Fami male

Neve Mazzoleni: Hai una capacità rara nel cercare, soffermarti sul dettaglio dimenticato, raccogliendolo e riattivando intorno ad esso un significato e una storia spesso a sfondo personale, comunque profondamente umana. Cosa ti ha portato alla Stazione Marittima di Messina? Flavio Favelli: In estate vado spesso in Calabria, ma non per andare al mare, per andare in bassi Itaglia come si dice in Emilia. L’anno scorso ero a Reggio Calabria, sullo stretto, uno dei pochi luoghi che sento esotico, un po’ come andare a Baghdad. Sono andato per vedere e vivere certi contrasti, certi paesaggi poco ortodossi, certe insegne di negozi, certi incarti di pasticceria… ma soprattutto per tutte le cose abbandonate, rotte, sbragate, cadenti con le loro macerie, come certi palazzi delle città vecchie insieme a quel poco di natura che riesce a crescerci dentro che crea una magnificenza semi artificiale. Amo la desolazione, quel degrado a tinte nobili che trovo solo nel Meridione. Sono visioni di un passato consunto, quelle che il Nord non si può più permettere, situazioni sconcertanti, una parte di mondo sfasciato che permette spettacoli sublimi, fra il pittoresco e l’orrido, il catastrofico e l’apocalittico, perché l’apocalisse è bellissima quando si è solo spettatori. Una mattina ho preso l’aliscafo e sono andato a prendere un caffè a Messina. Sono stato colpito dalla stazione di Messina Marittima: una bellissima architettura fascista semideserta a pochi metri da Messina Centrale. L’edificio è ad arco con un enorme muro in travertino con un camminamento sopraelevato che attraversa i binari. Sembrava un quadro metafisico con la parete avorio altissima. Anche se c’era rumore – traghetti, treni, auto, annunci lontani – c’era un silenzio di fondo. Ho visto, ritmate, delle scritte esili a matita blu, dei versi gracili che si svolgevano lungo il muro. In un luogo solitario, immobile rispetto al flusso del presente, intercetti una scritta ripetuta, fragile, diversa da un marchio, unica. Perché ti è piaciuta? Prima per il suo ordine, il suo aspetto formale composto, leggero, appena percettibile e poi il significato, sconcio, sguaiato e sensuale allo stesso momento. Oltre alla sua dolcezza: so baciare… so fare l’amore, fami male. La cultura dominante la bollerebbe come volgare e scurrile. La volgarità è un abisso complesso da cui si tengono alla larga solo gli stolti e gli ignoranti oltre a quelli che aspirano alla santità e ai seguaci del sacro. Sono 11 stazioni di una via crucis misterica dove si intrecciano talmente tanti termini, molti inventati, che solo a pronunciarli evocano immagini molteplici… assomiglia ad una nenia che inizia sempre allo stesso modo – cerco – una specie di rito – preghiera nella speranza di trovare un giovinetto rigorosamente di 20-19 anni. Come arriva nella tua pratica? La mia pratica coincide con tutto ciò che mi piace e tutto quello che piace ad un artista è per sua natura articolato, complesso e ambiguo. Mi piacciono le scritte, i termini sboccati e quelle che il costume chiama le cose spinte, perché se non si spinge si sta fermi. Forse peccato solo che quel giorno non fosse sabato. Una forma di epigrafia contemporanea, legata al tuo bagaglio di storico, dove ti sei preso la briga di catturare la scritta dal travertino e studiarla. Da lì hai fantasticato su chi possa esserne l’autore. Leggendo questa via crucis avvengono tante cose: immagini, pulsioni, processi onomatopeici, ricordi. Parole masticate, sbocconcellate, impastate da stati tanto poveri e grezzi quanto ebbri e dionisiaci. Un beracazo: un bel ragazzo o un bel cazzo? Sofre lamore: so fare l’amore o soffre l’amore? So baciare: già, so baciare? È molto probabilmente una persona di sesso maschile o multiplo o forse è solo una persona di sesso e basta che cerca beracazi. Faceva caldissimo con una luce abbagliante. Von Gloeden non fotografava i ragazzi da queste parti a Taormina che è poco più giù? Tu dici “Amo la desolazione, quel degrado a tinte nobili che trovo solo nel Meridione”. Contrasti e stratificazioni. La malinconia gioca un ruolo nella tua ricerca. Fra Scilla e Cariddi in uno dei luoghi più densi del pianeta dove si intreccia non la nostra storia, ma la storia del mondo su un bellissimo edificio fatto dal fascismo ma lercio e offeso da tag indifferenziate, quasi abbandonato, in una desolazione assordante e un degrado concreto, ho trovato questi messaggi intensi e letterari. Tutto ciò, visto il contesto, il clima e gli odori – non c’è quello di zagara, ma ancora quello della ferrovia con le traversine ancora vergini dalla TAV – è commovente, è tragico nel senso di sublime. È una grande opera complessa. Mi hai raccontato dei tuoi viaggi da bambino, abitudine che non hai perso. Ho ancora una bellissima foto di quando ero bambino avrò avuto 7 anni con un arancino (o arancina) e una bottiglietta in vetro di Chinotto Levissima sul traghetto sullo Stretto. Mi ricordo questi viaggi con mia madre; a volte penso che mia madre al di là per la passione del Bello e dell’Arte, mi abbia – a volte forzatamente – portato a fare viaggi perché alcune cose bisognava vederle e viverle, come una specie di compito. E il Meridione andava visto, si doveva vivere il più possibile perché era la Bellezza vera, senza mediazioni. Perché portare questo intervento proprio in The Open Box? È da quando ho visto queste scritte, che voglio in qualche modo presentarle; questa è stata l’occasione. Delle 11 stazioni ne ricopierò tre sui tre muri di The Open Box.

