Eternity (Il bello inverso)

F/ART – Può parlarci di “Eternity”, l’opera al neon realizzata in occasione della mostra a Ca’ Rezzonico, “Il bello inverso”?
Flavio Favelli – I loghi e i simboli, per me che sono nato alla fine degli anni Sessanta, sono sempre stati molto presenti. La stella in particolare è una specie di talismano che attraversa tutta la storia, sacra e profana, in particolare la stella rossa oscilla fra immaginari molto diversi fra loro, dal Comunismo all’acqua San Pellegrino o alla birra Heineken. E’ un segno eterno, suadente, forse un termometro dei desideri.

F/ART – Come e quando è nato il suo interesse per il neon come materiale espressivo?
F.F. – Le scritte della pubblicità con certe figure e certi slogan mi hanno sempre attirato (Bevete!, Chiedete!, Ghiacciato!) tanto banali, quanto potenti ed irrinunciabili.
Se tutto ciò viene presentato con un filo di vetro colorato e luminoso, fatto quindi per la notte –si vede meglio al buio!- tutta la faccenda diventa molto seria. Appaiono come le scritte dei Dieci Comandamenti, sono delle sentenze visive tanto audaci quanto autorevoli. Se si vedono le cartoline di certe piazze italiane, scopriamo che erano delle vere Las Vegas, con nomi, disegni e loghi colorati, come le mille luci di New York. Tutto ciò, però, serviva a qualcosa di preciso, a scopi commerciali, certo importanti, ma se vogliamo, ovvi. Usare il neon per fare opere d’arte, sarebbe, in fondo, dare ancora di più una connotazione di merce all’arte. Se la scritta luminosa (Cinema, Ristorante, Bar, Hotel, per citare i più nobili) serve la modernità dinamica del consumo (alla fine i nomi di Istituti, Enti, Città e cosa pubbliche non usano il neon per farsi notare) questa natura “infetta” anche l’arte. Ma a volte da certe “malattie” viene forse fuori qualcosa di diverso ed inedito.

F/ART – Quali sono le caratteristiche di questo materiale che risultano più interessanti per il suo lavoro?
F.F. – Direi la sua immagine e il suo immaginario (a volte anche il suo rumore, oggi quasi scomparso), il rimandare velocemente a luoghi e significati. E’ un lavoro complesso e difficile ma con un risultato che ha a che fare con l’effimero (il gas colorato che con una polvere magica accende una linea di zucchero filato) e l’assoluta artificialità.
E’ interessante anche la sua durata, quasi eterna, ho trovato delle insegne ancora funzionanti dopo decine e decine di anni, con colori evanenscenti, quasi un battito in affanno, ma vivo. La sua fragilità.

F/ART – Come si sviluppa il suo lavoro, tra progetto creativo e realizzazione tecnica?
F.F. – Direi che sono concetti, immagini ed idee che si intrecciano. La maggior parte di opere che ho fatto col neon sono diverse riproposizioni di vecchie insegne con significati quindi nuovi. Mi piacciono anche le lettere-scatole di plastica che comunque sono illuminate da neon. Generalmente riuso, con qualche aggiunta o eliminazione, l’insegna dismessa o abbandonata. Negli Stati Uniti una birra usava un neon grande come una valigetta nella vetrine; un perimetro rosso e una scritta azzurra LITE (che si legge lait) e in piccolo in bianco “beer”. Ho tolto “beer” ed è venuto LITE che in italiano è una parola un po’ desueta, ma interessante e complessa, molto di più di una marca di birra.

Autore: flaviofavelli

Flavio Favelli è un artista visivo. Collabora con Repubblica (ed. Bologna), Doppiozero e Antinomie.

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