paese.

Tutto gira, come un gorgo… il mare nero, il DC 9 dell’Itavia, l’aereo –la più grande macchina-artificio pieno di snack e salviette profumate- che viene giù e s’inabissa in una zona limite per i radar di allora, nel cuore del Tirreno, in uno dei punti più profondi, i manichini che galleggiano, come le corone di fiori nelle vasche nere che ricordano le Torri Gemelle, distrutte sempre dagli aerei –coi loro ventri lucidi- che entrano puliti e chirurgici, per poi espoldere in uno sfondo di cielo azzurro-azzurro come il mare delle Maldive. E’ una catena di flash che si accende ogni volta e che mi porta a quella balena delle vertigini, che il mio sguardo non poteva sostenere.

Anche in un sacchetto di una popolare catena di supermercati (12) stampato su plastica, -di quella che soffoca i pesci- con un inchiostro bluastro c’è una specie di poesia-preghiera che dice che le Torri sono nella nostra mente e nei nostri cuori, insieme ai nostri abissi.

Note:
 1 - Foto ANSA del 29 giugno1980 apparsa su Il Resto del Carlino
 2 - Giardino d’Inverno, ritaglio di giornale con cornice, 25x41 cm., 2007
 3 - Souvenir, foto, Dario Lasagni
 4 - Souvenir I, mobili tagliati e ricomposti, 90x126x58 cm., 2007
 5 - Le foto esposte
 6 - Abissi, foto, 2006
 7 - Giardino d’Inverno, foto, 2006
 8 - Giardino d’Inverno, materiali vari, 70x230x160 cm., 2007
 9 - Giardino d’Inverno, particolare
 10 - 9/11 Memorial, New York, foto, 2015
 11 - 9/11 Memorial, New York, foto, 2015
 12 - Always, Forever, foto, 2015

Luigi Marulla

Sono stato invitato da Alberto Dambruoso alla residenza d’artista BO_CS a Cosenza, sostenuta da Comune e Provincia della città calabrese. 
Il programma prevedeva che alla fine del soggiorno l’artista lasciasse un’opera per la collezione del futuro museo d’arte.

Ho proposto di fare un wall painting su un muro pubblico, visto che è una pratica che seguo ultimamente; sarà quella la mia opera per il museo.
Avevo in mente di dipingere una vecchia pubblicità dell’Itavia Aerolinee soggetto su cui ritorno da anni (fra l’altro molto attiva in Calabria con gli scali di Crotone e Lamezia, così anche quelli che il progetto si deve legare al territorio, sarebbero stati tranquilli). Improvvisamente, il giorno dopo il mio arrivo, il 19 luglio, muore Luigi Marulla, calciatore simbolo della città, il calcio a Cosenza.

La sera stessa cerco su Internet le figurine su cui è apparso durante la sua carriera.
Per me Marulla significa immagini e ricordi di un calcio minore, il fascino di un calcio della provincia meridionale sui campi con poca erba in area, nei servizi sbiaditi di Novantesimo Minuto, che mostravano, oltre alle partite, vedute di luoghi.
Storie lontane, spesso malinconiche, schiacciate da una bellezza ridondante di un passato a pezzi e una desolazione che solo la modernità può dare. In un ambiente fra lo sfasciato e una magnificenza intaccata da un carattere insieme arcaico, commerciale e popolare. Tutto questo è il Sud d’Italia e Luigi Marulla è uno degli dei di questo immenso pantheon.
Ho pensato quindi ad una figurina della Panini di anni fa, con uno sfondo celeste carta da zucchero, un cielo chiaro, forse con un inizio plumbeo.
Alla presentazione il primo agosto 2015, l’opera è stata duramente contestata con giudizi offensivi. Su Facebook è stata dileggiata. Fra i tanti merita attenzione questo intervento di tale Antonio Napoletano: Praticamente il Tributo a Gigi Marulla sarebbe una figurina di Gigi senza che sia raffigurato. Vi sembra una cosa normale? E non venitemi a dire che l’artista deve essere libero perché non sta disegnando su una tela, ma su un muro della città. Ciò significa che non è libero di fare quello che vuole ma si deve adeguare alle esigenze ed al gusto della cittadinanza che poi lo dovrà vedere tutti i giorni quel murales. Perché prima della realizzazione non si è chiesto un parere ai cittadini? O quanto meno agli ultrà?
che credo riassuma il punto di vista di molti, anche di artisti, crititici e curatori che amano l’Arte Pubblica.
I locali -siamo pur sempre nella Magna Grecia, nella terra dei Bronzi di Riace- amano e vogliono un’arte figurativa, letterale, meramente illustrativa, come i credenti pagani devoti a Padre Pio o proprio come la scultura di Mimmo Paladino in piazza del Comune che rappresenta l’elmo dei Bruzi, gli antichi abitanti di Cosenza.