***

Neve Mazzoleni: You have a rare capacity for seeking out and lingering over the forgotten detail, treasuring it and reactivating around it a meaning and a story often with a personal and in any case profoundly human background. What took you to the Stazione Marittima in Messina? Flavio Favelli: I often go to Calabria in the summer, not for the seaside, but to go to bassi Itaglia as Southern Italy is somewhat vulgarly known in Emilia. Last year I was in Reggio Calabria, on the strait, one of the few places I feel to be exotic, a bit like going to Baghdad. I went to see and to experience certain contrasts, certain somewhat unorthodox landscapes, certain shop signs, certain pasticceria wrappings… but above all for all the abandoned, broken, ragged things, crumbling into ruins like certain buildings in the old towns together with what little that is natural that manages to grow in them to create a semi-artificial magnificence. I love the desolation, that noble decadence I only find in the South. These are visions of a threadbare past, those which the North can no longer afford, bewildering situations, a broken part of the world that permits sublime spectacles, ranging from the picturesque to the horrible, the catastrophic and the apocalyptic, because the apocalypse is beautiful when you are just spectators. One morning I took the hydrofoil and went for a coffee in Messina. I was struck by the Messina Marittima station: beautiful, semi-deserted Fascist architecture just metres from Messina Centrale. The building is arched with an enormous wall in travertine featuring a high-level walkway crossing the tracks. It looked like a metaphysical painting with that soaring ivory wall. Even though there was noise – ferries, trains, cars, distant announcements – there was an underlying silence. I saw thin, rhythmic writings in blue crayon, graceful verse running along the wall. In a solitary place, immobile with respect to the flow of the present, you intercepted a repeated, fragile script, different from a mark, unique. Why did you like it? Firstly for its order, its composed, light, barely perceptible formal aspect and then for its meaning, dirty, vulgar and sensual all at the same time. As well as for its sweetness: so baciare… so fare l’amore, fami male (“I know how to kiss… how to make love, hurt me”). The dominant culture would label it as tasteless and smutty. Vulgarity is a complex abyss ignored only by the stupid and the ignorant along with those who aspire to sanctity and the followers of the sacred. There are 11 stations on a mystic via crucis in which so many terms are entwined, many of them invented, they need to be pronounced to evoke multiple images… It is like a lullaby that always begins in the same way – I’m looking for it – a kind of ritual-cum-prayer in the hope of finding a young man of no more than 19-20 years old. How did it arrive in your practice? My practice coincides with everything I like and everything an artist likes is by its very nature articulated, complex and ambiguous. I like the writings, the filthy terms and those that public decency would see as hard core, because if you don’t push you stand still. Perhaps it’s just a shame that that day wasn’t a Saturday. A form of contemporary epigraphy, tied up with your historian’s baggage, in which you have taken the trouble to physically capture the script on the travertine and study it. From there you’ve pondered on whom the author may be. Reading this via crucis provokes many things: images, pulses, onomatopoeic processes, memories. Chewed up, mangled words, kneaded by states as poor and rough as they are inebriated and Dionysiac. A beracazo: a “bel ragazzo” or “beautiful boy” or a “bel cazzo” or “fine cock”? Sofre lamore: “so fare l’amore”, “I know how to make love” or “soffre l’amore”, “suffers love”? So baciare: right, “so baciare”, “do I know how to kiss”? Very probably the author is of the male or multiple sex or perhaps just a person of sex looking for beracazi. It was baking hot with a dazzling light. Didn’t Von Gloeden photograph the boys from around here at Taormina, just a little further down? Your say “I love the desolation, that noble decadence I only find in the South”. Contrasts and stratifications. Melancholy plays a role in your research. Between Scylla and Charybdis in one of the densest places on the planet where it is not our story that is woven but the story of the world in the form of a beautiful building constructed by the Fascists and now filthy and insulted by indiscriminate tags, almost abandoned, in a deafening desolation and all too real decay, I found these intense and literary messages. However, given the context, the climate and the odours – not that of orange blossom but there is still that of the railway with the still virgin sleepers of the TAV – it’s moving, it’s tragic in the sense of sublime. It’s a great and complex work. You have told me about your trips as a child, a habit you have never lost. I’ve still got a beautiful photo of when I was a child; I would have been 7 years old with an arancino (or arancina) and a glass bottle of Chinotto Levissima on the ferry over the strait. I remember these trips with my mother; at times I think that apart form a passion for the beautiful and for art, she took me – by force at times – on trips because some things had to be seen and to be experienced, as a kind of assignment. And the South was to be seen; one had to experience as much as possible because it was true beauty, without mediation. Why have you brought this project in particular to The Open Box? Ever since I saw these writings I’ve wanted to present them in some way; this was an opportunity. Of the 11 stations I’ll be copying three on the walls of The Open Box.

