Bologna la rossa

Ricalcando i frammenti della sua vita, Flavio Favelli (Firenze,1967) nel suo libro Bologna la Rossa, edito da Corraini e presentato in occasione di “Libri al Maxxi”, mescola memoria, immaginazione, giudizio e percezione. I ricordi di un’infanzia difficile si delineano insieme ad una serie di ricorrenze tragiche, edulcorate da campagne pubblicitarie promosse in parallelo.
Tra le immagini che l’artista ha pubblicato insieme ad altri oggetti più rappresentativi dei suoi momenti vissuti, leggiamo una frase scritta a mano su una cartolina di una vecchia autofficina autorizzata Fiat di Firenze: “La vita non è nulla. È solo un dissolversi d’azioni“. L’inconsueta associazione tra testo, immagini storiche, oggetti trovati tra i suoi ricordi e disegni svela il suo particolare modo di organizzare le informazioni e le relazioni tra di esse.
Le tragedie con i morti, le rovine, le macerie e le loro carcasse di lamiera colorata, coi loro paesaggi brevi e artificiali, spesso portano ricordi volontari e involontari che danzano insieme senza fine“, scrive l’artista sul suo libro, pubblicato a breve distanza dalla morte di suo padre. “Questa lunga storia, fra lui e me, si conclude mentre sto ultimando questa serie di disegni, che sono anche un po’ suoi; questa storia tragica, ma anche intensa, sempre segnata dall’arte – perché è così che in qualche modo l’abbiamo sempre intesa – è stata accompagnata da documenti con scritte, proprio come questa opera“.

Durante l’intervista l’artista racconta il suo lavoro spiegando alcuni passaggi fondamentali che hanno segnato il suo lavoro.

Donatella Giordano – Come hai strutturato il tuo libro?
Flavio Favelli – Il libro è composto da una prima parte scritta intervallata da alcuni documenti della mia famiglia. Si tratta di oggetti trovati che rappresentano un dato molto importante perché attraverso questi si capisce meglio il mio racconto. Ho scelto di pubblicare contemporaneamente anche delle foto originali dell’epoca che consistono in immagini di cronaca che descrivono alcuni episodi avvenuti dagli anni Settanta agli anni Novanta. A queste immagini ho associato quarantanove miei disegni, che in qualche modo si relazionano con questi avvenimenti. Per ogni evento, infatti, ci sono due o tre fotografie che ho associato ad alcuni disegni. Gli eventi documentati hanno tutti una rilevanza nazionale: dalla Strage dell’Italicus del 4 agosto 1974 fino al 1991 con la Banda della Uno bianca. Sono tutti avvenimenti accaduti a Bologna che hanno comportato uccisioni o morti avvenute a causa di incidenti, e proprio per questo motivo si ricordano.

D.G. – Quali sono gli avvenimenti che hai voluto citare, servendoti anche di alcune immagini provenienti da archivi storici?
F.F. – C’è una sequenza molto inquietante che inizia con la Strage dell’Italicus del 4 agosto 1974 e continua con l’uccisione di Francesco Lorusso dell’11 marzo 1977; l’incidente di Murazze di Vado del 15 aprile 1978; la Strage di Ustica del 27 giugno 1980 (l’incidente provocato da un aereo partito da Bologna e diretto a Palermo); la Strage della Stazione di Bologna del 2 agosto 1980; la Strage del Rapido 904 del 23 dicembre 1984 o ancora una strage che non molti ricordano, conosciuta come la Strage del Salvemini del 6 dicembre 1990 (quando un aereo militare cadde su un istituto tecnico di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna); la Strage del Pilastro del 4 gennaio 1991 e la Strage dell’Armeria di via Volturno del 2 maggio 1991.

D.G. – Come mai hai deciso di ricordare in questo libro tutti questi avvenimenti legandoli in questo modo alla tua storia personale?
F.F. – Li ho messi insieme perché, anche se non è semplice da dire, attraverso quegli avvenimenti io ho memorizzato numerosi dettagli di quel periodo. Nessuno oggi si ricorderebbe cosa stesse facendo l’11 settembre del 2001 se non fosse successa quella tragedia delle Torri Gemelle a New York.