Secondo molti la mia opera non corrisponderebbe all’immaginario popolare, sul muro non c’è traccia né del ritratto della persona, né del suo nome; in particolare sono stato accusato di non avere capito bene la realtà del luogo, i sentimenti delle persone, l’importanza del significato di Luigi Marulla per la città.

Da subito mi sono sentito nominato da una sorta di investitura che mi ha dato il contesto, subito dopo la notizia – già trapelata il giorno dopo la sua morte- che un artista, venuto da fuori, avrebbe dedicato un’opera al campione. Dopo avere realizzato il murale, il Sindaco, dando ascolto ai tifosi, mi ha chiesto se potevo in qualche modo completare l’opera. Non mi è stato possibile risolvere l’opera semplicemente perché un’opera d’arte finita non va risolta e corretta affinchè risulti piacevole al pubblico o peggio ancora ortodossa.

Mi sarei aspettato dagli ultras un gesto istintivo, magari una scritta a vernice sull’opera sull’onda della contestazione e invece c’è stato un momento di strana sospensione durante la concitata discussione, come se solo io avessi il potere di risolvere la faccenda. La delega ha un significato profondo al Sud.

Leggo sulla pagina Facebook del Sindaco questa frase del 5 agosto:
“L’applicazione del nome è stata concordata con i tifosi alla mia presenza e suggerita dall’artista stesso”.
Io non ho suggerito nulla, dopo un’accesa discussione ho pensato che non c’erano gli estremi per ragionare; i tifosi sono fedeli e con la fede non si ragiona.

Per cui, considerato che gli ultras volevano una risposta, ho permesso che fossero loro a finire il murale. Lo stesso giorno un gruppo aggiunge all’opera il nome: Gigi Marulla, scritto in maniera ordinata con una bomboletta spray nera.
Un’opera cambiata a furor di popolo.

Ho permesso questo perchè mi sono trovato davanti a una situazione talmente irreale, folle e assurda che l’unico modo per superare l’impasse era cercare di identificarsi e comprendere i sentimenti della gente. Ma non perché lo abbia ritenuto interessante come processo, non sono d’accordo su nessuna delle loro obiezioni, ma perchè tutta la faccenda andava semplicemente vissuta da un punto di vista antropologico, con tinte che definirei esotiche, una specie di abisso pop.

D’altra parte come chiamare un contesto dove un eroe calciatore viene celebrato in processione, portato -bara in spalla- nel campo dello stadio e poi commemorato con un funerale officiato contemporaneamente in due modi, quello cattolico dentro la chiesa – coi poster affissi sulla facciata- e quello pagano all’esterno, coi fumogeni e cori da stadio?

Riflettendo, dopo un mese, posso dire che la mia scelta del soggetto Luigi Marulla è stata forse una scusa, come del resto molte opere lo sono, per scendere in questo milieu a tinte esotiche.
Il 25 agosto viene inaugurato, contiguo al primo (in quale posto al mondo si mettono due opere attaccate?) un secondo murale dello street-artist Lucamaleonte, che chiamato per acclamazione, oltre a lavorare sull’idea di un progetto non suo, ha dipinto l’immagine del

calciatore proprio come è sul poster che è stato stampato dai tifosi subito dopo la scomparsa del giocatore. Soluzione letterale e puramente illustrativa.
Quello che appare ora, un’opera corretta insieme ad una pittura folcloristica, non è altro che un’immagine partorita, non so con quale consapevolezza, da un contesto di subcultura.