1
CECO UN BE RACAZO ANI 20-19
MI PIACE REDELA IN PULE E NI BOCA
LO FACIO CODERE MELU INCUIU TUTO
FINA

2
RACAZO ANI 20-19
FACIO BI POPINI
C MI PACE PREDELA
NI CULO E NI BOCA
ME LO NI CUIO TUTO
FINO A LUI – NACOIA
MI FACIOROPERE LI QULO
TUTO DENRO
MI FACIO BACIARE CON – LALIQUA
LI SABATO – SONO QI – DALE -23-AMEZANOTE – 100
TUTI I SABATI

3
CERCO UN BERACAZO ANI 20 19
CON CAZO ROSO-E DURO – AFAMI
MALE –IO RRIDO TUTO NI PULO E NI
BOCA ME LO NI COIO – LOSURO FINA – UTIMA BOCA
SONO PILI SABATO SERA DALE 23 FINA MEANOTE -100
SE VIEI – CI DI VETIAMO – MI FCIO BACIARE NI BOCA CON NI PUA
C QARO BEI PONPINI TUTII

4
CERCO UN BERACAZO ANI 20 19
CON LI CAZO ROSO – E DURO A FAMI MALE
LAPRENDONI BOCA – E NI – PULO
CON LI RISUHIO LICALOBELO DURO
MI FACIO SBURENIBOCA
SONO – TUTI SABATI –DALE ORE 23-FINOAMELANUTT 100
ASPETANIIUI

5
CERCO UN-BERACAZO -ANI 20-19
CON LI CAZO ROSOE DURO A FAMIMALE
LORENDO –NIBOCA –E-NIPULO –TUTODERO
MINCOIOLOGUROFINO AL UTIMACOJA
MI FACIO BACIARNIBOA CONLALIQUA
SONO-QUI-LI SABATO SERA-DALE -23- FINO –AMEZANOTE-100
SE VIENI-TIFACIO DIVERTIRE TUTI – SABATI – S

