Vari abissi

Quando nel 2006 la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino mi disse che il tema del progetto personale per il quale sarei stato invitato a partecipare a una mostra per l’anno successivo, sarebbe stato l’ambiente, e il nome della mostra Ambient Tour, non la presi benissimo. Con l’ambiente inteso come questione verde non c’entravo nulla e l’ecologia mi ha sempre annoiato; se sono stato uno dei primi a raccogliere la carta per la raccolta differenziata, è perché la separazione dei materiali in diverse categorie, il loro impacchettamento e la conseguente pratica per lo smaltimento mi hanno sempre dato un senso di efficienza, organizzazione e un piacere che ha a che fare con un’idea di archivio che ho sempre indagato: si mette a posto sia perché c’è sempre disordine, sia perché si cerca sempre un nuovo ordine delle cose (e l’artista in fondo non fa questo?). Ho sempre pensato alla Natura come una gran brutta cosa e sono sempre stato consapevole che la cultura da cui provengo, l’amato Occidente, abbia certo perpetrato un grande scempio e dei crimini orribili, anche se difficilmente sarebbe stato possibile fare diversamente. Da post-ebraico-cristiano sono comunque soddisfatto di questo lavoro, anche se c’è un lato molto sporco e con parecchio sangue versato. Certo è che se abbiamo sconfitto molte malattie e neutralizzato batteri, virus e organismi complici, poi diventa difficile essere attenti ad altri essere viventi importanti per l’equilibrio dell’ecosistema. Voglio dire che quando si ha in poppa il vento del …siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare… per parecchi secoli, insieme a progressi e lumi, poi diventa arduo, di colpo, cambiare gioco. Credo, grosso modo, che l’arte sia in estrema opposizione alla Natura –non ho mai compreso la Land Art-; alla fine è per la grande civiltà romana che abbiamo iniziato a distruggere tutto. Per la mostra Ambient Tour mi rimboccai le maniche e pensai all’ambiente di immagini del mio habitat psicologico che evocò subito il mare vissuto e pensato come uno dei peggiori luoghi. Il mare blu, blu scuro, scuro-scuro, quasi nero, gli abissi profondi che solo a pensarli stordiscono. Già da bambino non riuscivo a tenere aperto un libro sugli animali con una grande balena nel mare, mi dava le vertigini, era di una grandezza anormale, mi ricordava le cose che stavano sotto, le profondità abitate da mostri marini e che forse erano già inquinate da fantasmi familiari. A ben pensarci i miei contatti con la Natura sono stati sempre a tinte ambigue e non semplici. Ricordo bene a vent’anni feci un lungo viaggio a Cylon e poi alle isole Maldive, su barche di pescatori in atolli paradisiaci da Robinson Crusoe con un mare da Muratti Time. Eppure sulle spiagge dolci e bianche, dove i colori erano più morbidi della spiaggia e l’acqua chiara e compiacente, c’era, nonostante tutto, qualcosa di sinistro, aleggiava qualcosa di negativo e di desolazione. Era sua maestà la Natura in tutta la sua silenziosa sovranità. Passeggiavo con l’acqua a mezza gamba fino alla fine dell’atollo, poco più avanti il celeste chiaro tendeva all’azzurrino per poi virare al blu, sempre più blu. Rimanevo inebetito a contemplare tale scenario talmente magnifico da sembrare irreale, finto e infine inquietante. Era un blu scuro che presentava l’inizio del baratro, dell’abisso. Era una Natura muta, sorda, impassibile che avrebbe permesso a fratello mare di inghiottirti dolcemente fra flutti sinuosi e acque fresche nel suo silenzio stordente che giocava solo con qualche fruscio del vento e delle foglie di palma in un luogo di infiniti. Una situazione piacevolmente subdola, una sensazione ingannevole.

