Planisfero politico

Enrico Davoli: Esistono criteri, modalità e obiettivi a cui cerchi di essere fedele, quando realizzi opere destinate ad una visibilità pubblica, stabile nel tempo?
Flavio Favelli: L’obiettivo principale è sempre la mia poetica, ma declinata verso un’idea generale che cerca di esprimere contraddizione e conflitto perché nell’arena senza capo né coda dello spazio pubblico forse l’unica cosa da offrire è proprio la contraddizione e il conflitto in modo consapevole. In fondo la maggior parte delle altre immagini hanno un fine in qualche modo chiaro. E allora credo sia importante cercare una differenza che possa mettere in scacco tutta la faccenda. Ma sono tentativi che si devono misurare con un pubblico e una società scarica e annoiata. Credo che sia ancora importante proporre un progetto per un territorio pubblico, una città, anche se purtroppo un artista non è mai ben accolto.

ED: Il Planisfero politico di Dozza è, come tutti i tuoi lavori, frutto di un’esecuzione ragionata, mai casuale: i colori si alternano come in un patchwork, composizione ed impaginazione valorizzano al meglio il bianco della parete. Come sei arrivato a individuare, tra le molte possibili, questa soluzione pittorica?
FF: …ho spesso osservato che il contenuto delle opere d’arte esercita su di me un’attrazione più forte che non le loro qualità formali e tecniche… (S. Freud, Il Mosè di Michelangelo, 1914). Prima parto dal soggetto che vuole dire qualcosa di preciso e poi viene il resto. Quindi i colori sono venuti dopo. E’ chiaro, come tu sai bene, che questi progetti non sono mai del tutto liberi, perché il potere, qualsiasi potere e la politica vogliono avere sempre la situazione sotto controllo. Avrei fatto un progetto su un sigillo afgano, ma era troppo scomodo, anche se di scomodo c’era solo il fatto di non volere avere grane e problemi. Se l’arte dà immagini di quieto vivere, come la pubblicità, che ruolo ha? Ho pensato, come si fa in Iran, come fanno i registi iraniani da decenni, visto che il regime non ammette critiche e temi non conformi, di seguire lo stesso metodo: lavorare sui temi classici, facili, ufficiali, ma solo in apparenza (ai guardiani quello che importa è solo l’apparenza) e così il planisfero colorato è ammesso. Anche se è un planisfero fatto a mano libera, che si prende gioco dei confini e quindi delle identità oltre che della geografia stessa e del nostro sguardo che pretendiamo sia esterno.

ED: Planisfero politico è un’opera che, in qualche modo, afferma che il mondo, così come lo conosciamo, non è un dato di fatto ma, piuttosto, un’eventualità. Le nazioni che lo compongono non rinviano né ad una situazione vista in passato, né ad un futuro anche solo lontanamente immaginabile. Di quale geografia, di quale storia parlano, questa ed altre mappe che hai realizzato nel corso della tua carriera?
FF: Mettere come soggetto una carta geografica come opera d’arte vuole dire rivederla e ripensarla e questo ad un pubblico attento dovrebbe già bastare. Di solito le mappe su muro esistono per commemorare imperi e regni, sono manifestazione di potere.
Le carte geografiche sono delle strane visioni non veritiere. Sono già delle opere concettuali perché sono proiezioni di pensieri e di idee, una grande visone astratta con l’ingenua pretesa di sollevarci per una attimo dall’avere i piedi su una terra/problema.
Un punto di vista che vorrebbe essere esterno e senza implicazioni, ma gli stati colorati del mappamondo sono segnati con i confini tracciati dalle guerre.
Planisfero politico porta agli estremi questa mia visione di quando ero bambino, dove vedevo con grande piacere gli stati colorati, non sapendo che questo piacere nascondeva delle differenze marcate e ostentate che hanno prodotto sempre violenza in nome di una superiorità. Noi siamo blu a differenza di quello vicino che è verde. Cioè il planisfero politico nasce proprio come ultra astrazione: colorare i territori per distinguerli per fare delle differenze che sono state decise da conflitti. Sarà perché sono nato a Firenze, città speciale da questo punto di vista, lì ho imparato che avere una identità precisa è una grande sciocchezza e sono stato fortunato a venire via da quel buco di città.
La geografia di cui parlo nelle opere con mappe (collage, disegni su carte geografiche trovate) che ho prodotto in questi anni è sicuramente un intreccio di contraddizioni, conflitti e rifiuto delle convenzioni.

ED: Come molti dei materiali che utilizzi nelle tue opere – dalle insegne commerciali alla pubblicità alla filatelia – anche le carte geografiche svolgono nella vita di ogni giorno un ruolo istituzionale e pedagogico, cui è difficile sottrarsi. Come ti relazioni con questa “ombra lunga” che esse proiettano?
FF: Sono ombre alla fine nefaste, sono comunque strumenti di dominio. Alla fine tutti noi giriamo il mappamondo come Chaplin, anche se pensiamo di essere liberi e istruiti scegliendo una località esotica o un “viaggio di cultura”: è un vedere dall’alto per trarne una visione più completa e più facile da possedere. E’ una proiezione in tutti i sensi che si trovano nel vocabolario. E noi italiani su questa faccenda siamo ferrati.
Fra un’espressione geografica, Marco Polo e Cristoforo Colombo (sigarette comprese) e la quarta sponda, passando per l’Impero Romano che ritorna col Fascismo sono concetti determinanti nella nostra storia e poi la Galleria delle Carte Geografiche è nei Palazzi Vaticani, producendo un corto circuito folgorante che viviamo invece come bella visita ad un museo per passare un piacevole fine settimana.

