Conversazione con Cristiana Perrella

Cristiana Perrella: Il tuo lavoro è fortemente radicato nel territorio da cui provieni e nella tua storia personale. I materiali che utilizzi più frequentemente sono quelli legati all’immaginario della tua infanzia borghese nell’Italia degli anni  Settanta – armadi, tappeti, specchi, bottiglie, lampade, cartoline – che trovi da robivecchi della zona dove vivi e riassembli attraverso un meticoloso lavoro artigianale,  per rincorrere ed esorcizzare il  tuo passato, ricostruendone l’atmosfera. Dici di trovarti benissimo nella solitudine del tuo studio, a Savigno, un piccolo paese dell’appennino tosco–emiliano, circondato dalle cose che raccogli e che, prima o poi,  trasformerai in opere. Hai però, soprattutto negli ultimi anni, accettato diverse residenze: sei stato a Roma (all’Accademia Americana), Cuba, Palermo, ora a Istanbul. Come e perché affronti queste esperienze? Cerchi l’uguale o il diverso, una possibilità di fuga rispetto al tuo mondo, che è così immersivo, oppure cerchi sempre, anche in luoghi lontani, qualcosa che ti assomigli?

Flavio Favelli: Per me è importantissimo partire ma quando devo farlo non mi va mai, e ogni volta è una fatica. Credo comunque nella forza delle immagini e quando si va in giro ci sono sempre nuove immagini che si mischiano con le proprie… tutto quello che ho visto a Palermo e Istanbul è poi mescolato in nuove opere. Certo, lo sguardo con cui osservo una realtà nuova è il mio, ed è uno sguardo italiano. In un’intervista su questa mia residenza in Turchia, ho detto che è Istanbul che diventa Favelli, non Favelli Istanbul; il ruolo dell’artista è quello di interpretare col suo mondo il mondo.
Spesso mi sento dire che la mia opera è troppo bella, troppo barocca, so Italian. Ma se si guarda le opere dei giovani artisti internazionali, noto spesso uno spirito del luogo, un’attinenza con certe particolarità della loro provenienza.
Questa bellezza è una specificità italiana sempre riconoscibile che mi porto, volente o nolente, dietro, perché uso immagini italiane.

P.: Le residenze sono quindi per te un esercizio con cui ti forzi di uscire dal tuo mondo, e allo stesso tempo un’occasione per ritrovarlo oltre i tuoi confini. Come scegli i luoghi in cui vai? Se penso a Palermo, Cuba, Istanbul, e anche Roma, mi sembra abbiano una certa affinità: città in cui la memoria del passato è molto forte, nella stratificazione delle cose ma anche nella decadenza. Le hai scelte o ti sono capitate? Faresti una residenza, ad esempio, in una metropoli orientale?

F.: Alla fine tutto capita. Ultimamente sono stato in Cina, a Pechino e Shangai e a Dehli. Sono sempre stato interessato alla Cina e alle Indie, perché nella nostra cultura è sempre stato presente un gusto per l’esotico, un’ammirazione dell’Oriente, che però si risolveva solo quasi nei vasi cinesi. Oggi è ovviamente molto diverso. Più lontano si va più è tutto molto più nuovo e quindi interessante, ma devo dire che il treno sgangherato che ho preso dall’aereoporto alla stazione di Palermo, è stato un viaggio molto eccitante, anch’esso fortemente esotico, non a caso in quella città c’è una Palazzina Cinese.
Nel mio lavoro recentemente stanno emergendo degli elementi nei confronti dei quali nutrivo in precedenza un po’ di timore: i marchi, i loghi e la pubblicità che hanno una storia fortissima in Italia. Quando a scuola giocavo a nomi, cose e città, mi piacevano soprattutto le marche: quando ero bambino dietro ogni prodotto per presentarlo si costruiva una storia, un vero teatro. Ultimamente ho letto che il brand più riconosciuto al mondo è la Ferrari, che in Italia non è più così forte, ma nel mondo sì. Abito vicino a Modena e nelle campagne passano spesso dei prototipi di auto da corsa. Se penso alla Ferrari, però, mi vengono in mente gli occhiali da mezzo cieco di Enzo o la tragica storia del cavallino rampante di Baracca, ognuno ha i suoi riferimenti… ma le auto da corsa mi hanno sempre fatto tristezza, non ho mai creduto nel motore, fin da bambino non ho mai messo piede al Motor Show di Bologna. Vado sempre alla ricerca di nomi della pubblicità, dietro cui ci sono delle storie che spesso sono molte diverse dal mondo che vuole la pubblicità stessa. Molte persone dicono che lavoro sulla memoria: è un parola pesante, che non mi piace, perché nel nostro paese ha a che fare con la guerra e con questioni ancora irrisolte. La memoria della pubblicità a volte è fatta per sostituire la memoria storica, alcuni prodotti sono nati per cambiare l’esistenza.

