L’arte al centro

Si apprende sui giornali che nel programma de La Casa dei Pensieri della festa dell’Unità, alla voce arte, ci sono quattro invitati: due indiscussi artisti, Pierpaolo Calzolari e Concetto Pozzati e due storici dell’arte, Eugenio Riccomini e Andrea Emiliani. Uno di settanta anni e gli altri tre prossimi agli ottanta.

Alla festa nazionale dell’unico importante partito di progresso italiano risalta questa scelta focalizzata sul passato. Tipico della credenza tutta italiana è il pensiero che l’artista sia tale quando è un saggio maestro o da defunto.

Questo cliché appartiene solo all’arte visiva, non è così in letteratura, nel cinema, nel teatro e nella musica. E questo per via del nostro inestimabile patrimonio che acceca e affossa ogni pratica nuova dell’arte. Il risultato, nello scacchiere odierno, è che un’opera di un artista britannico vivente prossimo ai 50 anni costa molto di più di un capolavoro del Guercino. Se si invitano, poi, solamente due storici dell’arte, notoriamente distanti dall’arte contemporanea, si marca proprio questa tradizionale estraneità del Paese alla cultura dell’immagine del nostro tempo, oramai monopolizzata dalla TV e dalla cultura generalista di internet e della stampa.

Se c’è un pensiero, duro a morire, in Italia, è quello che l’arte contemporanea sia una specie di inganno; direi lo stesso tipo di un atteggiamento sospetto di un mussulmano integralista verso l’occidente. In entrambi casi è beata ignoranza.

L’arte contemporanea è spesso vista come trascurabile, chiusa in un mondo snob e criptico, abitato da intellettuali radical-chic. Impera lo sapevo fare anch’io o il nessuno sa più dipingere. Mentre i fari indiscussi della cultura, Regno Unito e Stati Uniti, investono nell’arte di oggi, in Italia il picco della discussione, oggi, verte se spostare o meno i Bronzi di Riace dal garage di Reggio Calabria, – perché la nuova sala dove sono collocati sembra un garage –, all’Expo di Milano.

D’altra parte, il partito, non ha mai manifestato tanto interesse per l’arte. All’ombra di Guttuso c’è sempre stato poco, forse perché la figura dell’artista, per via del suo personalismo, non si integra tanto con l’idea dell’Unità.

L’arte, invisa ai conservatori, spesso sbeffeggiata dai media, ostaggio del mercato, dalle fiere e dallo star system internazionale, confusa dalle schiere di creativi e graffitisti, è così calpestata.

La cultura dell’immagine ha sempre interessato poco la sinistra, ieri come oggi.

Se il colosso Unipol, da sempre vicino al partito, nel suo spazio d’arte mostra i quadri di Carlo Levi, una specie di Guttuso, ma più triste, si capisce meglio la storia del Paese.

Il resto, da tempo, lo fa Mediaset. Anche a Bologna.

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Le torri del silenzio

Nonostante l’allargamento di Via Rizzoli, le Due Torri non si vedono bene.

Anche stando in mezzo alla strada, l’Asinelli è soffocata dai palazzi e la Garisenda è coperta: queste due grandi colonne arcaiche non si vedono in modo completo e pulito. Bisognerebbe spostarle.

Finita l’era delle Torri Gemelle, ci rimangono queste di Bologna, per la verità più sorelle. Anche se per i bolognesi sono simpatiche e rassicuranti, le Due Torri hanno qualcosa di sinistro e spettrale. Se togliamo la coroncina merlata alla sommità e gli archi con portico alla base dell’Asinelli, comunque postumi, ci appaiono insieme come due pilastri arcaici.

Oltre che dalle lucine del Natale, i due monoliti dall’origine misteriosa, di un minimalismo quasi moderno, sono state addobbate con gabbie di ferro appese, per condannati che si consumavano al vento e al sole.

Bisognerebbe mirarle nella loro solitudine al centro di un grande spazio.

Forse l’irragiungibile fama che ha nel mondo la Torre di Pisa è data proprio dalla sua collocazione, oltre che dalla pendenza, dall’immagine con cui viene sempre presentata, compresa l’introvabile scheda telefonica Sip, che la raffigura quasi isolata, sempre con un prato verde attorno e con un cielo azzurro intenso di sfondo. La gentilezza della struttura e il candore del marmo fanno il resto. Le nostre, invece, rimangono inespresse, quasi soffocate dalla città.

