Serie Imperiale, intervista con Flavio Favelli

Elena Bordignon ha intervistato Flavio Favelli sul progetto “Serie Imperiale”. L’intervista è stata pubblicata su ATP Diary il 5 aprile 2018.

Propaganda, pubblicità, provocazione, ostentazione, sensibilizzazione: sono tutte finalità che circondano il mondo delle affissioni. Che siano legate al pubblico o al privato, alla divulgazione politica o alla commercializzazione di prodotti. Tutto ciò che è affisso in uno spazio pubblico – parcheggio, piazza, autostrada, pareti di condomini ecc. – ha una dimensione di libera, e direi incontrollata, diffusione. Quale è il tuo pensiero in merito all’utilizzo di questi spazi?

Li ho sempre percepiti come decisivi. Mi sembra interessante oggi vedere che grandi superfici, generalmente pubbliche, siano offerte alla Street Art, pratica con significati illustrativi e soprattutto moralista; l’arte contemporanea che si sopporta è giusto decorativa e positiva. Non da ultimo la scomparsa della politica nelle affissioni nelle ultime elezioni apre la strada solo alla pubblicità che non dà segni di stanchezza. Una delle parole nuove di questi anni mi sembra sia Sotto Costo termine che presuppone qualcosa di losco. Considerando che Amazon è il nuovo mondo Sotto Costo, mi sembra che il panorama sia chiaro. Nel territorio pubblico dove si concentra lo sguardo delle masse e del quale ho molti ricordi e immagini (il paesaggio moderno è fatto di messaggi e scritte e le metropoli sono le insegne che nei notturni sono luminose) cerco di intervenire perché l’ambiente circostante che percepisco come pubblico e quindi come territorio aperto ed estraneo, ha in qualche modo un peso maggiore. Estraneo e pericoloso perché lo intendo in balia del caso, oltre che più vero, perché nella strada della città si svolge il tempo.

Per il progetto che presenti a Bologna “Serie Imperiale”, hai realizzato due wall painting site specific nel centro di Bazzano, nelle colline sopra Bologna. Mi introduci l’attinenza di questo intervento con il luogo?

Ho partecipato con questo progetto al bando dell’Italian Council e volevo un’opera capace di contenere tante cose insieme: due immagini di francobolli desueti del Regno d’Italia con dei timbri capaci di dare, come immagini, delle informazioni stranianti – la sovrastampa Zara come città di una storia piena di ombre, ma anche il noto brand di questi tempi, e quella della Repubblica Sociale Italiana in rosso, una specie di groviglio di segni quasi fosse un tatuaggio tribale sul viso del re – riportate su due muri interni differenti, un ex supermecato Coop e in una saletta della Casa del Popolo, due luoghi emblematici dell Emilia. Direi che ci sono tanti elementi che creano varie situazioni mentali.
Aggiungo che quei francobolli appartengono al mio immaginario dell’infanzia, quando insieme ad altri, erano sulla scrivania di mio nonno, fra profumi talcati, acque di Colonia e un’atmosfera rassicurante: era la casa borghese di fine ottocento con segni del novecento dove cose monarchiche e imperiali, intrecciate da motivi coloniali, si stavano accomodando con i primi prodotti seriali del dopoguerra e del benessere. Sono dei documenti colorati di natura politico-militare (il primo francobollo aveva il profilo della Regina Vittoria) che hanno utilizzato la rappresentazione artistica per diffondere e definire un messaggio di potere. Mi sembra poi che dipingere su muro interno sia un’operazione diversa rispetto alla regola della strada.

Il progetto è stato strutturato in tre parti, con questa motivazione: “tre fasi operative distinte che daranno origine a un’opera composita su più supporti, metafora dello stratificarsi della storia italiana cui l’opera fa riferimento.” A quale ‘storia italiana’ ti riferisci? E perché hai scelto questo determinato periodo? 

Qui è la curatela che tenta di dare una spiegazione e un significato. Ho scelto tre fasi perché comportano varie questioni: un dipinto (interno) fra due luoghi emblematici di un territorio, che diventa un dittico di quadri e che lascia un segno formale che mi ha sempre colpito: le otturazioni che hanno a che fare coi buchi stuccati e le tracce occultate, dal pavimento della Stazione di Bologna alle rose rosse di Sarajevo. Che le tre fasi assomiglino alle fasi della nostra storia non lo so e non è una mia preoccupazione. Ho scelto i francobolli del Regno perché sono belli e perché mi ricordano i tempi che ho vissuto in casa dei mie nonni, dove monarchia, Fascismo, guerra e occupazioni si intrecciavano fra storie vissute e disquisizioni filateliche. L’arte poi batte dove il dente duole (è questa l’anima dell’arte moderna) e quindi il nostro recente passato, che non passa mai, apre sempre questioni credo familiari. Per me quel periodo è sostanzialmente una storia familiare, come lo è per la maggior parte degli italiani. E cosa c’è di più vischioso della famiglia? Due mesi dopo che ho presentato il progetto c’è stato il ritorno della salma del re in Italia, con tante polemiche (familiari). 