6
CERCO UN BERACAZO ANI 20 19
CON –LICAZO ROSO –CEMI FACIACODERE
LA PRERNDO IN BUA E IN PULO – MI PACE LO SBUO
MEOU – COIO –EINO ALUTIMA COIA
BI FACIO BACIAR NI BOCA
SONO LI A TE –SERA LE 23-FINO –MEZANOTE -100

7
CERCORACAZO ANI -20 19
CON LICAZO ROSO –E DURO AFAMIMALE
E O PRENDO NI BOCA ENI PULO MI NI COIO LO.SURO
CON LI RISUHIO BIFACIO CODERE
E VOLIO ROFO LI PULO – LOVOLIO RO ROSO E DURO
AFAMIMALE – LO RENDO ONIBOCA – MIPIACELOSUPO
MEOLO NICOIO – FINO A LUTIMA COCIA
SONO QUI DALE 23 FINO ALE I -100

8
CERCO UN BERACAZO –ANI 20-19
CON LI CAZO ROSO E DURO A FAMI MALE –LORENDO –NIBOCA
E –NI PULO –MINI COIOLOSBURO FINO ALUTIM COCIA LO FIO CNLIRI SUCHIO
SO-BACIARE – SOFRE LAMORE SONO QUI DALE 23 ALE 100

9
CERCO UN RACAZO CON LI CAZO ROSO – ANI 18-19
CE MIFA CIA CODERRE LARENDONI PUO ENI –BOCA
MI NCUIO LO BUO FINO A LUTIMACOIA
LO PULISCO CONA BOCA SONO QUI SABATO DALE 23 FINO A MEZANOTE – 01 L UNA E MEZA
SE VIENI CI DIVETIAMO –
CI VEDENO ALA MARITIMA DALE- SCALE

10
CERCO UN –BERACAZO – ANI 20-19
CON I CAZOROSO – E DURO A FAMIMALE
LO RENDO –NI BOCA – ENI – PULO – MIPIACE – OSBURO
ME LONI COITUTO –BI FOIO CODERE – SOBACIARE
MECLIO – UNA DONA – MIFACIOLEARE TUTA PURE LI BUCO-DEPULO
SONO QUI DALE -23 ALE UNA 100

11
CERCO   CERCO – UN- BERACAZO ANI 20 19
CONLI CAZO ROSO-E DURO -AFAMIMALE
IO PENDO – IN – PULO – E –NI BOCA MINI COIO – LO SURO FINO ALUTIMA COIA
FACIO BEI – POMPINI CON LORISUBIUO MELA FACIO METERE NI PULO – MI FACIO SBURADEMRO
MI FACIO – ROPERE LI PULO A UCIRE SAPUE VOLIO ROPOLIULO
SONO QUI DALE – 23 ALE – 100

 

Annunci

La carcassa

Appena superato Calderino, verso Savigno o Tolè, una strada provinciale sui colli bolognesi che la città fa per andare a mangiare fuori porta o per fare dei giri in bici, sulla destra, vicino alla piccola zona industriale, poco prima dei calanchi che accompagneranno un lungo rettilinio, c’è da tempo una carcassa di un’auto nera di cui si scorge subito il fianco destro e la parte posteriore.

E’ una Golf Volkswagen modello GT nemmeno tanto vecchia, con le targhe, senza gomme e senza i quattro fanali. E’ adagiata in uno slargo di terra battuta, pieno di pozze e fango, un piccolo piazzale che dà un immediato senso di smarrimento, squallore e degrado. Sul lunotto c’è un adesivo di un grande scorpione rosso: la figura è stilizzata e rappresenta il simbolo della Abarth, scuderia sportiva di auto da sempre di casa Fiat e che non c’entra nulla con la Volkswagen.

L’immagine aggressiva e sportiva della Golf (ma non è lento e tranquillo il gioco del Golf?) osannata dalle genti del Gran Turismo ossessionate dalle prestazioni, di colore nero, il colore più ganzo, il massimo per suscitare ammirazione, si carica con lo scorpione rosso, tono che riprende i bordi gommati dei fianchi e delle fessure della chiusura delle due portiere, accessori personalizzati forse di elaborazioni successive.