Mi rimarranno molte immagini da questo caldo soggiorno cosentino.
E fra queste di sicuro la figura del barista del Caffè Europa che accoglie tutti gli uomini con Dottò, Dottore.
Santino fa delle bibite artigianali, la limonata e l’aranciata, quest’ultima con le arance di Trebisacce che finiscono il 15 di agosto e sono, come dice lui, un prodotto eccezionale: A fine dumunnu.
La fine del mondo.

Questo scritto non è nè una lettera nè un testo, ma un’opera d’arte.

 

Fanta Rosarno

Credo che l’arte di oggi se ne debba stare per i fatti suoi, sul suo pianeta, che è quello dell’arte. Da tempo molti artisti e critici chiedono un’arte impegnata, attenta al contesto sociale, un’arte soprattutto etica. Anni fa, dopo la notizia che il Vaticano avrebbe partecipato per la prima volta con un Padiglione alla Biennale di Venezia, ci fu un dibattito sui giornali e Mario Perniola nell’articolo Perché l’arte deve rimanere senza dio scrisse, fra l’altro: … l’arte è tale solo se è allo stesso tempo anche meta-arte e anti-arte (1).

Penso di essere due cose, due soggetti distinti, a volte molto distanti: sono un cittadino e sono un artista e viceversa a seconda dei momenti. Quando penso e vedo da artista seguo le mie immagini per comporre o ricomporre quello che a volte riesco a vedere, senza fini e scopi se non quello di vivere attraverso la potenza di queste immagini che sono filtrate da questioni personali intense, aperte fin dalla mia infanzia, ricordi così netti e densi che ben presto hanno richiesto un’attenzione sempre più rilevante per cercare di vedere e capire meglio quello che vedevo. Insieme ad un forte piacere mai sazio, ad una devozione totale per oggetti e cose fra bellezze sempre diverse e significati ambigui, queste immagini oscillano fra la mia storia personale e quella del mio Paese degli anni 70 e 80, uno dei periodi più folli, densi, estremi, vitali e contradditori della vita dell’Occidente.

Al centro ci sono delle immagini che a volte compongono e scompongo in altre varie forme, sembrano tante cose, ma anche non lo sono. Assomigliano, ma sono altro per il fatto che hanno luce e significati differenti dalla loro apparenza. Forse tutto ciò nasce, molto semplicemente, dalla mia natura solitaria; quando si è soli le cose parlano e il mondo apparentemente immobile, si anima.

Questo processo generativo, una specie di produzione autarchica di immagini e forme, supplisce la realtà che evidentemnte non ha mai accontentato né soddisfatto il mio bisogno. Sono nato in una parte di mondo e in un periodo storico e in particolare in una famiglia, nel quale il significato, più che il pane, è stato la questione quotidiana con cui fare i conti. Non avevamo problemi economici, ma anche senza essere ricchi –mia madre aveva uno stipendio da insegnante- le questioni di casa erano, diciamo, filosofiche. L’arte, la cultura, la politica, i rapporti, tutto era una contrapposizione, anche perché tutto il paese era in contrapposizione. Davanti a casa c’era un muro di un giardino, con le foglie verde scuro, come sono scuri tutti i giardini di Firenze ed era pieno di manifesti: NO e SI, era il referendum sul divorzio.

A me piacevano quei grandi caratteri NO e SI, facevo un gioco che avevo inventato: caramelle No o Sì? Mamma No o Sì?

Da subito ogni oggetto, con la sua forma, la sua immagine mi poneva delle domande perché rifletteva le situazioni della famiglia e della casa, vivevo in un cosmo chiuso, scandito da ritmi precisi e certezze salde, in un nido pieno di dolcezze che poi scoprii stucchevoli e soffocanti.

ho spesso osservato che il contenuto delle opere d’arte esercita su di me un’attrazione più forte che non le loro qualità formali e tecniche…
Sigmund Freud, Il Mosè di Michelangelo.