Cercando più indietro affiorò un’altra immagine (1),

quella del 29 giugno 1980, che vidi su Il Resto del Carlino che leggevano i mie nonni in vacanza, sull’Appennino Pistoiese. Avevo 13 anni e nella casa di Pavana ci andavamo ogni anno per tre mesi. La scuola finiva i primi di giugno e iniziava il primo ottobre. La casa di Pavana, un villino dei primi del 900, rappresenta una specie di soffitta psicologica. Isolata dal giardino intorno e dai suoi 12 tigli, è una casa sempre uguale, con le stesse cose da sempre che ricordano momenti che solo a Pavana riprendono a scorrere ogni volta nella mia mente. Tempo fa iniziai a scrivere su quella casa e iniziai con questa frase: i ragni urlavano nelle siepi. Erano le siepi di bosso verde scuro una volta modellate con cura e ora quasi abbandonate. L’immagine sulla prima pagina del Carlino era una foto in bianco e nero (allora i giornali non stampavano a colori) con un manichino bianco –ma era uno dei primi cadaveri affiorati- e il mare nero come il fondo di un pozzo, un rettangolo di abisso anonimo come è anonima la Natura che rende tutto anonimo e fa scorrere tutto senza pietà e ricordo. E’ come se questa foto avesse reagito con l’ambiente domestico e le vicende familiari, ammantandosi di varie immagini che poi rilasciano, nel tempo, a poco a poco, una scia di flash che, non si sa quando e come, ogni tanto mi si accendono ed emergono per un contatto casuale fra luoghi, visioni, ricordi, rumori…

C’è una forte analogia fra la figura della immensa balena che non stava nelle pagine del libro e l’aereo: entrambi sono sproporzionati, di una grandezza non percepibile, di una scala che mi ottunde; la loro mole allaga i miei sensi. Quando sto per salire su un jet dalla scaletta, sento lo stesso turbamento di quando ero bambino davanti al libro-problema. L’enorme pancia bianca e i suoi folli criteri, quasi captassi un collasso improvviso su di me, mi disturbano. Il ventre quasi epidermico e organico è mostruoso, forse ha tutte le budella dentro. La faccenda della Strage di Ustica è così diversa dalle altre: un aereo che incontra il mare è spaventoso e lo è ancora di più se la carcassa viene ricostruita ed esposta. Ed è stata un’altra foto (2),

sempre su un giornale, questa volta americano, quella della cerimonia commemorativa del 5° anniversario dell’11 Settembre 2011. Ero a New York e per la strada vidi vari quotidiani con un rettangolo nero. Era una vasca non tanto grande col fondo nero e l’acqua nera anche se la foto era a colori. Un pezzo di abisso dove il Presidente Bush con sua moglie e un militare in uniforme stanno in raccoglimento. Sono tutti e tre su un terreno ghiaioso, è il fondo di Ground Zero oramai ripulito dal crollo delle Torri Gemelle, è il punto dove sorgerà il monumento all’11 Settembre. L’America ha scelto di ripartire da un buco nero, da una vasca oscura di pochi metri quadrati. La breve cerimonia prevedeva di adagiare sul piccolo abisso una corona di fiori che galleggerà senza dimora come se fosse in mare aperto. In uno dei luoghi più artificiali del pianeta, più urbanizzati, più moderni, si cerca un’idea di un nulla nero, un pezzo di mare senza vita scuro, si cerca di ricostruire un luogo oscuro e anonimo dove possa galleggiare senza fine un corona di fiori con l’idea che un giorno marciranno in bocca ai pesci. Le cose che emergono dal mare hanno un non so che di artificiale, di immaginario (3,4,5).



Dopo che vidi la foto del pozzo nero, cercai di ricomporre qualche parte delle tante immagini che aveva generato: mi apparvero vasche, giardini (6,7),

orti botanici, fontane, il mare nel cassetto, acquari, tutto quello che avevo visitato con mia madre nei nostri infiniti viaggi, tutto ciò che avevo notato da bambino e che era tutto quello che avevamo escogitato nella nostra storia di questa parte di mondo nell’infinita lotta per cercare di avere la meglio sulla Natura. L’opera che presentai si chiamava Giardino d’Inverno (8,9)

e consisteva in una vasca composta da tre vasche da bagno tagliate, risaldate e impermeabilizzate e poggiate su una specie di struttura con un delizioso gioco di ringhiere assemblate in ferro battuto. La piccola piscina nera era sollevata da quattro angoli verdi, dei vasi di aspidistre, una della piante che amo di più. Sono piante ornamentali (che concetto sublime, le piante che esitono solo per ornare!) con lunghe foglie scure, che rifuggono la luce e prediligono gli interni bui, di case e vecchi palazzi. Le aspidistre, come le ortensie, sono antiche, desuete ed amano l’ombra; sono gli ornamenti delle case psicologiche, delle istituzioni di un periodo della mia vita, dove gli usi della religione s’impastano con le faccende mondane, di famiglia, insieme alle angosce e ai capricci della borghesia. Mia nonna Tosca è stata un’eccellente intreprete per 99 anni di questo mondo dove ogni cosa aveva un suo posto preciso e dove si doveva sapere, fin da subito, le regole per starci.