La mancanza delle gomme, dei fanali e un finestrino posteriore sfondato, contrastano con la carrozzeria lucida senza ammaccature e i paraurti in buone condizioni. C’è molta differenza fra questa immagine nella Valle del Samoggia e quella della macchina abbandonata, un classico del Meridione italiano che comprende anche la regione del Lazio. Nel(la) Golf con scorpione risalta una certa compostezza, nonostante i buchi al posto dei fanali, comunque asportati con perizia senza scassi superflui e i mozzi a vista arruginiti senza gomme. E’ un contesto differente questo, che non spacca gli altri cinque vetri, che non asporta l’antenna, che lascia chiuse le portiere e non riga la vernice.

Sul cofano, vicino al vetro, c’è un pezzo di mattone, antitetico con la carrozzeria, ma è solo appoggiato, quasi in modo gentile. Insomma, nonostante il degrado, nella carcassa c’è una certa moderazione, una tinta di ordine, seppur lieve, che la differenzia dal classico rottame che si trova in qualche periferia del Sud, di solito depredato, scarnificato e completamente offeso. C’è un qualcosa, quindi, di gentile che però stride con una certa e difficile bellezza assoluta dell’abbandono. C’è qualcosa di finto, di non finito, di non autentico. C’è qualche traccia di dignità che non dovrebbe esserci.

Portate via questo falso esempio di desolazione.

Fanta Rosarno

Credo che l’arte di oggi se ne debba stare per i fatti suoi, sul suo pianeta, che è quello dell’arte. Da tempo molti artisti e critici chiedono un’arte impegnata, attenta al contesto sociale, un’arte soprattutto etica. Anni fa, dopo la notizia che il Vaticano avrebbe partecipato per la prima volta con un Padiglione alla Biennale di Venezia, ci fu un dibattito sui giornali e Mario Perniola nell’articolo Perché l’arte deve rimanere senza dio scrisse, fra l’altro: … l’arte è tale solo se è allo stesso tempo anche meta-arte e anti-arte (1).

Penso di essere due cose, due soggetti distinti, a volte molto distanti: sono un cittadino e sono un artista e viceversa a seconda dei momenti. Quando penso e vedo da artista seguo le mie immagini per comporre o ricomporre quello che a volte riesco a vedere, senza fini e scopi se non quello di vivere attraverso la potenza di queste immagini che sono filtrate da questioni personali intense, aperte fin dalla mia infanzia, ricordi così netti e densi che ben presto hanno richiesto un’attenzione sempre più rilevante per cercare di vedere e capire meglio quello che vedevo. Insieme ad un forte piacere mai sazio, ad una devozione totale per oggetti e cose fra bellezze sempre diverse e significati ambigui, queste immagini oscillano fra la mia storia personale e quella del mio Paese degli anni 70 e 80, uno dei periodi più folli, densi, estremi, vitali e contradditori della vita dell’Occidente.

Al centro ci sono delle immagini che a volte compongono e scompongo in altre varie forme, sembrano tante cose, ma anche non lo sono. Assomigliano, ma sono altro per il fatto che hanno luce e significati differenti dalla loro apparenza. Forse tutto ciò nasce, molto semplicemente, dalla mia natura solitaria; quando si è soli le cose parlano e il mondo apparentemente immobile, si anima.

Questo processo generativo, una specie di produzione autarchica di immagini e forme, supplisce la realtà che evidentemnte non ha mai accontentato né soddisfatto il mio bisogno. Sono nato in una parte di mondo e in un periodo storico e in particolare in una famiglia, nel quale il significato, più che il pane, è stato la questione quotidiana con cui fare i conti. Non avevamo problemi economici, ma anche senza essere ricchi –mia madre aveva uno stipendio da insegnante- le questioni di casa erano, diciamo, filosofiche. L’arte, la cultura, la politica, i rapporti, tutto era una contrapposizione, anche perché tutto il paese era in contrapposizione. Davanti a casa c’era un muro di un giardino, con le foglie verde scuro, come sono scuri tutti i giardini di Firenze ed era pieno di manifesti: NO e SI, era il referendum sul divorzio.

A me piacevano quei grandi caratteri NO e SI, facevo un gioco che avevo inventato: caramelle No o Sì? Mamma No o Sì?