P.: A questo proposito mi torna in mente un libro di Aldo Nove del 2000, Amore mio infinito, in cui l’idea del marchio è molto presente. Racconta gli anni ’70 e ’80 italiani attraverso alcune marche e prodotti caratteristici del periodo, con un tipo di scrittura all’epoca nuova: sembra una sorta di Bret Easton Ellis italiano, ma non in versione yuppie.

F.: Ultimamente Guccini ha fatto due libri sulle cose perdute. Ne ho letto uno velocemente ma mi ha interessato poco: essendo di un’altra generazione, non ho nessun appiglio nei confronti di quelle cose. E’ spesso quindi una questione di generazione. Le cose sono importanti, prima, dagli anni 60 agli 80 c’era più improvvisazione, spontaneità con dei risultati sorprendenti. Voglio dire c’erano sottomarche e piccole realtà che proponevano il loro mondo, copiando dalle grandi marche. Forse mi sembra che in quegli anni fosse tutto più bello, ma non perché erano quegli anni o perché sono passati (quando i mulini erano bianchi..) ma perché ero un bambino e poi un ragazzo che doveva cibarsi di queste cose per salvarsi, questi segni erano gli unici appigli rispetto a quelli che mi proponeva la famiglia, per altri bambini forse erano solo giochi, per me erano compagni immaginari da contrapporre a quello che subivo. Erano delle realtà della psiche. Sandokan, il telefilm con Kabir Bedi, la Fanta con quella bottiglia di vetro arancio scuro con anelli, Roger et Gallet, l’acqua di Colonia di mio nonno, Le Ore e Le Ore Liete, due nomi simili, uno di un giornale porno, l’altra dei biscotti Perugina, erano immagini ambigue che si intrecciavano in un mondo sospeso pieno di speranze, una specie di attesa escatologica.
Voglio dire che da qualche parte ho la consapevolezza che certe immagini sono depositarie di tanti significati e aprono porte differenti, sono multiple e quando le trovo e le rielaboro provo una gioia immensa che però è ambigua, non è solo piacere, è anche dolore. E’ un piacere non sereno.

P.: Il rapporto con gli altri artisti della tua generazione, e anche il tuo ambiente di formazione, è stato importante. Io frequentavo Bologna in quegli anni, e ricordo che c’era un gruppo abbastanza coeso intorno alla galleria Neon e varie altre situazioni, come il centro sociale Link dove tu lavoravi.

F.: Ho sempre fatto molto per conto mio. Nell’arte si è soli. Non mi è semplice rapportarmi con le persone, anche per le cose che ho detto prima, c’è chi si interessa alla dimensione dell’architettura nell’arte e chi si sofferma su un pavimento di una casa piena di questioni.
Il clima che c’era al Link non era dei più tranquilli.
Per la prima volta vedevo opere di artisti in cui c’era tantissima normalità e soprattutto freddezza, la stessa che avvertivo quando andavo alla galleria Neon. Riuscivo a percepire soltanto l’arte che raccontava la contrapposizione ad un sistema di arte, ma forse questo era anche un mio limite. Artisti del momento molto presenti come Eva Marisaldi e Luca Vitone non mi hanno mai smosso nulla. Forse non possedevo gli strumenti, ma non riuscivo a comprendere bene cosa stesse accadendo. Scelsi il Link perché era uno spazio in cui si poteva sperimentare. Non venivo dall’arte, non avevo fatto né istituto d’arte né accademia; all’epoca non c’era ancora internet, ho dovuto creare la mia consapevolezza per conto mio in tanti anni. Non sapevo nulla del mondo dell’arte, in quattro, cinque anni ho dovuto masticare tutto molto velocemente.