Collocarle nel mezzo della piazza dell’VIII Agosto le renderebbe finalmente visibili e l’operazione avrebbe importanti implicazioni: la città acquisterebbe uno nuovo luogo con un vecchio simbolo e la piazza di Porta Ravegnana diventerebbe uno spazio inedito con nuove prospettive: certo il senso di smarrimento sarebbe importante, ma subito compensato dai portici della chiesa vicina, interstizi quasi privati; il vuoto sarebbe solo apparente in un largo fra i più intimi del Paese.

Le due grandi placche-otturazioni in bronzo segnerebbero l’operazione necessaria.

Anziché una perdita, sarebbe solo uno slittamento di luogo e di senso che porrebbe delle nuove questioni. La città avrebbe due punti di riferimento diversi, ma uniti. Una nuova mancanza e una nuova presenza legate da un fondamentale segno di memoria collettiva. Una specie di Ground Zero ma senza crolli, senza attacchi, senza traumi e senza morti. Non si comprende che il nostro impasse è proprio nei nostri simboli del passato che danno false sicurezze, vani appigli che da tempo hanno perso la loro forza. Sono immagini esaurite che vanno ripensate. Si tratta, quindi, di rompere un incantesimo per rifondare una nuova origine. E non si può certo iniziare dalle altre due T.

* Testo originariamente scritto per il quotidiano La Repubblica (ed. Bologna), non pubblicato 

 

La mia casa è la mia mente

La prima volta che ho capito le vere esigenze della mia ricerca è stato quando ho presentato La mia casa è la mia mente a Torino nel 2003.

L’intento era chiaro, sgombrare il campo da riferimenti generalmente culturali non personali ed estranei alle mie immagini e alle mie urgenze. Volevo andare direttamente alla questione, al punto da dove tutto ha origine. La sentenza La mia casa è la mia mente venne fuori in seduta, ero davanti ad un televisore spento, da quella sedia a sdraio mi sentivo predestinato a raccontare quello che avevo vissuto, ero pronto a scendere nella miniera del mio passato.

Sono nato all’Ospedale Careggi di Firenze il 7 dicembre 1967 da madre di Bologna e padre di Pistoia.

Ricordo bene l’appartamento in via Montanelli era al primo piano e aveva un lungo corridoio. Un pulmino rosso mi veniva a prendere ogni mattina e mi portava a Fiesole all’asilo privato. Prima del trasloco per Bologna fissavo dal terrazzo i manifesti NO e SI del referendum del 1974 sul muretto di fronte casa con dietro un giardino verde scuro come tutti i giardini di Firenze. NO e SI, SI e NO. Andavo dietro alla poltrona e pensavo come scegliere: SI alle cose che amavo, NO alle cose che non mi piacevano. SI e NO erano due suoni ricorrrenti a casa anche se il MAI stava guadagnando terreno.

Firenze è stata sempre la città del conflitto per la mia famiglia. La mia Parrocchia era San Lorenzo delle tombe Medicee, andavo a catechismo perché lo voleva mia madre, non mi toglievo mai il cappotto. Il sacro, il santo e l’arte da subito erano così inesorabilmente intrecciati in un’alleanza complessa, pesante e autoritaria. Vicino c’era il carretto con la trippa, mio padre ci andava matto, mio padre era un eterno ragazzino, provava sempre tutto. Andammo a Bologna, prima in via San Vitale 104 dai nonni, un mondo a parte di cose borghesi e squisite, dove ogni cosa aveva un suo tempo e un suo posto e poi all’appartamento di via Guerrazzi 21, lunghissimo con tutte le stanze in sequenza, di fronte al DAMS.

Spesso la domenica andavamo a trovare gli zii, i fratellastri di mio padre a Pistoia, in via del Giglio e poi in via Verdi. Pistoia era una città immobile e un po’ triste, grigia, ma con immagini luminose come i pippi di San Bartolomeo, come il mercato con i porcini freschi sulle felci e il pane tondo che la zia Tina tagliava appoggiato al petto. La zia Tina, quando era giovane, aveva amato un partigiano che morì e da allora non volle più vedere nessuno. Si vestiva di blu e di nero come le donne del sud. L’altro zio, Filippo, sapeva disegnare benissimo soprattutto i cavalli, l’animale più nobile, ma anche più difficile, quando morì c’era un simbolo strano sul giornale era lo stesso che avevo visto in uno stendardo in un’aula dove mi aveva portato nelle nostre passeggiate in città nel silenzio assordante di Pistoia. A Pistoia non c’erano i turisti come a Firenze, era una città vuota con la piazza del Duomo e il battistero quasi abbandonati, non c’erano nemmeno i fedeli. In estate invece andavo coi nonni materni all’albergo Frankfurt a Riccione “dalle signorine” due sorelle senza marito che parlavano tedesco.