Le due vasche nere del 9/11 Memorial (10,11) sono un abisso otturato che ricorda il luogo sacro dove sorgevano le Twin Towers con un vuoto artefatto, unica fontana dove l’acqua non zampilla ma s’inabissa, una cascata censurata dentro una voragine nera, levigata dalla pulizia del gusto minimal. Questi buchi sono diventati l’origine degli Stati Uniti e i due grattacieli i piloni immaginari che sostenevano il cosmo del paese.

Tutto gira, come un gorgo… il mare nero, il DC 9 dell’Itavia, l’aereo –la più grande macchina-artificio pieno di snack e salviette profumate- che viene giù e s’inabissa in una zona limite per i radar di allora, nel cuore del Tirreno, in uno dei punti più profondi, i manichini che galleggiano, come le corone di fiori nelle vasche nere che ricordano le Torri Gemelle, distrutte sempre dagli aerei –coi loro ventri lucidi- che entrano puliti e chirurgici, per poi espoldere in uno sfondo di cielo azzurro-azzurro come il mare delle Maldive. E’ una catena di flash che si accende ogni volta e che mi porta a quella balena delle vertigini, che il mio sguardo non poteva sostenere.

Anche in un sacchetto di una popolare catena di supermercati (12) stampato su plastica, -di quella che soffoca i pesci- con un inchiostro bluastro c’è una specie di poesia-preghiera che dice che le Torri sono nella nostra mente e nei nostri cuori, insieme ai nostri abissi.

Note:
 1 - Foto ANSA del 29 giugno1980 apparsa su Il Resto del Carlino
 2 - Giardino d’Inverno, ritaglio di giornale con cornice, 25x41 cm., 2007
 3 - Souvenir, foto, Dario Lasagni
 4 - Souvenir I, mobili tagliati e ricomposti, 90x126x58 cm., 2007
 5 - Le foto esposte
 6 - Abissi, foto, 2006
 7 - Giardino d’Inverno, foto, 2006
 8 - Giardino d’Inverno, materiali vari, 70x230x160 cm., 2007
 9 - Giardino d’Inverno, particolare
 10 - 9/11 Memorial, New York, foto, 2015
 11 - 9/11 Memorial, New York, foto, 2015
 12 - Always, Forever, foto, 2015
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Quando in volo siamo dei

Conversazione con Flavio Favelli
di Michele Dantini

| MD: Questa nostra conversazione inizia in modo casuale e insieme inevitabile, proprio da questa rubrica. Quasi come una reminiscenza. Tutto ruota attorno alla figura dell’anello. Appare in alcuni piccoli ready-mades di Piero Manzoni, e ne ho scritto su doppiozero qui. All’imbatterti in questo mio articolo tu stesso mi scrivi di avere un rapporto potente con l’anello, tanto da inserirlo in alcune sculture o fotografarlo nel Museo della memoria di Ustica, nei pressi dell’aereo abbattuto. E che la coincidenza ti sorprende…

FF: L‘anello ha a che fare con il corpo, con i tessuti della pelle, come quando è al naso del toro. E’ legato ai sensi, alla precisa sensazione che da qualche parte qualcosa sia legato per così dire nella carne. Forse è una sorta di lapsus, per quanto mi riguarda. L’anello ricorda che da qualche parte queste sculture hanno un legame remoto con il corpo, legame che non voglio tuttavia manifestare in modo aperto.

MD: Curioso: coltivi il segreto e al tempo stesso desideri misurarti con la Grande Storia, il Trauma Pubblico, l’evento condiviso. Ti consideri più un “pittore di storia” o un ermetico?