P.: Come ti ha formato l’esperienza del Link? Cosa ti sei portato a casa di quegli anni?

F.: Ancora oggi ci sono delle incomprensioni. Ho sempre sentito da qualche parte che ero visto in modo differente per il fatto che ero l’unica persona che proveniva da una famiglia borghese. I gruppi avevano idee molto chiare: l’opera in sé andava superata; erano preferiti gli eventi e le performances, al massimo le installazioni. Inoltre c’era una fede veramente forte nelle nuove tecnologie che a me dicevano poco. Internet avrebbe dovuto rivoluzionare tutto… Io feci delle operazioni come quelle di allestire un bar, una stanza che si chiamava Sala di attesa: un ambiente tutto in vetro molto freddo. Usai lo stesso titolo anche quando feci la stanza per i funerali (al Pantheon alla Certosa di Bologna).
C’era diffcoltà a fare mostre di opere.
Ancora prima del Link seguivo la Socìetas Raffaello Sanzio, poi tanti gruppi… Fanny, Kinkaleri, Teatrino Clandestino, Terza Decade… poi il teatro mi ha stancato. Il grande problema di queste esperienze è che senza fondi pubblici facevano fatica ad andare avanti. Al Link di arte visiva se ne è sempre fatta molto poca, perché c’era la questione dell’opera che andava tenuta a distanza. Comunque non era un centro sociale come altri, era molto più soft ed aperto.

P.: Il tuo lavoro non si è mai occupato della dimensione sociale o politica. Anche il tuo approccio alla storia è mediato da un rapporto personale con le cose (penso al discorso su Ustica, a quel piccolo ma significativo lavoro sulla stella delle BR). Da poco sei reduce da una residenza in Turchia, un paese che conosce una situazione politica e storica eccezionale. Quali spunti ti ha offerto la permanenza in questo paese? Ti ha suscitato emozioni trovarti là in questo momento storico?

F.: Sì, è tutto molto complicato e delicato. Ma forse mi sento molto occidentale e quindi volutamente impreparato. Credo ci siano delle barriere insuperabili. Voglio dire che la concenzione dell’individuo e le sue questioni fondanti, in Turchia e in altri paesi a maggioranza Islamica, diciamo che sono in minoranza rispetto alla gerarchia e alla totalità. Detto questo paesi del genere per me non hanno nessuna questione interessante, se non estetica e quindi esotica. Un po’ come a Palermo: un luogo bellissimo, con grandi contraddizioni e immagini abbaglianti, strane, particolari, desuete, dove la bellezza stordente è un grandissimo piacere, ma non può essere che un luogo esotico. Nessuno andrebbe a vivere a Palermo o Istanbul semplicemente perché non sono luoghi liberi e i luoghi non liberi, anche se belli, possono essere solo solo esotici. Ricordi Cristiana il primo maggio a Istanbul? Forse quarantamila poliziotti con le facce stanche, ragazzi giovani con la divisa appiccicata, uno ogni 10 metri in tutte le strade del centro. Una città occupata.
Molti giovani che ho incontrato vogliono lasciare il paese (almeno tutti i giovani legati al mondo dell’arte) e stiamo parlando di un paese con un economia in grande crescita.

P.: Tuttavia la stessa ascesa al potere di Erdoğan ha segnato in qualche modo una rivoluzione, perché prima di lui l’idea di un Islam moderato al potere era impensabile: l’esercito era il guardiano della laicità, e dopo tre colpi di stato il margine era molto ristretto. Anche se adesso sembra orribile dirlo, in ogni caso Erdoğan ha dato voce a una parte enorme del paese che era stata completamente privata della possibilità di avere un peso, una parte anche molto produttiva.