Il cinema a Riccione era Das Kino, dappertutto c’era la Löwenbräu, la birra con leone d’oro. E le grandi Mercedes beige dei tedeschi con la pelliccia sui sedili guidate anche dalle donne. Le maglie arancioni sul prato verde dell’Olanda nelle prime tv a colori dei bar di viale Dante, era il 1978 l’anno del Mondiale di Argentina, sapevo tutto perché avevo completato l’album delle figurine Panini, ma non avevo mai visto in tv l’arancione acceso dell’Olanda.

Da luglio a settembre – la scuola iniziava il primo ottobre – abitavamo a Pavana Pistoiese sopra Porretta Terme, in un villino degli anni trenta spettrale e un po’ isolato, alla fine di una lunga scalinata con dodici tigli e siepi di bosso. Il nonno materno la comprò per sfuggire al caldo estivo di Bologna. La casa di Pavana è sempre uguale con gli stessi oggetti e odori, un santuario custode della tragica memoria della famiglia. Tragica e mitica, perché viene da un mito che rigenera continuamente le mie immagini e i miei desideri di ritornare in quei tempi che sono passati. Rimangono i luoghi dove ancora tutto è vivo e acceso, dolente e maledetto. È un piacere increato, eterno, ambiguo con un forte senso di perdita, come quando i primi denti dondolavano per cadere e gli altri spingevano in un gioco di sangue amico.

Questo disperato tentativo di fare rivivere quei tempi originali è meno disperato a Pavana perché Pavana è come un tempio dove molto è custodito e dove quel tempo a momenti si può ancora vedere e sentire. Un tempo fatto di immagini, luci, suoni e soprattutto oggetti, ambienti e marche. Un tempo dolciastro, maledettamente pieno di bontà dei sensi, assuefatorio, ma anche crudele. Per via dell’isolamento, del giardino silenzioso e del suo microclima, la casa di Pavana era ancora di più il luogo della villeggiatura; tutto era più deciso e chiaro e anno dopo anno le immagini si intrecciavano in un grande poema di gesta ed episodi.

La casa di Pavana è un mondo psichico.

Ci torno ogni tanto, quasi una volta all’anno, per poche ore; è da più di vent’anni che non ci passo la notte.

In via Guerrazzi 21, un palazzo antico sulle mura medievali di Bologna, abitavamo al primo piano. Ora vado a trovare mia madre ma per me non è mai stato semplice via Guerrazzi 21. È tutto troppo pesante, ci ho passato 26 anni.

C’è un album con le foto del matrimonio dei nonni materni nel giardino interno del palazzo. Tosca con la calotta di piume bianche e un gran collo di pelliccia di volpe, Carlo in uniforme. Il giardino non è cambiato, c’è una grande magnolia e qualche grande palma, ma di un verde meno scuro di quelli di Firenze.

L’appartamento era grande quasi duecento metri quadrati e dal 1974 eravamo in due, mia madre ed io. La casa aveva i pianciti con la veneziana e i soffitti altissimi, uno era affrescato e mio padre aveva messo due faretti colorati uno giallo e uno blu su un ripiano sopra lo stipite della porta per dare un effetto scenografico. La mia Parrocchia era la Santissima Trinità, quartiere Santo Stefano, il quartiere ricco della città, il più a destra di Bologna. La facciata della chiesa era neoclassica, sembrava un tempio pagano e sotto al portico il pavimento era sempre lucido. Il parroco fece un grande auditorium con le poltrone in velluto rosso con le targhette di ottone con i nomi delle famiglie che le avevano finanziate. Una la comprò mia madre ma non mi ricordo se il nome fosse Franchini o Favelli. La scuola elementare e la scuola media erano di fianco in viale Dante e via Santo Stefano. La scuola elementare era la Giosuè Carducci, all’entrata c’era un’opera di bronzo dedicata al sommo poeta. La maestra che ebbi per quattro anni si chiamava Irene Baiesi, sempre in camice bianco come all’ospedale, col rossetto un po’ fucsia, capelli grigi raccolti, pantaloni grigi lunghi.