D. G. – Quindi hai memorizzato questi avvenimenti e anche le situazioni che stavi vivendo in ognuno di quei momenti?
F.F. – Sì certo, ho scritto cosa pensavo e soprattutto ho raccolto gli oggetti e le immagini che avevo attorno in quel periodo.

D.G. – Come nasce l’idea di realizzare questo libro?
F.F. – Questo progetto mi è venuto in mente quando la casa editrice Corraini mi ha proposto di realizzare un Libro d’Artista. Mi è venuta subito in mente un’immagine famosa che appartiene alla storia di Bologna ma che rappresenta un fatto di rilevanza nazionale: l’immagine che riporta il luogo in cui fu ucciso a colpi di pistola lo studente Francesco Lorusso, nel marzo del 1977.  Sopra ai buchi prodotti dai colpi di pistola sul muro, oggi preservati da una teca commemorativa, si vedeva l’insegna del caffè Roversi che però, essendo stata colpita, mostrava le sole ultime tre lettere divenendo così “caffè Versi”.

D.G. – Come mail l’insegna del caffè Roversi ti ha portato alla realizzazione questa numerosa serie di immagini pubblicitarie che hai associato agli eventi storici che ci hai descritto?
F.F. – Ricordando questa immagine ho riflettuto sul fatto che ho fatto spesso questo tipo di associazioni tra immagine tragica e immagine pubblicitaria, dovuta di sicuro agli inserti propagandistici collocati di fianco alle notizie di cronaca sui giornali.
Ad esempio il rapimento di Aldo Moro mi ricorda le pubblicità del J&B, quindi tutte le volte che vedo un whisky J&B mi viene in mente questo episodio.
Oppure il manifesto della pasta Agnesi su sfondo blu mi ricorda la stazione di Bologna mezza distrutta. Ho riflettuto, attraverso un altro ricordo, sul fatto che a volte la pubblicità può essere anche considerata oltraggiosa: molti bolognesi di sicuro ricorderanno l’autobus n.37 che raccoglieva i cadaveri provocati durante la strage della Stazione di Bologna per trasportarli all’obitorio.
Originariamente, lungo le porte laterali, era stata affissa la pubblicità di una nota birra, che però era stata prontamente rimossa in quel periodo.

D.G. – Non credi che questo modo di raccontare gli avvenimenti sia un po’ bizzarro?
F.F. – Credo che io abbia prodotto queste associazioni perché all’epoca di questi avvenimenti ero un bambino. Nella mia ingenuità attribuivo alle immagini lo stesso peso. Guardavo l’immagine della prima pagina di La Repubblica che riportava l’uccisione di Aldo Moro e la pubblicità del whisky J&B allo stesso modo, probabilmente.

D.G. – Tutta la parte testuale che anticipa le immagini rivela alcuni avvenimenti legati alla tua storia personale?
F.F. – Sì assolutamente, tutta la parte scritta racconta di me, della mia famiglia e del mio rapporto con Bologna.

D.G. – Dunque si può dire che sia un libro autobiografico?
F.F. – Sì, certo. Racconto mediante me una parte di storia di Bologna. Ad ogni modo chi lo legge può pensare che sia tutto finto. Ma questo ha poca importanza. Io racconto delle cose ma non so quanto sia importante che siano delle cose realmente accaduto o meno.

D.G. – È la prima volta che scrivi un libro?
F.F. – Beh sì, così si. Per la verità su diversi cataloghi pubblicati ho scritto molti testi personali che parlano sempre di queste faccende.

D.G. – Come mai hai scelto di presentare questo libro che parla di Bologna qui al Museo Maxxi di Roma?
F.F. – Ho riscontrato che, da nord a sud, sono tante le persone legate a Bologna per un motivo o per un altro, anche con notevoli differenze di età. Molti la ricordano per via di un vecchio amore, o per la musica (da Francesco Guccini a Luca Carboni), per la politica o per il cinema.
Tutte queste cose l’hanno resa una città globale già da prima che si parlasse di globalizzazione. Ecco perché ho scelto di presentare il mio libro che parla di Bologna in varie città italiane, partendo da Roma.