F.: Sì certo sono cose vere, ma come dicevo tremendamente lontane e difficili da capire. L’impressione è che questa enorme parte del paese abbia solo due desideri: un matrimonio ricco e ben addobbato e la fine del Ramadam con un lauto banchetto, non vorrei essere superficile, ma purtroppo non sono la persona giusta: ho la repulsione per le abitudini della famiglia Italiana (che oramai non esiste più), figuriamoci per quella Turca. Basta vedere la faccia del Premier e come si veste, è una faccia vecchia che assomiglia alla maggioranza degli uomini turchi. Anche noi abbiamo categorie forti, ma ci sono più visioni, più aree neutre, più zone franche. Loro, poi, islamizzandosi, sono nel 1435, non nel 2014 e qualche cosa vorrà pure dire.
Una delle cose più belle che ho visto nell’ultima settimana è a Como; c’è un’insegna luminosa in plastica che recita “Bevete Coca-Cola”. È veramente vecchia, sembra una cosa decrepita. Sarà un caso, una cosa banale e superficiale… Alla mostra di Istanbul ho esposto una bottiglia della Coca-Cola decorata con l’Occhio di Allah che è onnipresente, ma è più pagano che Islamico. Una delle prime cose che ho fatto è andare nei supermercati, per vedere se ci sono anche altre Coca-Cole turche. La Coca-Cola è una delle presenze più solide nel paese da cinquant’anni: non c’è più il califfato ma c’è la Coca-Cola. Gli oggetti sono talmente legati alla società e alla politica da poter produrre spostamenti. Ultimamente, commentando la presenza di una stella in una mia opera, qualcuno l’ha letta in chiave politica: certo è la stella politica, ma è anche la stella rossa della San Pellegrino. E’ tutto insieme, e va preso tutto insieme, come un’esistenza, che è fatta di prodotti, di cose banali, di aspirazioni e di ideali.

P.: Poi c’è forse anche l’esigenza di sapersi destreggiare in una lettura dei segni contemporanea. Per esempio l’immagine da cui hai tratto il titolo della mostra, Grape Juice, è oggetto di una lettura molto complessa. Si tratta dell’etichetta di una bibita di produzione industriale – della Coca-Cola Company tra l’altro – dietro la quale tu vedi una serie di contraddizioni legate alla religione, all’idea dell’Islam, al marketing, a tanti altri discorsi. Ho l’impressione che il tuo lavoro si orienti sempre di più verso una lettura dei segni, quasi – per tornare all’ambiente bolognese – una certa attitudine alla semantica.

F.: Molti ultimamente hanno accostato il mio lavoro all’arte pop, per la sua attenzione nei confronti della pubblicità del marchio, tutti elementi apparentemente leggeri. Ma la questione è molto complessa, come anche la parola pop. In realtà ho compreso che dentro di me ci sono due mondi, legati alle figure di mia madre e mio padre. Il primo è connesso al concetto di arte come l’ho vista a casa dei miei nonni e di mia madre: il bello è solo quello del passato, il classico e quindi l’arte è solo quella del passato. Il secondo è quello di mio padre: è quello della la pubblicità, della società nuova.
Mio padre era un poeta, un uomo con la U maiuscuola, come diceva lui, un Uomo Nuovo che voleva bere Top ogni giorno. Il Top era uno spumantino della Gancia in una bottiglia piccola da 20 cl. E’ chiaro che c’era un mondo che apriva lo spumante solo la domenica o nelle feste comnadate, Top invece era per tutti i giorni! La pubblicità della Gancia recitava nei primi anni Settanta:
Arriva Top che contesta il vecchio brindisi.
Tutto ciò credo sia devastante, e ha innestato dei meccanismi diabolici.
Se tutto il giorno può essere festa, si perdono le regole e si fa fatica a comandare… Ecco perché oggi abbiamo una società liquida, è stata colpa del Top Gancia. Sono sempre stato sedotto da entrambe le visioni. Questi due mondi che si scontrano li ho vissuti attraverso la famiglia, li ho vissuti prima e capiti poi. Non sapevo mai da che parte stare, i miei genitori erano sempre in conflitto. Ancora oggi, dopo tantissimo tempo, questo scontro non è risolto. E’ tutto sempre amaro e dolce insieme…