FF: E’ strana la vicinanza di questi anelli che ho trovato al relitto del DC9; sono sulle colonne del vecchio edificio industriale che ospita l’aereo dell’Itavia. Tante cose mi legano a quel tragico avvenimento, a quel tempo, a quella linea aerea, è una storia che ho vissuto, è un vincolo dolce e amaro allo stesso tempo. E’ un po’ come il piercing, quando lo si maneggia ci sono vari gradi di piacere inscindibili dal dolore.
Preciso che questo piacere, visto che la vicenda dell’Itavia è un avvenimento grave e doloroso, è riferito all’aspetto “formale” dell’evento, al suo aspetto simbolico e al suo significato che spontaneamente gli ho dato, visto i suoi molteplici appigli visivi e psicologici, forse ho trasformato l’aereo in una sorta di Gradiva, una pietra magica, che riflette i mie desideri, le mie paure e i mie sogni. E’ un totem, un capro espiatorio immolato nel conflitto fra due mondi, quello Occidentale e del Patto di Varsavia o se si vuole fra due visioni differenti…
La mia immaginazione si è legata a queste immagini forti ed evocative: l’aereo, il logo ITAVIA così moderno e nuovo, la tragedia, il mare, gli abissi, il mondo militare, il mondo politico e la folle storia di questa carcassa che è essa stessa un’opera d’arte, come i Bronzi di Riace, tirata su dai fondali, ricomposta in un hangar militare, rismontata e rimontata e restaurata in un museo… Ho incontrato questa tragedia, in diretta, sul giornale prima e sul TG1 poi, e ho instaurato un rapporto direi di natura amorosa, perché questo aereo è una cosa che ho investito di un grande potere. Forse le linee aeree così artificiali e moderne, coi loro inutili ma squisiti gadgets, coi loro nomi così nuovi, sono la quintessenza dell’umano che vuole sfidare questa dannata Natura con le sue leggi ingiuste ed inesorabili. La safety card delle linee aeree è un cartoncino con informazioni sulla sicurezza in caso di pericolo, un pericolo mai veramente reale perché nessuno prenderà mai in considerazione la possibilità che l’aereo possa cadere quando è in volo. Posseggo una safety card con in copertina un aereo della Pan Am e sullo sfondo un affascinante tramonto con una scritta “Just in case…”. Non è un raffinatissimo sbeffeggiamento della Natura? Quando siamo in volo, fra un drink e una salvietta profumata, siamo dei nuovi uomini che se ne sbattono delle leggi di natura e del mondo, siamo dei. Sembra una carcassa di aereo ripescato dal mare, ma in fondo non lo è. 

MD: Per Manzoni l’anello equivale a un punto interrogativo dada-metafisico: pone domande, si chiede chi o che cosa verrà ad abitare l’opera, va in cerca di fantasmi che possano ormeggiare. E’ una sorta di concezione figurativa di un dubbio professionale. In te suppongo che l’anello abbia implicazioni meno tecniche, e invece più personali. Sbaglio?

FF: Beh, questa cosa che dei fantasmi possano ormeggiare mi sembra molto bella e profonda. Sì, spesso, per usare un termine che hai posto nella prima domanda, ho delle reminiscenze che amo sviluppare ed estendere in nuova forma. L’anello è un appiglio per stare a galla, per cercare di fissare, trattenere qualcosa, una specie di cippo, come forse tutte le mie opere che servono da appiglio, da ponte, per legare il mio prima ed il mio ora e in mezzo ci sta tutto quello che ho creato. Appiglio per rimanere lontano dagli abissi dell’oblio.
A un certo punto della mia vita si sono presentati questi ricordi così forti, ma anche ingombranti e dolorosi del mio passato che ho dovuto ricomporre e reinterpretare. Ho (è il caso di dirlo) inanellato immagini su immagini per ricostruire un mondo certo passato, ma per me eterno. Questo mondo che richiamo in vita è ambivalente: mi dà dolore e piacere allo stesso tempo. Come quando da bambini i denti da latte “scossavano”: usciva sangue, ma era un dolore dolce, un dolore che annunciava una nuova fase, un sangue buono.