Da subito ogni oggetto, con la sua forma, la sua immagine mi poneva delle domande perché rifletteva le situazioni della famiglia e della casa, vivevo in un cosmo chiuso, scandito da ritmi precisi e certezze salde, in un nido pieno di dolcezze che poi scoprii stucchevoli e soffocanti.

ho spesso osservato che il contenuto delle opere d’arte esercita su di me un’attrazione più forte che non le loro qualità formali e tecniche…
Sigmund Freud, Il Mosè di Michelangelo.

Anche io avrei voluto sempre pensare così, ma non so se ho mai potuto fino in fondo, la bellezza, la propria idea di bellezza, le qualità formali che a volte centrano un raro equilibrio che allaga i sensi e stordisce la psiche non sono facili da allontanare.

Già da bambino, forse, ero già artista, perché se non ci si sente contenti in una situazione di generale benessere materiale, vuole dire che manca qualcosa di profondo e già questa mancanza ha a che fare con l’arte. E così si cerca di fare quello che manca e che non c’è e allora si inizia questa pratica che da una parte è arte e dall’altra è una specie di catarsi senza fine perché si deve costruire un mondo parallelo, perché l’artista ha bisogno di altri mondi.

Anni fa ebbi una commissione pubblica da ANAS, la società dello Stato, quelle delle strade, per fare un ambiente permanente in un interno di un edificio di loro proprietà. Terminata l’opera discutemmo coi dirigenti sul catalogo dove Mario Fortunato aveva scritto un bellissimo testo, Il Vestibolo nudo, ma giudicato troppo psicologico. Volevano un altro intervento con un punto di vista di uno storico dell’arte, la sola figura capace di giustificare l’opera. Un consigliere in particolare disse:
Anas non fa fare una stanza all’artista perché ha problemi psicologici…

L’apparato, lo Stato, non può comprendere certe questioni psicologiche che giudica forse come oscure e ambigue, zone che è meglio evitare, ambiti non regolari e cerca la strada sicura per dire che l’arte va collocata nella scia della storia dell’arte.

Da tanti anni vado in Meridione, la prima volta fu nel 74, avevo 7 anni, una Pasqua con mia madre in treno in Sicilia, il giro classico. Poi tornammo, ma in Calabria, ricordo la Sila su un pullmann che era un autobus, Longobucco e i suoi scialli e poi Isola Capo Rizzuto con la colonna solitaria, ma da sempre mi colpivano certe cose che non erano quelle scritte dalla guida del Touring -la guida che ha insegnato all’Italia che solo i monumenti del passato, le chiese e i musei, le cose alte sono quelle da visitare- né quelle che mi faceva vedere mia madre, amante dell’arte classica, ma certi contrasti, certi paesaggi poco ortodossi, certe insegne di negozi, certi incarti di pasticceria, certe panchine moderniste, ma soprattutto l’intero cosmo di tutte le cose abbandonate, rotte, sbragate, cadenti con le loro macerie, come certi palazzi di Palermo o di Cosenza insieme a quel poco di natura che riusciva a crescerci dentro. O come quelle specie di piazzali desueti in lastre di cemento, con una piccola selva di bassi arbusti ordinati dagli interstizi del piancito con in fondo una Uno blu abbandonata, ma ancora intera, che guarnisce con equilibrio una magnificenza semi artificale.

Amo la desolazione ordinata, quel degrado composto con pochi colori che ha solo immagini aperte e che trovo solo al Sud. Sono visioni con un passato consunto, quelle che il Nord non si può più permettere, situazioni sconcertanti, una parte di mondo sfasciato dove vedo dei luccichii, quella spazzatura che da queste parti non si ha voglia di rimuovere, per un’indolenza storica ma che permette spettacoli sublimi, fra il pittoresco e l’orrido, il catastrofico e l’apocalittico, perché l’apocalisse è bellissima quando si è solo spettatori.

Vado al Sud per trovare anche quelle risacche di umanità, gente stagnante, con corpi stanchi e antichi, minuti ed esili o straripanti e carnei, facce come se fossero di razze diverse come quelli che vivono nelle città vecchie, dove nessuno vuole stare, perché quando un posto è vecchio già di suo si cerca il nuovo a tutti i costi e quando ci si sente indietro il nuovo è ancora più nuovo anche se non è intonacato.