Mia madre mi veniva a prendere, mi ricordo le scarpe che indossava quando, appena fuori sulle scale, una sua conoscente disse: “Signora, hanno rapito Moro!”. Era il 16 marzo 1978, era freddo ma c’era il sole, indossava degli stivali neri con la zeppa come andava allora. Seppi da mia madre che la signorina Irene Baiesi s’impiccò tanti anni dopo nella sua casa in via Murri. Ho sempre immaginato che abitasse all’ultimo piano vicino alla Gelateria Capo Nord, una delle più in vista della città. Alle elementari e alle medie avevo sempre in borsa un barattolo di Citrosodina all’arancia perché spesso avevo male di stomaco. Mia madre insegnava alle scuole medie, le Rolandino de’ Passaggeri in via Santo Stefano. Le Rolandino, erano in un palazzo antico, le scale ripide e i soffitti altissimi. Per qualche volta la supplente in classe era mia madre che aveva un tono diverso da casa. Ora c’è un palazzo residenziale, hanno fatto degli appartamenti coi campanelli senza nome come a Milano.

Ogni giorno mia nonna mi portava ai Giardini Regina Margherita, la regina della pizza. Erano gli ultimi tempi dello zoo dei Giardini Margherita, anche se c’era solo una grande gabbia circolare per due leoni, qualche scimmia e un recinto per caprette insieme ai daini. Non mi ha mai convinto vedere insieme i daini e le caprette, non era un accostamento regolare, ho sempre percepito che c’era qualcosa di strano, rimasi più che deluso infastidito. I daini sono selvatici, le caprette no. Un po’ come quando andammo per la prima volta al ristorante cinese dove nel menù c’era la carne di maiale con l’ananasso, non me ne capacitavo, ogni cosa doveva avere un suo ordine, l’ananasso sarebbe dovuto andare alla fine nella frutta.

Questa esposizione di animali differenti messi insieme, una leggerezza forse dettata da motivi di spazio o magari perché entrambi amati dai bambini mi mise in crisi.

Capii dopo che l’assommarsi di questi situazioni che sentivo come non regolari stavano entrando dolcemente nella mia mente ma con effetti collaterali.

In pratica mi davano noia.

Così mi diede noia vedere i pony allo zoo di Pistoia perché di solito a Riccione erano per la strada coi bambini sopra. C’erano degli stati che si sovrapponevano, delle nature che si accavallavano, dei generi che si lambivano; il domestico macchiava il selvatico. Ma non era solo una questione di animali.

La proprietà formali e visive degli oggetti mi iniziavano a parlare perché tanti oggetti, gli arredi e le mille cose che accompagnano una storia familiare dalla fine degli anni ‘60 al 1993 erano un cosmo. Soprattutto in Italia terra di sperimentazioni audaci dove il design, la grafica e la pubblicità erano espressione dell’anima di un paese, un intero mondo nazionale. Mi sono sempre relazionato agli oggetti e alle loro immagini, perché nella mia solitudine di bambino e ragazzo poi ho trovato nelle cose inanimate tante anime, tante voci con diversi timbri che mi parlavano. L’Altro per tanto tempo nella mia vita non era un possibile interlocutore e così c’erano Loro, gli oggetti. Ho scritto 1993, perché su tutti i cartelloni per le strade c’era la pubblicità della Fiat: La risposta. Punto. Per la prima volta i fari posteriori erano in alto, verticali, la grafica, le forme generalmente piacevoli senza dignità, tutto è cambiato da lì, l’anno prima c’era stata Capaci, con le Croma sbragate, le ultime ammiraglie. Per la prima volta un’auto era diversa dalle altre o mi sembrò molto forte. I fari posteriori in alto mi davano noia, non mantenevano una continuità col passato. Capii che stava iniziando a finire tutto.

Capii che da quel momento non potevo più dialogare col presente come avevo fatto per 26 anni. Capii che da quell’anno mi dovevo rivolgere al passato.

Era cominciato l’anno 0. Il 2013 sarebbe l’anno 20 PP, Post Punto.