Intervista pubblicata su Artribune il 12 marzo 2020.

Planisfero politico

Enrico Davoli: Esistono criteri, modalità e obiettivi a cui cerchi di essere fedele, quando realizzi opere destinate ad una visibilità pubblica, stabile nel tempo?
Flavio Favelli: L’obiettivo principale è sempre la mia poetica, ma declinata verso un’idea generale che cerca di esprimere contraddizione e conflitto perché nell’arena senza capo né coda dello spazio pubblico forse l’unica cosa da offrire è proprio la contraddizione e il conflitto in modo consapevole. In fondo la maggior parte delle altre immagini hanno un fine in qualche modo chiaro. E allora credo sia importante cercare una differenza che possa mettere in scacco tutta la faccenda. Ma sono tentativi che si devono misurare con un pubblico e una società scarica e annoiata. Credo che sia ancora importante proporre un progetto per un territorio pubblico, una città, anche se purtroppo un artista non è mai ben accolto.

ED: Il Planisfero politico di Dozza è, come tutti i tuoi lavori, frutto di un’esecuzione ragionata, mai casuale: i colori si alternano come in un patchwork, composizione ed impaginazione valorizzano al meglio il bianco della parete. Come sei arrivato a individuare, tra le molte possibili, questa soluzione pittorica?
FF: …ho spesso osservato che il contenuto delle opere d’arte esercita su di me un’attrazione più forte che non le loro qualità formali e tecniche… (S. Freud, Il Mosè di Michelangelo, 1914). Prima parto dal soggetto che vuole dire qualcosa di preciso e poi viene il resto. Quindi i colori sono venuti dopo. E’ chiaro, come tu sai bene, che questi progetti non sono mai del tutto liberi, perché il potere, qualsiasi potere e la politica vogliono avere sempre la situazione sotto controllo. Avrei fatto un progetto su un sigillo afgano, ma era troppo scomodo, anche se di scomodo c’era solo il fatto di non volere avere grane e problemi. Se l’arte dà immagini di quieto vivere, come la pubblicità, che ruolo ha? Ho pensato, come si fa in Iran, come fanno i registi iraniani da decenni, visto che il regime non ammette critiche e temi non conformi, di seguire lo stesso metodo: lavorare sui temi classici, facili, ufficiali, ma solo in apparenza (ai guardiani quello che importa è solo l’apparenza) e così il planisfero colorato è ammesso. Anche se è un planisfero fatto a mano libera, che si prende gioco dei confini e quindi delle identità oltre che della geografia stessa e del nostro sguardo che pretendiamo sia esterno.

ED: Planisfero politico è un’opera che, in qualche modo, afferma che il mondo, così come lo conosciamo, non è un dato di fatto ma, piuttosto, un’eventualità. Le nazioni che lo compongono non rinviano né ad una situazione vista in passato, né ad un futuro anche solo lontanamente immaginabile. Di quale geografia, di quale storia parlano, questa ed altre mappe che hai realizzato nel corso della tua carriera?
FF: Mettere come soggetto una carta geografica come opera d’arte vuole dire rivederla e ripensarla e questo ad un pubblico attento dovrebbe già bastare. Di solito le mappe su muro esistono per commemorare imperi e regni, sono manifestazione di potere.
Le carte geografiche sono delle strane visioni non veritiere. Sono già delle opere concettuali perché sono proiezioni di pensieri e di idee, una grande visone astratta con l’ingenua pretesa di sollevarci per una attimo dall’avere i piedi su una terra/problema.
Un punto di vista che vorrebbe essere esterno e senza implicazioni, ma gli stati colorati del mappamondo sono segnati con i confini tracciati dalle guerre.
Planisfero politico porta agli estremi questa mia visione di quando ero bambino, dove vedevo con grande piacere gli stati colorati, non sapendo che questo piacere nascondeva delle differenze marcate e ostentate che hanno prodotto sempre violenza in nome di una superiorità. Noi siamo blu a differenza di quello vicino che è verde. Cioè il planisfero politico nasce proprio come ultra astrazione: colorare i territori per distinguerli per fare delle differenze che sono state decise da conflitti. Sarà perché sono nato a Firenze, città speciale da questo punto di vista, lì ho imparato che avere una identità precisa è una grande sciocchezza e sono stato fortunato a venire via da quel buco di città.
La geografia di cui parlo nelle opere con mappe (collage, disegni su carte geografiche trovate) che ho prodotto in questi anni è sicuramente un intreccio di contraddizioni, conflitti e rifiuto delle convenzioni.