MD: In un tuo breve testo descrivi l’anello come qualcosa che accenna a una “schiavitù”: proprio la sua oscura capacità di attrazione e asservimento, riconosci, ti “rassicura e [mi] dà stabilità”. Cosa temi che ti sfugga? Qual è la perdita di cui desideri scongiurare il dolore.

FF: Ho paura che mi sfuggano le immagini che ho riconquistato. Ho sempre una penna con me per scrivere certe visioni che “tornano su” come dei rigurgiti che per puro caso affiorano, come si tiene anche una penna sul comodino per i sogni. Alcune volte succede che certe immagini germinino dal nulla e sono sempre immagini del passato, conosciute, vissute… strano, anni va ho partecipato alla mostra “La Storia che non ho vissuto”al Castello di Rivoli, ma ero l’unico artista che aveva ricordi chiari del periodo a cui facevano riferimento le opere.
Credo anche che le cose da dove parto, che quasi sempre sono oggetti preesistenti, possano esaurirsi e per questo ne acquisto in quantità. Il rapporto con queste forme del passato non è da confondere con un semplice gusto per l’antiquariato o una scelta vintage, come spesso avviene. Il rapporto con certi oggetti che ritrovo, ricerco, smonto e ricompongo mi dona un piacere immenso e mi rassicura. E’ un rapporto di natura amoroso, psicologica che ha precisi riferimenti, legami, significati. E’ come ritornare nella propria camera quando si è via da tanto tempo, solo che questa camera credo che non sia solo la mia, ma una finestra su un luogo e su un tempo che per me appartiene al mito, non trovo altri termini. Un luogo e un tempo dove mio padre era un poeta, un Uomo con la U maiuscuola, come diceva lui, un Uomo Nuovo che voleva bere Top ogni giorno. Top era il nuovo spumante in piccole bottiglie, diciamo da uso quotidiano. La pubblicità della Gancia recitava: “Arriva Top che contesta il vecchio brindisi”.

MD: Perché credi che questo luogo e questo tempo della tua esistenza, l’infanzia e i primi anni Settanta, appartenga al mito? Sarei anche felice che tu potessi descrivere meglio il tuo rapporto con tuo padre, che appare conflittuale.

FF: Perché vedo che continuamente sono i miei riferimenti visivi e immaginari, percepisco e sento delle vere tensioni, comunico con gli oggetti legati a quel tempo sospeso; tutta la mia arte è legata a questo dialogo con queste immagini, ho ancora bisogno di relazionarmi a loro, di passare del tempo con loro; penso sia ancora un conto aperto con questo periodo che arriva fino alla fine degli anni 90, anzi come ho scritto una volta forse la fine di questa tempo dorato è il 1993, su tutti i cartelloni per la strada c’era la pubblicità della Fiat: “La risposta. Punto.” Per la prima volta i fari posteriori dell’auto sono messi in alto, verticali, tutto è cambiato da lì, l’anno prima c’era stata Capaci, con le Croma sbragate, le ultime ammiraglie. Mi hanno sempre infastidito quei fanali alti, capii che stava iniziando a finire tutto.
Per la verità il conflitto è stato con la famiglia, prima fra i mie genitori ed io in mezzo; fra mia madre, moderatamente aperta, convinta che la Cultura e l’Arte (del passato) potesse salvare il mondo, mio padre, che si sentiva poeta, un misto fra un soggetto Marinettiano e un playboy di Montecatini, ma con gravi disturbi mentali (ad oggi, da una decina di anni sono il suo tutore perché è interdetto) e i miei nonni materni travolti da questa situazione grave.
Dopo tanti anni, ho potuto leggere meglio le due figure maschili della mia vita. E’ stato un conflitto crudele, mio nonno materno, ex ufficiale tornato dalla Campagna di Russia, anticomunista, amante dell’ordine, filatelico, numismatico, elegante e sobrio sempre con l’impermeabile Burberry, quando Burberry voleva dire stile che solo l’Impero Britannico –la perfida Albione- poteva dare, ha annientato mio padre, un uomo fragile e realmente schizofrenico (è il termine usato dalla perizia psichiatrica) che si sentiva poeta e voleva vivere appieno il “logorìo della vita moderna”.
Ma ho l’impressione che non riuscirò mai ad avere una comprensione obiettiva della faccenda; è stato tutto così pesante, ingombrante, a volte quasi irreale… Mio padre oggi mi parla ancora di mia madre come se fossimo nel 74, a volte mi chiede “che si dice in giro?” e so che si riferisce ai circoli, agli ambienti letterari, alla poesia, come se fossi ancora un bambino a Firenze.
Mio padre ha sempre vissuto come speciale il suo tempo e tutti i suoi momenti: quando si è artisti si vive sempre con un faro acceso addosso, un occhio di un dio dietro le spalle, lo sguardo del mondo che ti segue sempre, una platea seduta e composta sempre attenta.