P.: Possiamo dire che nel corso del tempo il mondo di tuo padre ha trovato sempre maggiore spazio nel tuo lavoro? L’entusiasmo per il nuovo, quindi le marche, la cultura pop, la televisione, adesso sono sempre più evidenti: l’ingresso della parola e del logo, di un immaginario legato al mondo delle merci che all’inizio non c’era.

F.: Sì, certo, è sempre più evidente. Però si tratta di cose che si compenetrano in modo differente. Ad esempio, molto banalmente, le cose che facevo prima sono molto più complesse da realizzare, mentre le ultime sono tecnicamente più semplici, ma credo più forti, più potenti. Anche se il mondo di mio padre ha potere perché in contrasto con quello di mia madre. E’ la storia di questo paese, direi unica, con estremizzazioni folli…. perché nel nostro sud, una delle parti più belle al mondo, si è prodotto uno scempio inimmaginabile? E’ questo contrasto che è fortissimo. Abbiamo conservato rigide regole nel cibo che rimane una grande tradizione (i dolci di Messina non si trovano a Catania che sta a 90 chilometri) e hanno sbragato ville liberty per fare posto a palazzi di sabbia e cemento.

P.: Da questo punto di vista la Turchia ha operato un passaggio traumatico nella modernità, facendo tabula rasa di tutto, anche dell’abbigliamento. Tra le varie riforme c’è stata infatti anche quella che vietava l’uso del fez e del pantalone alla turca, e obbligava all’abbigliamento occidentale.
Il lavoro centrale della mostra è un grande container che mette in moto nel visitatore un’esperienza di tipo spaziale: girandogli intorno si ha la percezione di un grosso volume, ma guardando le foto dall’alto ci si rende conto che si tratta in realtà di un grosso contenitore, un grande vuoto al centro. L’idea di una cosa chiusa, allo stesso tempo capiente e vuota, torna in molti tuoi lavori. Ti interessava l’idea di riempire questo vuoto? Era un container o no? Me lo sono chiesta vedendo quella foto.

F.: No, a me piacevano semplicemente questi pannelli arancioni. Probabilmente se non ci fosse stata la terrazza da cui fare le foto non si sarebbe capito.

P.: Quest’idea di un elemento centrale e chiuso mi aveva rimandato al tuo lavoro sul mausoleo di Teodorico. Era interessante il fatto che Teodorico fosse stato educato a Istanbul – cioè a Bisanzio – per dieci anni; quando poi torna a Ravenna lo fa con un bagaglio, per lui barbaro, di cultura classica. Significativo è anche il passaggio della cultura classica attraverso l’Oriente, la cultura romana vissuta a Istanbul da un barbaro.

F.: Ravenna è sempre stata un crocevia folle di culture. Hai colto perfettamente il punto. Il mausoleo mi aveva colpito da bambino, lo vidi con mia madre, avrò avuto 8 anni.
Era strano perché era da solo, in mezzo all’erba. Sinistro, spettrale, anche triste, non aveva nulla dei colori e dell’oro dei mosaici. Alla fine ricordo sempre di più le cose tristi.

P.: L’idea di una sorta di monolite, che fa quasi venire in mente la Mecca – un volume centrale chiuso a cui girare intorno – fa pensare a un tipo di cultura molto distante dalla nostra. Quando invece si entra in mostra si viene accolti da un’immagine stereotipa dell’Oriente e della Istanbul storica, con il profilo delle moschee e di Santa Sofia. In generale penso sempre ai tuoi spazi come spazi chiusi, dove l’esterno entra poco, anche se sono abitabili. Penso a tue istallazioni relativamente recenti come quella alla galleria Sales, in cui ci sono spazi che non lasciano nessun contatto con l’esterno, oppure, al contrario, che tu non penetri, come questo di Istanbul, o quello dedicato al mausoleo di Teodorico. L’idea della permeabilità esterno-interno data dalle aperture viene nel tuo lavoro solitamente negata. Mi interessava poter ragionare con te su questi temi, e su figure come quelle della finestra e della tenda.