ED: Sin dalla fine dell’età antica, la nozione di “reimpiego” è molto importante, per capire come da una cosa possa nascerne un’altra: ad esempio, le epigrafi, le colonne e i capitelli romani messi in bella vista nell’architettura medievale. Il tuo reimpiego di oggetti e di immagini del recente passato novecentesco, può essere visto anch’esso come una transizione, una riscrittura?
FF: C’è sicuramente questa idea di prendere delle cose dismesse, che si trovano più facilmente perché appunto abbandonate e reiette. Alla fine la mia famiglia con la sua buona educazione mi ha sempre presentato un mondo che se è fatto di cose belle e nuove è per forza migliore. Subito dopo l’Università andavo per discariche, chiarisco subito che la faccenda ecologica non mi ha mai interessato, per trovare delle immagini cariche di significato …poetico. Le rovine industriali, i luoghi scassati per me sono stati luoghi originari dove passare dei bei momenti. Sì una riscrittura con cose passate e meno nobili, anche se poi il reimpiego di per sé non è sufficiente. La forma è alla fine importante che possa danzare col significato.

ED: Più in generale: la monumentalità, l’ufficialità, l’epos, non solo non ti intimoriscono, anzi, ti piace sfidarli sul loro stesso terreno. Come ci si sottrae alla retorica e ai luoghi comuni che spesso inquinano il dibattito pubblico su questi temi?
FF: E’ successo che l’opera Gli Angeli degli Eroi da riflessione personale e progetto di murale sia stata presa dal Ministero delle Difesa e dal Quirinale, dalla stessa figura del Presidente della Repubblica, come opera per rappresentare tutti i militari caduti del paese. E’ perciò difficile mantenere un’autonomia in un territorio dove la società è presente, quando l’arte scende in strada nessuno la legge come arte, ma in modo letterale. Ho da cinque anni un progetto per Bologna sul Nettuno di fianco Piazza Maggiore. L’hanno visto molti assessori e il sindaco e l’alta borghesia della città e forse la Soprintendenza, ma non si sa tutto è avvolto nel mistero da almeno un anno e mezzo. L’assessore alla cultura dopo avere visto il progetto mi ha detto che si potrebbe fare un concorso. Presentare un’idea di fare un’opera su un monumento preciso, quindi già un’idea inedita è sufficiente per fare mettere le mani avanti, per non fare nessuna scelta, non avere nessuna responsabilità. La storia dell’arte è una storia di scelte nette, elitarie, perché la natura stessa dell’arte è elitaria e oggi sempre più artisti, critici e politici stanno impastando l’arte con una creatività condivisa, partecipata, assembleare a carattere ecologista semplicemente perché non hanno idee, hanno paura e rimangono imbarazzati davanti a chi le ha.

ED: Molti tuoi lavori mostrano superfici riccamente texturizzate, attraversate da venature, intarsi, ideogrammi, filigrane. Cosa puoi dirci di questo repertorio ornamentale e simbolico, e dei livelli di significato al suo interno?
FF: Questo nasce dal mio immaginario che ho respirato quando ero bambino nelle case borghesi della famiglia dove l’arte, l’artigianato e gli ornamenti servivano sia per un uso concreto, sia per bellezza. Le cose deliziose in casa erano infinite con un perfetto equilibrio. I servizi per il tè e il caffè, gli argenti, gli avori, i mobili, i gioielli, le monete e i francobolli rappresentavano tutte queste virtù artigiane di ottimo gusto. Tutto l’appartamento di mio nonno era quasi una Wunderkammer, le domeniche le passavo a guardare quelle cose. Ma ho sempre sentito la grande inutilità di tutto ciò, anzi il loro lato dannoso sostanzialmente elitario anche se seduttivo. Ultimamente sono stato a Capodimonte: si esce storditi, si ha un’esperienza sofisticata. Molte mie opere sono costituite da questi materiali da pezzi originali o rifatti, copiati, falsati, interpretati. Sarebbe come ricostruire delle immagini vissute che si perdono oramai, che sono ricordi di ricordi, sono dei collages, assemblaggi, sono dei mostri di una Storia del Passato che oggi si tenta di ripensare e rilanciare col nome di lusso ed eleganza, ma è una faccenda che andrebbe ripensata. Considerando però che sono le poche cose che il mondo ci invidia, la frittata mi sembra fatta, così come lo scacchiere mondiale non è clemente: la Russia fa esercitazioni militari con la Cina in un clima da Prima Guerra Mondiale per fare paura al Giappone e agli USA; nonostante tutto siamo ancora messi così.

ED: Tornando al Planisfero politico: c’è un luogo del mondo in cui ti piacerebbe ridipingerlo, magari modificandone ulteriormente i connotati?
FF: Forse gli Stati Uniti. Sono dell’opinione che senza di loro, in fondo, si starebbe meglio, tutti starebbero meglio. Ma alla fine gli yankee siamo noi un po’ più liberati dai sensi di colpa, siamo noi realizzati nella parte bassa, sbracata, siamo noi insieme ai nostri fottuti desideri. Non a caso il mondo della cultura e dell’arte quando va a NY si sente a casa, gente che prende l’aereo per passeggiare a Central Park come se fosse in pellegrinaggio credendo di essere in un film visto venti anni prima. E senza l’America non ci sarebbe stata l’evento più delirante di tutta la storia dell’umanità: l’11 settembre 2001. Certo però avremmo perso Andy Warhol e molta arte contemporanea che ci ha fatto comprendere quanto siamo spacciati, ma a pensarci bene lo si poteva capire bene anche senza i due Elvis Presley che ci sparano in faccia.

Intervista pubblicata su Fare Decorazione il 7 gennaio 2020.

Autore: flaviofavelli

Flavio Favelli è un artista visivo. Collabora con Repubblica (ed. Bologna), Doppiozero e Antinomie.

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