MD: Ho un rapporto ambivalente con la tua opera, considerata nell’insieme. Ne apprezzo la potenza, al tempo stesso resisto alla sua chiusura interna. In un celebre libro lo storico delle idee Isaiah Berlin contrappone la volpe e il riccio per illustrare due diversi temperamenti o caratteri umani. La volpe esemplifica il temperamento curioso e esplorativo. Il riccio il temperamento tragico. La volpe, per Berlin, è in parte un emblema dell’intelligenza illuministica, mobile, acuta, mercuriale. Il riccio invece dell’individualità romantica, risolutamente posta a protezione di sé stessa e della propria unicità. Ti annovererei tra i ricci: senza indugio. Quali rapporti, a tuo parere, l’arte intrattiene con l’arcano, il lutto e la memoria? Tu corteggi la dimensione mistico-esoterica, quasi devozionale. Credi che l’arte possa giocare ancora la carta della profondità?

FF: Chiamerei anch’io devozione la cura che ho per i luoghi e per gli oggetti che continuamente ripropongo. Credo molto nell’opera che traduco a volte con ambienti e altre volte con cose. Ritengo di presagire qualcosa prima, già in un’oggetto stesso, perché questo si “carica” ai miei occhi di immagini e pensieri volontari e involontari. Si carica come per effetto di una reazione chimica. Tento allora di assecondare questa impulso, continuare questa catena, anello dopo anello… Accosto, metto insieme, congiungo, attacco e ricompongo. L’arte ha un grande potere. Intendi la “profondità” che può portare a cose più complesse e vitali o perfino agli inferi? Senza passare per gli inferi non si va da nessuna parte. La dimensione mistica-esotericia cui alludi è pagana: sono l’adepto di una religione con molti dei, dove le cose parlano e lo spettacolo della seduzione prevede scene grandiose. Alla fine tutte le immagini profonde e complesse seducono, non so se l’arte sia cattiva imitazione, per anni ne sono stato convinto, ora forse sono più morbido, credo che abbia una sua autonomia, non mi sento mancante di qualcosa quando sono fra le mie immagini. Diffido invece di ciò che chiami “l’arcano”: presuppone conoscenze esoteriche che non cerco né possiedo. Magari invece mi perdo per anni a provare e riprovare dei pezzi di pavimento su un mobile tagliato. O a mettere insieme delle vecchie bottiglie di Fanta… Con la memoria non ho un rapporto semplice. A volte sono stato sempre indicato come quello che si interessa alla memoria, ma questa ha un’accezione sempre troppo pubblica e questa cosa non mi piace. Voglio essere chiaro. Non desidero migliorare la società con la mia opera, non me ne voglio occupare, non mi sono mai posto il problema se l’opera sia dalla parte giusta, abbia qualche scopo positivo o peggio ancora un fine. Se c’è qualche memoria, c’è solo quella mia personale. A volte si unisce poi alla memoria del mio Paese.

MD: Alcuni scatti documentari che mi mostri ritraggono l’aereo abbattuto a Ustica, oggi conservato nel Museo della memoria. A lato dell’aereo è una colonna, e dalla colonna pende un anello. Quanto è rischioso, per un artista solitamente così ritroso come tu vuoi essere, oltrepassare l’ambito dell’esperienza personale e commentare circostanze di rilievo pubblico?