F.: Alla conferenza di presentazione del progetto di residenza ho tracciato una differenza tra gli studenti universitari e me, ovvero chi ha le tende in casa e chi no. Prima una casa senza tende era impensabile: mia nonna, ma nemmeno mia madre, avrebbero mai pensato a una casa senza tende, adesso invece…
Per un certo periodo mi hanno chiesto di fare progetti per bar e ambienti con un possibile uso, ma a me non è mai interessato l’uso, è solo una coincidenza.
Questa cosa dell’uso piace alla critica perché forse apre a più implicazioni, ma non è corretta rispetto alla mia idea.
Per anni ho abitato in un piano terra molto buio, ma anche dove vivo ora in campagna ho l’abitudine di non aprire gli scuri. E poi ci sono le tende, all’interno è una casa di città, più che di campagna.

P.: Inoltre c’è una distinzione tra i paesi del Sud e del Nord Europa, secondo la quale i primi hanno sempre avuto le tende, i secondi no. Non si tratta soltanto di una questione di luce, ma piuttosto di cultura. Ad esempio in Olanda non avere le tende è sintomatico di non avere niente da nascondere, una moralità trasparente e manifesta, che è un aspetto molto lontano dal nostro sentire.
A questo tema è collegata anche l’immagine della cartolina, che tu hai usato spesso (nel lavoro su Teodorico, in quello sulla palazzina cinese a Palermo): l’idea dell’esterno che arriva nel tuo lavoro soltanto come messaggero di parole. Nel caso di questa mostra però la cartolina è ingrandita: è un’operazione che avevi fatto altre volte?

F.: Sì, in occasione di una mostra all’American Accademy avevo fatto un collage e ingrandito una cartolina in bianco e nero di piazza San Pietro, e al MACRO avevo esposto una ingrandimento di una catolina spedita da Ravenna con l’Imperatrice Teodora.

P.: In questo caso però si tratta forse della prima volta in cui la cartolina diventa quasi una visione – una veduta più che una visione – tornando ad avere quasi un rapporto di scala, simile a quello che si ha con il paesaggio quando lo si guarda dall’esterno. Mi sembrava in qualche modo il segno di uno spostamento.

F.: Sì, forse nei due casi citati l’immagine è sempre una cartolina ingrandita, qui invece è un panorama, come un fotogramma di cinema fermo, una grande veduta di un tramonto, forse è la sola immagine di noi occidentali che vogliamo vedere di Istanbul, una città affascinante che fa rima con le Mille e una Notte, forse una delle poche cose, anche se è un clichè, che ci piace di quel mondo lontano.
Le cartoline, i francobolli, sono sempre stati molto importanti, perché per tanti anni hanno rappresentato il tramite di comunicazione con mio padre. Non ci si telefonava, perché lui non poteva, e quindi gli mandavo delle cartoline. Dovunque si andava c’era l’obbligo di mandarle (ai nonni…) come forma di saluto e di ricordo, nel senso che anche se si andava fuori e lontano, bisognava forse dimostrare che il legame era forte.

P.: Prima accennavi al fatto che i tuoi lavori recenti sono più facili da realizzare. Quanto conta per te l’aspetto artigianale? Tu fai da solo gran parte del tuo lavoro. Immagino però che la tua formazione non abbia previsto nessun insegnamento a proposito della dissezione dei mobili, del taglio del vetro…

F.: Il Link è stato in questo una grande palestra, poi ho acquistato delle macchine, ho imparato a tagliare il vetro con cui faccio gli specchi. Insomma mi sono inventato un po’ tutto. Ho preso uno studio in cui sono praticamente autonomo e quindi riesco a risolvere molti problemi, non sopporteri ricorrre ad un artigiano tutte le volte.

P.: Che importanza ha per te il fatto che sei tu a fare tutte queste cose?