ED: Come molti dei materiali che utilizzi nelle tue opere – dalle insegne commerciali alla pubblicità alla filatelia – anche le carte geografiche svolgono nella vita di ogni giorno un ruolo istituzionale e pedagogico, cui è difficile sottrarsi. Come ti relazioni con questa “ombra lunga” che esse proiettano?
FF: Sono ombre alla fine nefaste, sono comunque strumenti di dominio. Alla fine tutti noi giriamo il mappamondo come Chaplin, anche se pensiamo di essere liberi e istruiti scegliendo una località esotica o un “viaggio di cultura”: è un vedere dall’alto per trarne una visione più completa e più facile da possedere. E’ una proiezione in tutti i sensi che si trovano nel vocabolario. E noi italiani su questa faccenda siamo ferrati.
Fra un’espressione geografica, Marco Polo e Cristoforo Colombo (sigarette comprese) e la quarta sponda, passando per l’Impero Romano che ritorna col Fascismo sono concetti determinanti nella nostra storia e poi la Galleria delle Carte Geografiche è nei Palazzi Vaticani, producendo un corto circuito folgorante che viviamo invece come bella visita ad un museo per passare un piacevole fine settimana.

ED: Sin dalla fine dell’età antica, la nozione di “reimpiego” è molto importante, per capire come da una cosa possa nascerne un’altra: ad esempio, le epigrafi, le colonne e i capitelli romani messi in bella vista nell’architettura medievale. Il tuo reimpiego di oggetti e di immagini del recente passato novecentesco, può essere visto anch’esso come una transizione, una riscrittura?
FF: C’è sicuramente questa idea di prendere delle cose dismesse, che si trovano più facilmente perché appunto abbandonate e reiette. Alla fine la mia famiglia con la sua buona educazione mi ha sempre presentato un mondo che se è fatto di cose belle e nuove è per forza migliore. Subito dopo l’Università andavo per discariche, chiarisco subito che la faccenda ecologica non mi ha mai interessato, per trovare delle immagini cariche di significato …poetico. Le rovine industriali, i luoghi scassati per me sono stati luoghi originari dove passare dei bei momenti. Sì una riscrittura con cose passate e meno nobili, anche se poi il reimpiego di per sé non è sufficiente. La forma è alla fine importante che possa danzare col significato.

ED: Più in generale: la monumentalità, l’ufficialità, l’epos, non solo non ti intimoriscono, anzi, ti piace sfidarli sul loro stesso terreno. Come ci si sottrae alla retorica e ai luoghi comuni che spesso inquinano il dibattito pubblico su questi temi?
FF: E’ successo che l’opera Gli Angeli degli Eroi da riflessione personale e progetto di murale sia stata presa dal Ministero delle Difesa e dal Quirinale, dalla stessa figura del Presidente della Repubblica, come opera per rappresentare tutti i militari caduti del paese. E’ perciò difficile mantenere un’autonomia in un territorio dove la società è presente, quando l’arte scende in strada nessuno la legge come arte, ma in modo letterale. Ho da cinque anni un progetto per Bologna sul Nettuno di fianco Piazza Maggiore. L’hanno visto molti assessori e il sindaco e l’alta borghesia della città e forse la Soprintendenza, ma non si sa tutto è avvolto nel mistero da almeno un anno e mezzo. L’assessore alla cultura dopo avere visto il progetto mi ha detto che si potrebbe fare un concorso. Presentare un’idea di fare un’opera su un monumento preciso, quindi già un’idea inedita è sufficiente per fare mettere le mani avanti, per non fare nessuna scelta, non avere nessuna responsabilità. La storia dell’arte è una storia di scelte nette, elitarie, perché la natura stessa dell’arte è elitaria e oggi sempre più artisti, critici e politici stanno impastando l’arte con una creatività condivisa, partecipata, assembleare a carattere ecologista semplicemente perché non hanno idee, hanno paura e rimangono imbarazzati davanti a chi le ha.