FF: Date a Cesare quel che è di Cesare… forse è il modo più equilibrato per amministrare il proprio rapporto con le circostanze di rilievo pubblico. La strage di Ustica mi si è imposta come tema alcuni anni fa (memoria involontaria?), è emersa come il cadavere di uno dei passaggeri dell’aereo nella celebre e tragica foto che apparve sui giornali due giorni dopo il 27 giugno 1980. Nel 2007 fui invitato a proporre un mio progetto per la mostra Ambient Tour, organizzata alla Fondazione Sandretto a Torino e dedicata a temi ambientali. Pensai al mare e mi apparvero i cadaveri dei passeggeri dell’aereo. Avevo visto la celebre foto dei passeggeri morti in mare nella mia casa di Pavana, il paesino sull’Appennino Pistoiese dove abita anche Francesco Guccini. L’avevo vista pubblicata sul Resto del Carlino quando avevo 15 anni e, come tutte le estati, ero là in vacanza con la famiglia – o quantomeno con quello che rimaneva della famiglia. La casa di Pavana è un villino degli anni Trenta preceduto da dodici tigli: i grandi alberi ci affiancano se saliamo la lunga rampa di gradini. Questa casa è una specie di santuario della mia vita, là riposano reminiscenze, echi, che rimangono sospesi perché nessuno tocca nulla, ci sono negli armadi con ancora i vestiti dei nonni che sono defunti da tempo… Forse il vedere quella foto sul giornale in bianco e nero, il cadavere chiaro e il mare nero, come fosse un pozzo, un pezzo di abisso, ha reagito con l’ambiente carico di immagini reali e psichiche che mi circondavano e si è ammantato di una carica grave, carica di tanti significati…
Un secondo episodio associato a Ustica: è la partita pomeridiana del 5 luglio 1982 Italia-Brasile in Spagna per il Mondiale. Ero da solo nello stessa stanza a Pavana, nello stesso divano dove, due anni prima, avevo visto la foto dei passeggeri del volo Itavia. Era tutto molto strano perché la partita era al pomeriggio, c’era il sole sia fuori che in campo, certo le partite del campionato erano sempre al pomeriggio, ma mai in televisione, di solito le partite in diretta della Nazionale erano alla sera. Allora ogni cambiamento lo percepivo con inquietudine, con malassere. Mia madre e i nonni mi avevano lasciato solo. Si capiva l’importanza dell’evento dal tono del cronista e dalla solennità dello spettacolo con le formazioni scandite dalle scritte sovraimpresse con un carattere digitale freddo come quelli del videogioco Space Invaders. Non so perché rimane quasi tutto sospeso e quasi immacolato nel ricordo, ma il fatto che sia successo nella casa di Pavana mi conferma che quella casa è per me un luogo segnato. Contiene età preziose che non trascorrono mai e che rimangono chiare e ferme.
Questi due episodi che ti ho raccontato mi lasciarono un profondo senso di solitudine e dolce amarezza che ancora oggi riconosco e spesso ritorna. Gli abissi del mare nero forse non erano i soli: anche fuori dal mare c’erano profondità buie. Una volta scrissi dei pensieri sulla casa di Pavana: “i ragni urlano nelle siepi”. Purtroppo non erano solo paure di brutti sogni, ma vicende reali di mondi che si scontravano, di epoche, di mentalità: la mia famiglia è stata un grande campo di battaglia.
Il silenzio della casa, dell’estate mai spensierata di Pavana era quasi più forte dell’audio della partita che vedevo come una grande festa pagana e maschia, piena di tensione. Il Brasile! Le tifose ballerine in costume sugli spalti, i coriandoli in un catino rovente con i gladiatori sudati. Quella partita, poi, ha cambiato la storia del calcio.

MD: Come descriveresti il tuo rapporto con la storia dell’arte, in particolare con la storia dell’arte italiana antica? Questa o quell’immagine del passato mantiene ai tuoi occhi la capacità di preservare misteri o dispensare segreti?