Anche io avrei voluto sempre pensare così, ma non so se ho mai potuto fino in fondo, la bellezza, la propria idea di bellezza, le qualità formali che a volte centrano un raro equilibrio che allaga i sensi e stordisce la psiche non sono facili da allontanare.

Già da bambino, forse, ero già artista, perché se non ci si sente contenti in una situazione di generale benessere materiale, vuole dire che manca qualcosa di profondo e già questa mancanza ha a che fare con l’arte. E così si cerca di fare quello che manca e che non c’è e allora si inizia questa pratica che da una parte è arte e dall’altra è una specie di catarsi senza fine perché si deve costruire un mondo parallelo, perché l’artista ha bisogno di altri mondi.

Anni fa ebbi una commissione pubblica da ANAS, la società dello Stato, quelle delle strade, per fare un ambiente permanente in un interno di un edificio di loro proprietà. Terminata l’opera discutemmo coi dirigenti sul catalogo dove Mario Fortunato aveva scritto un bellissimo testo, Il Vestibolo nudo, ma giudicato troppo psicologico. Volevano un altro intervento con un punto di vista di uno storico dell’arte, la sola figura capace di giustificare l’opera. Un consigliere in particolare disse:
Anas non fa fare una stanza all’artista perché ha problemi psicologici…

L’apparato, lo Stato, non può comprendere certe questioni psicologiche che giudica forse come oscure e ambigue, zone che è meglio evitare, ambiti non regolari e cerca la strada sicura per dire che l’arte va collocata nella scia della storia dell’arte.

Da tanti anni vado in Meridione, la prima volta fu nel 74, avevo 7 anni, una Pasqua con mia madre in treno in Sicilia, il giro classico. Poi tornammo, ma in Calabria, ricordo la Sila su un pullmann che era un autobus, Longobucco e i suoi scialli e poi Isola Capo Rizzuto con la colonna solitaria, ma da sempre mi colpivano certe cose che non erano quelle scritte dalla guida del Touring -la guida che ha insegnato all’Italia che solo i monumenti del passato, le chiese e i musei, le cose alte sono quelle da visitare- né quelle che mi faceva vedere mia madre, amante dell’arte classica, ma certi contrasti, certi paesaggi poco ortodossi, certe insegne di negozi, certi incarti di pasticceria, certe panchine moderniste, ma soprattutto l’intero cosmo di tutte le cose abbandonate, rotte, sbragate, cadenti con le loro macerie, come certi palazzi di Palermo o di Cosenza insieme a quel poco di natura che riusciva a crescerci dentro. O come quelle specie di piazzali desueti in lastre di cemento, con una piccola selva di bassi arbusti ordinati dagli interstizi del piancito con in fondo una Uno blu abbandonata, ma ancora intera, che guarnisce con equilibrio una magnificenza semi artificale.

Amo la desolazione ordinata, quel degrado composto con pochi colori che ha solo immagini aperte e che trovo solo al Sud. Sono visioni con un passato consunto, quelle che il Nord non si può più permettere, situazioni sconcertanti, una parte di mondo sfasciato dove vedo dei luccichii, quella spazzatura che da queste parti non si ha voglia di rimuovere, per un’indolenza storica ma che permette spettacoli sublimi, fra il pittoresco e l’orrido, il catastrofico e l’apocalittico, perché l’apocalisse è bellissima quando si è solo spettatori.

Vado al Sud per trovare anche quelle risacche di umanità, gente stagnante, con corpi stanchi e antichi, minuti ed esili o straripanti e carnei, facce come se fossero di razze diverse come quelli che vivono nelle città vecchie, dove nessuno vuole stare, perché quando un posto è vecchio già di suo si cerca il nuovo a tutti i costi e quando ci si sente indietro il nuovo è ancora più nuovo anche se non è intonacato.

Vado al Sud per vedere i segni che rimangono solo qui e sono i segni del mio recente passato che hanno così deciso e imposto un carosello di immagini che tengono insieme la mia vita, il mio tempo, i miei sentimenti.