Nemmeno troppo celata è evidente una sorta di critica sociale ai mutamenti avvenuti in questo comune (ma si potrebbe ampliare il discorso a molte altre realtà italiane). Partendo dal fatto che i mutamenti sono percepiti come peggiorativi, ma in realtà altro non sono che un evoluzione delle esigenze collettive, cosa ti ha spinto a sottolineare l’aspetto (tristemente) negativo di queste trasformazioni?

Ho scelto questi luoghi perché sono sostanzialmente desueti e per me portatori di categorie che sento mie. Stanze o stanzoni poco frequentati e abbandonati che appartengono a luoghi che stanno scomparendo. Credo che diano la possibilità di pensare ed sentire sensazioni differenti, lontane dall’imposizione di produttività che impone oggi la situazione attuale. L’artista vede e vive in modo differente questi posti che a breve verranno dismessi (la Casa del Popolo evidentemente non serve più ed è in vendita, la ex Coop verrà demolita). La necessità poetica non coincide con il flusso odierno del tempo, dove i luoghi esistono per il profitto che muovono. La necessità poetica elegge questi ambienti come importanti e simbolici. Coop, nonostante sia proprietaria dell’ex supermercato, ha dimostrato uno scarsissimo interesse, senza dialogo, né confronto. Si sono preoccupati solo di mandare l’ufficio tecnico a delimitare i luoghi di intervento rispetto a regole di agibilità burocratiche. Ci hanno trattato come se noleggiassimo un loro spazio per una festa; da un attore che tutti i giorni insiste sull’impegno civico e culturale non mi aspettavo una reazione del genere. Ma credo sia una questione di ignoranza, Coop ama i grandi numeri e l’arte contemporanea è troppo difficile, elitaria e sospetta per loro. La figura dell’artista forse, per via del suo personalismo, non si integra tanto con l’idea di cooperazione.

Pensi che il tuo intervento provochi una reazione da parte dei cittadini di Bazzano? Quale effetto ti auguri di suscitare? 

I cittadini oramai sono occupati in mille cose, un esempio interessante sono lettere ai giornali che arrivano solo per protestare contro multe prese ingiustamente (leggendo si capisce che pochi hanno una chiara idea di legalità e giustizia), contro troppe rotonde agli incroci, per ringraziare il medico di turno o magagne da mense scolastiche. Insomma vite grame dove le reazioni sono idotte da automatismi materiali, pratici, da sbarcare il lunario. Giusto il comune (governo PD) ha avuto una reazione difensiva: c’è l’abitudine a vedere l’opera come immagine qualunque e a tradurla secondo un metodo letterale. Hanno visto i fasci littori del francobollo, il re e la scritta Repubblica Sociale Italiana e si sono un po’ spaventati. Anche se questa è un’opera d’arte, l’hanno tradotta in modo semplice, preoccupandosi solo di dare un significato ufficiale del tipo non è apologia del fascismo, ma una sua critica!
Questa ricerca di significato ufficiale e univoco che vuole separare il bene dal male e il giusto dallo sbagliato è lo stesso terreno su cui si muove la Chiesa (per cui l’arte è un mezzo di culto) e una certa Arte Pubblica (che dà all’arte solo un senso positivo) ed è un terreno angusto e banale. Con le curatrici abbiamo promosso incontri sia al bar Arci adiacente sia alla Casa del Popolo, ma c’erano sempre poche persone, tutti hanno sempre altri impegni.

Il progetto, dopo una fase contemplativa, prevede una fase di interazione. Nell’estate del 2018 i due wall painting veranno strappati e ricomposti su tela. Coinvolgerai anche un laboratorio di restauro specializzato in questo tipo di interventi. Mi racconti le motivazioni di questa seconda fase?

Colui che farà il lavoro ha detto che probabilmente questa è la prima volta che viene commissionato uno strappo prima della realizzazione dell’opera stessa. Solitamente si asporta un dipinto che è in pericolo di conservazione, mentre in questo caso l’operazione è solo artistica, contribuisce ad aggiungere senso all’opera che ha necessità di avere due pezzi di muro originali che sono ben diversi da due fondi di tela. L’unicità dell’intonaco dell’ex supermercato e della sala riunioni della Casa del Popolo saranno così conservati e costituiranno il supporto della pittura del dittico.
Il soggetto di tutta questa faccenda credo che sia l’unicità, la ricerca del non replicabile. Alla fine, come molte mie opere che hanno spesso, da qualche parte, un oggetto o materiale originale ed unico. E’ forse per sfuggire al tempo che passa e alla Natura che fa scorrere il suo essere iniquo. Ogni cosa, ogni opera, ogni ambiente ha una data precisa per cercare di fermare qualcosa. E questo vuole dire essere occidentali e in fondo post-cristiani.

Autore: flaviofavelli

Flavio Favelli è un artista visivo. Collabora con Repubblica (ed. Bologna), Doppiozero e Antinomie.

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