ED: Molti tuoi lavori mostrano superfici riccamente texturizzate, attraversate da venature, intarsi, ideogrammi, filigrane. Cosa puoi dirci di questo repertorio ornamentale e simbolico, e dei livelli di significato al suo interno?
FF: Questo nasce dal mio immaginario che ho respirato quando ero bambino nelle case borghesi della famiglia dove l’arte, l’artigianato e gli ornamenti servivano sia per un uso concreto, sia per bellezza. Le cose deliziose in casa erano infinite con un perfetto equilibrio. I servizi per il tè e il caffè, gli argenti, gli avori, i mobili, i gioielli, le monete e i francobolli rappresentavano tutte queste virtù artigiane di ottimo gusto. Tutto l’appartamento di mio nonno era quasi una Wunderkammer, le domeniche le passavo a guardare quelle cose. Ma ho sempre sentito la grande inutilità di tutto ciò, anzi il loro lato dannoso sostanzialmente elitario anche se seduttivo. Ultimamente sono stato a Capodimonte: si esce storditi, si ha un’esperienza sofisticata. Molte mie opere sono costituite da questi materiali da pezzi originali o rifatti, copiati, falsati, interpretati. Sarebbe come ricostruire delle immagini vissute che si perdono oramai, che sono ricordi di ricordi, sono dei collages, assemblaggi, sono dei mostri di una Storia del Passato che oggi si tenta di ripensare e rilanciare col nome di lusso ed eleganza, ma è una faccenda che andrebbe ripensata. Considerando però che sono le poche cose che il mondo ci invidia, la frittata mi sembra fatta, così come lo scacchiere mondiale non è clemente: la Russia fa esercitazioni militari con la Cina in un clima da Prima Guerra Mondiale per fare paura al Giappone e agli USA; nonostante tutto siamo ancora messi così.

ED: Tornando al Planisfero politico: c’è un luogo del mondo in cui ti piacerebbe ridipingerlo, magari modificandone ulteriormente i connotati?
FF: Forse gli Stati Uniti. Sono dell’opinione che senza di loro, in fondo, si starebbe meglio, tutti starebbero meglio. Ma alla fine gli yankee siamo noi un po’ più liberati dai sensi di colpa, siamo noi realizzati nella parte bassa, sbracata, siamo noi insieme ai nostri fottuti desideri. Non a caso il mondo della cultura e dell’arte quando va a NY si sente a casa, gente che prende l’aereo per passeggiare a Central Park come se fosse in pellegrinaggio credendo di essere in un film visto venti anni prima. E senza l’America non ci sarebbe stata l’evento più delirante di tutta la storia dell’umanità: l’11 settembre 2001. Certo però avremmo perso Andy Warhol e molta arte contemporanea che ci ha fatto comprendere quanto siamo spacciati, ma a pensarci bene lo si poteva capire bene anche senza i due Elvis Presley che ci sparano in faccia.

Intervista pubblicata su Fare Decorazione il 7 gennaio 2020.

I mercanti

Testo proposto alla redazione cultura di Repubblica (ed. Bologna) e non pubblicato.