Sono arrivato a Rosarno in auto in Calabria, l’unica regione senza Telepass, la terra della Magna Grecia con le coste dai nomi suadenti: Costa degli Dei, Costa Viola, Costa degli Aranci e Riviera dei Cedri dove cresce il Cedro Diamante, il cedro più buono del mondo. E sono arrivato a Rosarno per fare un murale. Da qualche anno sto facendo dei wall paintings perché le immagini dipinte sui muri delle città sono sempre molto intense, mi danno l’idea e l’illusione che sono in una mia città con le insegne e le immagini che desidero. Ho pensato alle arance, da bambino le arance erano i frutti del Sud che arrivavano con le veline colorate, erano i frutti per i bambini; una volta un avvocato di mio padre, era del Sud, mai visto prima, mi promise una cassa di mandarini, ma poi non arrivò mai. Quando penso alle arance, penso soprattutto ad una pubblicità, ad una vecchia reclame che girava su Topolino quando ero bambino: una bottiglia di Fanta, l’aranciata d’arancia, quelle col vetro spesso –spesso usurato- arancio scuro, con la superficie ad anelli, con la scritta smaltata che rimaneva per sempre e di fianco tre bicchieri tondeggianti, con forme suadenti e diabolicamente moderne, da bibita estiva, colmi di aranciata colore arancio intenso, quasi artificiale. L’immagine un po’ presa dall’alto, metteva in risalto la parte superiore dei bicchieri diventati tondi come tre grosse arance. Arance da bere dichiarava il verbo che tranquillizzava tutti. Tranquillizzava perché avevamo bisogno di entrambi i mondi, quello naturale, i frutti di madre natura, e quello artificiale, la bibita pronta da stappare perché ci sentivamo moderni e volevamo esserlo sempre di più. Negli anni di Piombo, forse, le arance era importante che fossero più arancioni di quelle vere.

Di fianco al murale che ho dipinto a Rosarno in via Umberto I, ricordo una scritta a vernice sul muro: W J. V. BORGHESE.

Il Principe Nero, quello della Decima MAS e del presunto golpe in Italia del 1970. Poco sopra in via Mesima una bottega di un anziano che riparava le biciclette, una bottega un po’ sgangherata, senza porta di ingresso, con un grande magnifico poster appeso in fondo, liso e ingiallito, il poster elettorale che per decenni è stato sempre lo stesso in Italia: Vota Comunista. L’uomo mi ha raccontato della sua militanza nel Partito e soprattutto ricordo questa frase: Qui si sono mangiati tutto.

Ho dipinto una grande velina delle arance col nome Zeus, chissà di quale marca e provenienza, un esempio tipico di creatività spontanea che mescola immagini alte con quelle basse, un mondo di subcultura meridionale che inconsapevolmente si tira dietro l’eredità di un pezzo della storia più importante del mondo. La carta velina per incartare arance è un artifizio assoluto, una grande elaborazione metafisica, composizione concettuale, sviluppo astratto che ha il fine di presentare un semplice frutto della terra in un dono speciale, unico, prezioso, un grande artefatto, dove uno dei grandi temi è la Magna Grecia, che come i Bronzi di Riace sono una realtà psichica. A volte sembrerebbe che nei duemila anni e passa, fra la Magna Grecia e oggi, ci sia solo la Magna Grecia.

Così nel difficile tentativo di cercare di portare l’interno all’esterno, di esporre ed espormi con le immagini, con la loro forza e debolezza, i loro significati multipli, oltre a dipingere continuo a scrivere testi, che alla fine sono delle opere d’arte, come è il tempo dell’artista e anche Fanta Rosarno.

NOTE:
(1) Mario Perniola, Perchè l’arte deve rimanere senza dio, La Repubblica, 1 febbraio 2013
(2) Sigmund Freud, IL Mosè di Michelangelo, 1914

Testo pubblicato in KIWI Deliziosa guida – Rosarno Ulteriore, a cura di A di Città (Rosarno, RC) e Viaindustriae (Foligno, PG)