Vado al Sud per vedere i segni che rimangono solo qui e sono i segni del mio recente passato che hanno così deciso e imposto un carosello di immagini che tengono insieme la mia vita, il mio tempo, i miei sentimenti.

Sono arrivato a Rosarno in auto in Calabria, l’unica regione senza Telepass, la terra della Magna Grecia con le coste dai nomi suadenti: Costa degli Dei, Costa Viola, Costa degli Aranci e Riviera dei Cedri dove cresce il Cedro Diamante, il cedro più buono del mondo. E sono arrivato a Rosarno per fare un murale. Da qualche anno sto facendo dei wall paintings perché le immagini dipinte sui muri delle città sono sempre molto intense, mi danno l’idea e l’illusione che sono in una mia città con le insegne e le immagini che desidero. Ho pensato alle arance, da bambino le arance erano i frutti del Sud che arrivavano con le veline colorate, erano i frutti per i bambini; una volta un avvocato di mio padre, era del Sud, mai visto prima, mi promise una cassa di mandarini, ma poi non arrivò mai. Quando penso alle arance, penso soprattutto ad una pubblicità, ad una vecchia reclame che girava su Topolino quando ero bambino: una bottiglia di Fanta, l’aranciata d’arancia, quelle col vetro spesso –spesso usurato- arancio scuro, con la superficie ad anelli, con la scritta smaltata che rimaneva per sempre e di fianco tre bicchieri tondeggianti, con forme suadenti e diabolicamente moderne, da bibita estiva, colmi di aranciata colore arancio intenso, quasi artificiale. L’immagine un po’ presa dall’alto, metteva in risalto la parte superiore dei bicchieri diventati tondi come tre grosse arance. Arance da bere dichiarava il verbo che tranquillizzava tutti. Tranquillizzava perché avevamo bisogno di entrambi i mondi, quello naturale, i frutti di madre natura, e quello artificiale, la bibita pronta da stappare perché ci sentivamo moderni e volevamo esserlo sempre di più. Negli anni di Piombo, forse, le arance era importante che fossero più arancioni di quelle vere.

Di fianco al murale che ho dipinto a Rosarno in via Umberto I, ricordo una scritta a vernice sul muro: W J. V. BORGHESE.

Il Principe Nero, quello della Decima MAS e del presunto golpe in Italia del 1970. Poco sopra in via Mesima una bottega di un anziano che riparava le biciclette, una bottega un po’ sgangherata, senza porta di ingresso, con un grande magnifico poster appeso in fondo, liso e ingiallito, il poster elettorale che per decenni è stato sempre lo stesso in Italia: Vota Comunista. L’uomo mi ha raccontato della sua militanza nel Partito e soprattutto ricordo questa frase: Qui si sono mangiati tutto.

Ho dipinto una grande velina delle arance col nome Zeus, chissà di quale marca e provenienza, un esempio tipico di creatività spontanea che mescola immagini alte con quelle basse, un mondo di subcultura meridionale che inconsapevolmente si tira dietro l’eredità di un pezzo della storia più importante del mondo. La carta velina per incartare arance è un artifizio assoluto, una grande elaborazione metafisica, composizione concettuale, sviluppo astratto che ha il fine di presentare un semplice frutto della terra in un dono speciale, unico, prezioso, un grande artefatto, dove uno dei grandi temi è la Magna Grecia, che come i Bronzi di Riace sono una realtà psichica. A volte sembrerebbe che nei duemila anni e passa, fra la Magna Grecia e oggi, ci sia solo la Magna Grecia.

Così nel difficile tentativo di cercare di portare l’interno all’esterno, di esporre ed espormi con le immagini, con la loro forza e debolezza, i loro significati multipli, oltre a dipingere continuo a scrivere testi, che alla fine sono delle opere d’arte, come è il tempo dell’artista e anche Fanta Rosarno.

NOTE:
(1) Mario Perniola, Perchè l’arte deve rimanere senza dio, La Repubblica, 1 febbraio 2013
(2) Sigmund Freud, IL Mosè di Michelangelo, 1914

Testo pubblicato in KIWI Deliziosa guida – Rosarno Ulteriore, a cura di A di Città (Rosarno, RC) e Viaindustriae (Foligno, PG)