Marco 11,15-17: 15 Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe 16 e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. 17 Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!». Matteo 21,12-13: 12 Gesù entrò poi nel tempio e scacciò tutti quelli che vi trovò a comprare e a vendere; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe 13 e disse loro: «La Scrittura dice: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera ma voi ne fate una spelonca di ladri». Luca 19, 45-48: 45 Entrato poi nel tempio, cominciò a cacciare i venditori, 46 dicendo: «Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera. Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri!». 47 Ogni giorno insegnava nel tempio. I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire e così anche i notabili del popolo; 48 ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole. Giovanni 2, 13-16: 13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14 Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. 15 Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato! ». Letture consigliate prima di visitare il Presepio dei Commercianti, detto anche dai petroniani, Presepe Ascom.

Bologna. Lo stato dell’arte

Nella recente intervista l’ex Magnifico Rettore dice soprattutto una cosa – o lo dice il titolo dell’intervista -: che l’arte fa molta fatica e bisogna investire e anche che si sta perdendo la cultura e l’artigianato. Ne parla come se tutte queste cose appartenessero ad un unico ambito, condiviso. Ci sono invece almeno tre grandi emisferi distanti fra loro, con diversi linguaggi e modi di pensare che a volte s’incrociano, ma sono spesso in conflitto: quello dell’arte del passato, del gusto classico, conservatore contro la generale volgarità dell’oggi, quello diciamo neo-positivista (Chiesa compresa) dove l’arte, tutta, ha un valore col segno più: bellezza ed eccellenza vanno sempre a braccetto con utilità e lavoro: l’arte serve per un generale benessere e accompagna il successo e si intreccia col design e l’artigianato (e qui pure col cibo). E quello dell’arte contemporanea, più consapevole, che oscilla fra la lezione delle Avanguardie e del Novecento e le Biennali in giro per il mondo, ma sempre tallonata (definitivamente?) da gallerie snob e vip cards. Detto questo, considerando che il tempo popolare e populista (non è il momento della Street Art?) ha il suo peso, non si può pensare che la questione sia se il turista vada o meno a vedere il Cimabue o Il Compianto (ma è veramente così percepibile l’effetto sul territorio delle folle che tutti i santi giorni invadono la Cappella Sistina o gli Uffizi? E così Roma o Firenze non dovrebbero essere di conseguenza investite da tale lucente cultura invece che essere rispettivamente simbolo di degrado e di provincialismo nobil-bottegaio?) perchè questi rappresentano soggetti improponibili all’oggi e rimangono solo come svago piacevole senza bucare la nostra esistenza. Il magnetismo dell’immagine sacra-arcaica su fondo oro oppure del Cristo morto (c’è oggi un soggetto più scarico e desueto?) o delle donne che piangono, giacciono in una griglia a comparti stagni che ci ostiniamo ancora a chiamare bellezza.

La terra dei Bronzi

Milena Becci: poche parole per presentarvi. Cos’è Catartica Care, chi siete e da quando siete attivi nel territorio calabrese? Con quale mission?
Catartica Care: Catartica è un progetto culturale nato nel 2013 a Cataforìo – piccolo borgo della Vallata del Sant’Agata nella provincia reggina – come collettivo informale di musicisti, artisti, storici e critici d’arte. Dal 2016 siamo un’associazione culturale no profit che si pone l’obiettivo di attivare nuove riflessioni tramite i linguaggi artistici contemporanei per stimolare una conoscenza attiva su varie sfaccettature, sociali e culturali, in primis legate al territorio d’appartenenza. La nostra base operativa rimane Cataforìo, riuscendo a coinvolgere gli abitanti del borgo che ci aprono sempre molto volentieri le case e gli spazi ormai abbandonati (effetto della classica spopolazione che colpisce soprattutto i paesini) per realizzare mostre, workshop, incontri e proiezioni; ma non ci poniamo confini d’azione territoriali.