Dei leoni dei Giardini Margherita si sentiva l’odore pungente, ma mai fastidioso. Mia nonna aveva sempre qualcosa di pelliccia e pelle in inverno: un cappottino di Astrakan, un collo di volpe, una calotta di visone, una borsa in coccodrillo e ricordo la sua compassione per le bestie davanti alla gabbia in inverno. Coi leoni, i vasi cinesi i tappeti orientali e e gli avori della casa dei nonni la mia immagine dei paesi lontani era complessa e si arricchiva alla sera quando mia madre mettendomi a letto diceva: ora i cinesi si alzano.

Spesso la nonna ci lasciava il Resto del Carlino che leggevo solo nel calcio. Il Bologna in quegli anni faceva campionati tristi in zone basse della classifica. Pregai mia madre di portarmi per la prima volta allo stadio. Scelse una partita tranquilla, Bologna contro Avellino e mentre aspettavamo l’inizio mi fece fare i compiti sulle gradinate. Era freddo e grigio, finì 0 a 0, era il 12 novembre 1978. All’altoparlante davano gli spot della pubblicità dell’Acqua Cerelia che bevo ancora oggi a tavola, bottiglia di vetro ed etichetta verde. Di quella domenica ho un ricordo nitido, la torre dello Stadio voluto dal Duce color rosso mattone, un ricordo senza rumori, senza voci, senza audio. Le maglie delle squadre erano senza scritte, il Bologna aveva le righe larghe verticali rosse e blu. In trasferta aveva una divisa con una banda diagonale rossa blu, unica nel campionato che mi rapì. Una diagonale non controbilanciata da un’altra era un’immagine ambigua, come la maglia del Perù nei mondiali del ‘78 e dell’‘82 che vidi in tv e sul Guerin Sportivo che compravo sempre e che raccontava di campionati esteri con squadre esotiche. Ricordo che a volte ai Giardini Margherita giocavamo con un pallone che forse era pakistano.

Poi vennero le 128 Fiat della polizia che entrarono in campo per arrestare i calciatori del Toto Nero nel 1980. La sigla e la grafica del TG1 mi tenevano compagnia e mi rassicuravano.

Mia madre evitava di stare a casa i fine settimana, amava l’arte, la cultura e soprattutto voleva cambiare aria, la famiglia era saltata ed il rapporto coi suoi genitori era pesante. Iniziammo da Ravenna e poi tutta l’Italia, da Acireale all’Acqua Cheta, dall’Aspromonte allo Stelvio, dal Museo Egizio di Torino ad Alberobello e poi Parigi, Londra e Atene, fino a Mosca nel 1981. Mosca nel 1981 era un altro pianeta, andammo con Dopolavoro Ferroviario, anche se mio padre non stava più con noi mia madre era sempre moglie di un ferroviere e molti ferrovieri comunisti andavano a Mosca. Andammo in treno, passammo per la Cecoslovacchia, per la Polonia, Varsavia e poi a Brest si cambiava treno perché quelli sovietici erano differenti. In treno mia madre mi diede il libro di Howard Carter sulla scoperta della tomba di Tutankhamon. Mia madre amava l’archeologia, ha sempre amato il passato, ha sempre vissuto con difficoltà il presente. Lo lessi da Brest a Mosca con un treno che non arrivava mai. Scoprii che le foto della tomba del Faraone – le sole immagini mai viste di una tomba quasi intatta – mi erano in qualche modo familiari. Forse furono quelle foto che mi dissero che anch’io avevo bisogno di disporre con una certo ordine e con una certa bellezza le cose e le immagini della mia vita; gli oggetti del faraone erano quelli della sua vita e tutti i suoi oggetti erano importanti esattamente come i miei. Entrambi ci avrebbero aiutato a vivere, nell’aldilà per lui, nell’aldiqua per me.

Quando vidi la foto dell’Anticamera rimasi turbato. Tante cose messe con un ordine approssimativo, forse era un ordine frettoloso che poco aveva a che fare con quello di una disposizione rituale o di una mostra, di un archivio. E anche se era un ordine sommario dopo l’arrivo dei ladri a me sembrò un ordine personale, privato, mentale, un ordine che mi corrispondeva. Le voci degli dei del mio Pantheon volevano un ordine rituale degli oggetti della mia mente. Ci misi tanto tempo per chiamare una mia mostra Archivio, era il 2001.

A Mosca visitai il Mausoleo di Lenin con la salma sotto vetro, come ho visto Mao Tse Tung la scorsa estate a Pechino, due luoghi semplicemente folli, perturbanti ma che in qualche modo vicini con le loro costruzioni severe come la camera mortuaria in legno dorato di Tutankhamon.