FF: Spesso provo un deciso rifiuto per tutto ciò, quando sento “storia dell’arte” non riesco a non pensare a mia madre. Lei ha usato la storia dell’arte, “il bello che salva” per fuggire dalla situazione difficile della famiglia, ha cercato una specie di rifugio nella storia del passato. Fin da bambino mi portava con sé: da Ravenna a Roma e poi tutta l’Italia e tutta l’Europa. I Bronzi di Riace esposti a Firenze… Questa iniziazione forzata mi ha talmente segnato che mi è difficile metterla da parte. Ho una solida memoria visiva e le immagini della storia dell’arte italiana per me vogliono dire gite organizzate per vederla dal vero.
Quante volte ho visto mia madre implorare il custode di turno, di solito a pranzo, per aprire la chiesa, il chiostro, il palazzo altri tempi. Ho fatto un intero progetto sul Mausoleo di Teodorico, esposto anni fa a Pesaro, forse una delle architetture più misteriche e sinistre che ci siano… Ma lo vedo in quel modo perché – ritorna sempre questo della cosa che non è al suo posto che mi manda in crisi – abituato al centro delle città – sono nato a Firenze e poi ci trasferimmo a Bologna, ma sempre nel centro storico – vidi per la prima volta il monumento in mezzo a un prato incolto, una specie di piana desolata e triste, in periferia che non nascondeva il suo passato di palude. Non ero pronto a vedere un’opera d’arte che sembrava abbandonata. Quando dici misteri e segreti, non posso fare a meno di pensare all’Egitto. Le immagini della scoperta della tomba di Tutankamon mi hanno sempre scosso. Le trovai in uno dei primi libri che ho letto. Solo dopo molto tempo ho capito che il ritrovamento di una tomba quasi completa che svelava queste immagini di uno strano magazzino-archivio-cantina con un ordine complicato, un disordine organizzato, per me era stato importante. Oggetti così diversi fra loro, banali attrezzi e preziossime suppellettili. Cose d’uso quotidiano, estremamente semplici in apparenza, provviste però di un senso rituale, quasi magico. A fine anni Novanta iniziai non a caso un ciclo di opere dal titolo Archivio.

MD: L’anello rimanda a un’enigmatica scelta di fedeltà: a una condizione “intransigente”, come tu stesso mi scrivi, in cui non si può essere altrimenti da quello che si è. E’ una condizione solo individuale, oppure storica, geografica, di classe, generazionale? Accetteresti di considerarti testimone o interprete di una vicenda collettiva? I tuoi “assemblaggi” di mobili antichi destano in me un effetto di antica sacrestia: tutto è silenzio, indeterminatezza, sospensione e sacro. Attorno aleggia la tua ironia.

FF: Alla fine tutto insieme. La mia condizione individuale è caratterizzata ovviamente da tutte le altre cose, nessuno vive in una torre d’avorio. E’ interessante che nomini la classe. A volte qualcuno mi ha fatto capire che avevo sbagliato classe e non eravamo di certo a scuola. Diciamo dannatamente individuale, con un abbondante contorno di una famiglia dilaniata da conflitti di classe e mentali.
Dicevo della mia condizione segnata anche da una bella “spinta” storica, dai luoghi, da una città-museo (Firenze) e dalla “luce” dell’università di Bologna. Bologna è anche però la città del tortellino, la grassa, città orale. La mia nonna materna Tosca ha incarnato tutto questo nella sua vita: il gusto, la cucina, il cibo, una vita tesa verso il complesso cosmo del cibo.
Essere nato poi alla fine del 1967 ha il suo significato: posso dire di avere esultato per l’Italia campione del Mondo nel 1982 e di aver vissuto quel senso di benessere, certo effimero, ma importante di quel decennio. Gli anni Ottanta sono stati anni difficili e tragicamente intensi per me, diabolici, magnifici. Ho visto, in un momento storicamente gentile, due cose assolutamente magiche: nel 1981 la salma imbalsamata di Lenin a Mosca e nel 2012 quella di Mao a Pechino. Possiedo anche un Grochi Rosa e tante cose da arredare un’intera tomba.

MD: Un’ultima domanda secca, per una risposta altrettanto secca. Morandi o i CCCP (o entrambi)?

FF: Non posso rispondere in modo deciso perchè ho un dubbio: non so se intendi Giorgio o Gianni, in entrambi i casi sono accostamenti stranianti. Se fosse il primo apprezzo questo raffronto tutto emiliano fra pittura difficile vs musica facile (dico facile forse perché non mi è mai piaciuta la voce di GLF o perché in fondo quel genere di musica non mi ha mai interessato) e senza dubbio sceglierei l’artista di via Fondazza che ho percorso per più di trent’anni; se fosse il secondo, mi astengo.

* Conversazione pubblicata su Doppiozero.com