F.: Ha importanza perché così posso passare un’intera giornata, dalla mattina alla sera, in cui lavoro autonomamente.

E’ una liberazione il mio lavoro, perché ripenso alle cose della mia psiche, penso sempre a me e questo è una grande cosa.
Parto spesso da forme già preesistenti, perché non m’interessa creare delle forme nuove. Detesto le forme nuove, come detesto le forme organiche, che amano molti artisti, ma non c’è più nulla di artificiale e lontano dalla natura dell’arte contemporanea…
Ecco, un altro grande tema è che non creo mai forme nuove ma prendo sempre qualcosa di già fatto che appartiene ad un periodo. Una delle cose preziose che possiedo ancora è la bellezza di lavorare da solo in studio. Questo aspetto del lavoro è molto importante, come pure la prova della visione dell’opera: posiziono sempre le mie composizioni – sia i collage che le composizioni tridimensionali – davanti a un muro bianco, poi mi allontano e cerco di guardarle. Il mio desiderio è quello di trasferire un’immagine psicologica a chi guarda l’opera. Credo che questa psicologia in qualche modo passi, però a volte non accade perché è ovviamente del tutto personale. Ho degli investimenti psicologici su alcuni oggetti o su opere che altri evidentemente non hanno. Tuttavia cerco sempre un equilibrio formale, anche se qui siamo nel campo dell’indicibile: non si può spiegare quando per me una cosa è in equilibrio. Il decoro della vecchia scatola di Twinings mi trasmette equilibrio formale perché è tanto semplice (una scatola di tè) quanto complesso perché è investito dalle immagini di mia madre. E poi il tè inglese Prince of Wales o China Black seduce, c’è l’esotico e ricordi delle colonie, che è un ricordo molto potente.

P.: Una volta hai affermato che molte delle tue opere erano costituite di elementi come lampadari o pavimenti perché erano le cose che guardavi maggiormente, quelle che ti permettevano di distrarti da quello che c’era intorno, cioè fondamentalmente le persone, le storie…

F.: Sì, mi sono accorto di questo. Quando mi hanno chiesto se il pavimento o i lampadari avesse a che fare con l’architettura, col design… ho capito che non potevo dire le solite cose di circostanza. Di tutte le case dove ho vissuto, ricordo i lampadari e i pavimenti in modo deciso, mi incantavo o mi distraevo o semplicimente non guardavo ad altezza persona, era spesso tutto troppo pesante.

P.: Pensando alle similitudini fra il lavoro di Teodorico e quello di Istanbul, vi è anche l’uso di materiali da costruzione.

F.: Sì, nel primo assi gialle usate da cantiere per casseforme, nel secondo pannelli di ferro arancioni per ponteggi. Mi piacciono i materiali industriali usati, mi danno un senso di distanza dalla natura, con quei colori così intensi, quelle forme geometriche pulite quadrate e rettangolari, mi danno anche un senso di solidità psicologica.
Alla fine credo che la civiltà che abbiamo tirato su, con tutti i suoi punti orribili e deboli, nonostante tutto, sia una cosa niente male. Che dovevamo fare? Farci mangiare dai leoni per preservarli? Non inventare i vaccini per rispettare i virus? E’ una battaglia sanguinosa, ma negli interstizi ci sono momenti di grande intensità e libertà.
Nella ex scuola greca quando ho assemblato il container di ferro dipinto di arancione, ma che lasciava intravvedere una precendente vernice blu, sul pavimento in graniglia a stelle, ho visto una continuità fra domestico e industriale, due mondi che mi sono vicini, il primo per esperienza, il secondo per idea, molte volte ho messo degli oggetti di industria pesante in casa.
Ho sempre pensato all’arte come estremo artificio, come mezzo per evadere le leggi senza scampo della natura. Noi siamo post Cristiani, è stato il Cristianesimo a dare continuità all’Ebraismo che nella Bibbia da qualche parte dice: …siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare…

Dopo Cristo quindi c’è Andy Warhol e forse io.


* Conversazione pubblicata nel libro di AA.VV., Grape Juice, Maretti Editore, 2014

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