Sono venuto per caso a Savigno. Iniziai a frequentare Bruno Pinto artista di Monteveglio, passammo intere giornate a parlare, discutere, ascoltarci. Lavorammo anche assieme. Scrivemmo tanto a quattro mani. Fuori dalla contingenza.

Mi disse che c’era un fienile vicino alla Pieve a Savigno, un paese vicino Monteveglio. Dopo aver vissuto per più di trent’anni nel centro storico di due città – Firenze e Bologna – non avrei mai pensato di abitare sui monti in un luogo un po’ isolato.

Ho spesso immaginato con grande difficoltà la trasformazione per la mia casa che in fondo è un grande oggetto tridimensionale. Sono tante le architetture che si sono intrecciate con la mia vita e che rimangono vive visioni: dal Mausoleo di Lenin alla casa di famiglia a Pavana, dal Battistero di Pistoia alla stazione di Santa Maria Novella, dalla Cupola di San Pietro al Mausoleo di Teodorico.

Ho tentato di ricostruire queste ultime due con le opere La Cupola e La Rotonda.

Ma forse la vera questione è che dietro l’arte e l’architettura si è sempre nascosta una vicenda ambigua. L’arte era la scusa per andare via di casa, l’arte doveva sostituire la famiglia oramai persa, l’arte era il rimedio al quotidiano. L’arte nascondeva, ma alla fine dava risalto, al dramma.

Solo alcune volte percepisco l’inganno che sta nell’arte che allontana sempre più da qualcosa di vero che si sente a volte in qualche lampo.

Tanti anni fa lessi Sergio Quinzio e frequentai persone a lui vicine, nella speranza di comprendere di più; non so perché ma è l’unico autore che è stato capace di distrarmi dai pensieri sulla mia arte. Scrive, riferendosi alla speranza dell’ultimo giorno: … l’arte appare cattiva imitazione, surrogato della gioia e del dolore, della vita e della morte.

 

L’eterno ritorno del Vecchione

Una rubrica di viaggi di un quotidiano online scrive sul Capodanno in Piazza Maggiore che il Vecchione è d’autore perché trattandosi della Dotta non si poteva mandare al rogo un fantoccio qualsiasi, ed infatti fin dal 1993 il Vecchione viene commissionato ad artisti nazionali e non…

Da quella data infatti l’artista invitato traduceva con il suo sguardo la tradizione: ogni Vecchione era interpretato con una differente e articolata lettura. Il gioco fra il significato del rito e il nuovo volto del personaggio apriva ad altre visioni e a diverse immagini.

Dal 2010 il Comune di Bologna ha preferito scegliere l’autore del Vecchione fra i giovani artisti e creativi mediante un bando. Non si sa se siano i giovani che amano i temi attuali e condivisi dalla gente o la giuria che sceglie opere che parlano un linguaggio semplice, popolare e con un lieto fine, ma il risultato è spesso didascalico, il significato letterale: c’è la crisi e due anni fa bruciò la Rana simbolo di povertà di Marco Dugo: un occhio alla popolarità dell’evento, che deve richiamare in piazza grandi e bambini, e uno all’attualità, che ci vede in un periodo di crisi duro a morire.

L’anno scorso fu ancora crisi, si raschia il fondo e allora si brucia quello che raschia il fondo: Paper Resistence dice col suo Raschiatore di barile:ho cercato un soggetto condivisibile: chi lo vede si deve riconoscere, capire cos’è rappresentato. Mi sembra che il discorso così arrivi bene, è diretto, c’è una semplicità che funziona, immediata…

La crisi non molla, forse da tempo non ci sono più riferimenti e allora si brucerà il prossimo 31 dicembre la Scimmia Meccanica di PetriPaselli: la scimmia da circo ammaestrata rappresenta l’uomo vittima delle sue convenzioni, incapace di azionarsi autonomamente. Con lei… bruciano gli automatismi, l’abitudine a dare tutto per scontato, ad essere caricati dall’esterno e manipolati.

Fini propositivi e augurali come le poesie per il Santo Natale.

Sembrerebbe che gli ultimi tre progetti – nonostante le apparenze – ritornino all’antico, a prima del 1993: il Vecchione ritorna ad assolvere il suo compito in modo liturgico, celebrato dai creativi che parlano dell’opera con le indicazioni quasi fosse un medicinale.

Rispondere a tema, di questi tempi, per l’arte è un vero peccato.