Milena Becci: Panorama è il titolo del wall painting che sarà oggi presentato al pubblico di Reggio Calabria. Vuoi raccontarci a quale fatto è ispirato e qual è stata la tua esperienza personale a riguardo?
Flavio Favelli: Mia madre mi portò a vederli a Firenze nel 1981 e sui francobolli sono fra i pochi dittici, cioè due pezzi diversi uniti fra loro che ne fanno una coppia che forse ben rappresenta una specie di equilibrio, sono due santi inediti, caso più unico che raro di antichità diventata realtà. Forse nessuna città vanta questo uso così intenso su delle opere d’arte (non a caso qualche anno fa è uscito proprio un libro sulla questione che però ha il limite di ospitare testi che alla fine non vanno in fondo alla faccenda). Il fenomeno dei Bronzi è fondamentale per capire la Calabria e il Meridione e quindi è compito dell’artista operare, in ambito pubblico, sulle questioni complicate. Anche se li avrei lasciati in fondo al mare.

Milena Becci: Questo non è il primo murale che realizzi in Calabria. Cosa ti attrae di questo territorio e cosa, a tuo parere, è cambiato in ambito culturale dopo la scoperta dei Bronzi? Siamo rimasti nel dubbio espresso dal giornalista negli anni Ottanta, indeciso nel considerare le code fuori dai Musei sintomo di un risveglio culturale o di un divismo analfabeta?
Flavio Favelli: La Calabria è un fermo immagine, a volte raffinato a volte selvatico, che partecipa, non saprei in fondo perché (insieme alla Sicilia e non alle Puglie ad esempio) al mio immaginario personale. Fa parte del Viaggio in Italia che mi fece fare mia madre quando ero bambino e siccome si rivelò un’esperienza ambigua, come lo è l’idea di turismo e di viaggio anche colto, l’ambiguità genera sempre riflessioni profonde. Non so se sia cambiato qualcosa, ma il lavorare e vivere in qualche modo dei momenti in questo territorio ai confini dell’Europa per me è ricostituente. Alla fine non so se la scoperta dei Bronzi sia stata positiva, ho forti dubbi, forse non ci voleva proprio scoprire due belli come dei.

Intervista pubblicata su Exibart il 22 novembre 2019.

L’arte giovane

Testo proposto alla redazione cultura di Repubblica (ed. Bologna) e non pubblicato.

Si è parlato recentemente di un fondo a sostegno dell’arte contemporanea attraverso il quale il Comune di Bologna acquisterà opere di giovani talenti da destinare al MAMbo. In questi anni le opportunità per i giovani nell’arte non si contano, del resto i concorsi e premi sono quasi solo per under 35. Ma c’è un vizio di fondo: se i giovani vanno aiutati è perché si pensa che i meno giovani ce la possano fare e se nel mondo del lavoro può essere vero (ma uno dei grandi problemi oggi è la collocazione gli over 50), nell’arte non si può ragionare in questo modo. I non giovani sarebbero così quelli che vendono, come se il corso naturale del fare arte e il suo scopo fosse vendere con una galleria ed avere un mercato (certo è la realtà, ma perché poi tutti si lamentano oggi della commistione fa arte e mercato?) e quindi si dà per scontato che siano arrivati, cioè che solo il mercato sia il fine dell’arte, per cui una volta raggiunto, siano tutti appagati. Un altro vizio è quello dell’idea di profitto: i giovani sono un investimento; se questo ragionamento può tenere per il collezionismo (che non è mai mecenatismo e a cui piace la scommessa) per l’ente pubblico suona male anche perché il soggetto dovrebbe essere solo l’opera dell’artista e non un ragionamento sull’età che in sostanza ricalca il pensiero imprenditoriale. Se invece il motivo fosse la novità, cioè il giovane ha idee più nuove, come nel mondo del lavoro, questo non ha nessun riscontro nell’arte. La produzione dell’artista non ha regole e non può essere presa in considerazione rispetto all’età. In Italia vivere di arte non è semplice considerando che non c’è nessuna agevolazione nel Paese dell’Arte dove, fra l’altro, tutta la politica ad ogni inaugurazione dichiara sempre che l’arte è la linfa e il simbolo del paese. Se le gallerie, i collezionisti, molti artisti e il sistema pensano al mercato, l’istituzione diventa l’unica isola di salvezza di una situazione che in fondo tutti, almeno a parole, detestano. Sostenere solo i giovani è un procedimento del tutto simile al processo di investimento e di capitalizzazione tipico dell’impresa, ma che non può essere applicato all’arte.

Popolo e rusco

Testo proposto alla redazione cultura di Repubblica (ed. Bologna) e non pubblicato.

A Savigno, recentemente, sono stati sostituiti i nuovi cassonetti per la raccolta differenziata della plastica. Rispetto a quelli di Cosea, i nuovi di Hera non si aprono a pedale, ma hanno due bocche fisse, ognuna poco più grande di un foglio protocollo. Questo nuovo modello obbliga a mettere solo un pezzo di plastica alla volta, presupponendo una popolazione gaia e spensierata che nella giornata non ha un tubo (di che materiale?) da fare se non quello di inserire con attenzione e precisione magari una dozzina di bottiglie, qualche flacone, un po’ di recipienti, una pila di vaschette, una manciata di barattoli, rigorosamente pezzo per pezzo (e nemmeno lasciando cadere, ma pure spingendo per superare le strisce di gomma frangivento ed antipioggia). Operazione che prima si risolveva con un unico gesto: mentre il piede spingeva il pedale, un apriti sesamo inappuntabile, si buttava con grande sollievo, in men che non si dica, un solo sacco pieno di plastiche attentamente raccolte in settimana. Considerando che la spesa della tassa sui rifiuti, il tempo per separare i diversi materiali e il loro (ri)confezionamento per poi portarli nei gran bidoni finali, sono dei doveri privi di ogni interesse e piacere, il passare da un gesto liberatorio ad uno lungo (e se piove?) noioso, disagevole e scomodo compito (il barattolo ha sempre qualche goccia di gelato, il flacone di detersivo, la bottiglia di succo di frutta che nel trasporto si versano l’un l’altro in una miscellanea di colori e viscosità), comporterà sicuramente un grande e gravoso impegno. I cartelli informativi sono chiari, uno in alto e uno in basso, con due icone tanto morandiane quanto globali, che rappresentano il flacone universale e la bottiglia di plastica e indicano che solo quei due formati vanno inseriti nelle bocche così suggerendo che tutti gli altri tipi andranno nell’indifferenziata. Ma i savignesi, forse scarsi di usta, non l’hanno compreso, poichè giacciono da giorni molti sacchi pieni di plastica varia, buttati là, proprio davanti ai nuovi cassonetti gialli.

Arte oggi

Testo proposto alla redazione cultura di Repubblica (ed. Bologna) e non pubblicato.

Recentemente il MAMbo e la galleria De’Foscherari hanno aperto mostre su Cesare Pietroiusti e Mario Airò due artisti nati fra la metà degli anni 50 e gli inizi degli anni ‘60 che hanno sicuramente in comune una pratica distante da chi in qualche modo si riconosce facendo pittura e scultura. Al vernissage in via Castiglione nella storica galleria bolognese c’erano, insieme al suo pubblico classico – da Walter Guadagnini a Pier Giovanni Castagnoli – molti artisti fra cui Eva Marisaldi, Luca Vitone, Cuoghi e Corsello, Vedova Mazzei oltre a Gino Gianuizzi, l’animatore per trent’anni della famosa galleria Neon. La De’Foscherari è la galleria storica della città (prima con sede vicino a Galleria Cavour e poi di fianco a Piazza della Mercanzia) con un programma -così dice nel suo sito web- “svolto in due direzioni strettamente connesse: l’attenzione alla tradizione criticamente consolidata …e l’interesse per la ricerca e la sperimentazione”, termine quest’ultimo molto ampio: se lo pensiamo fra gli anni ‘80 e il 2000 è sicuramente molto distante da quello inteso dalla galleria Neon che è stata, come dice il suo fondatore in una recente intervista “..un’azione dadaista/ situazionista/ anarchica. Post ’77, post-punk…” sottolineando in modo ben diverso dall’idea di galleria d’arte “… quando abbiamo deciso di iniziare Neon non sapevamo davvero che cosa avremmo voluto fare; non avevamo risorse economiche…” E così fa un certo effetto vedere l’altra sera in via Castiglione, forse per la prima volta insieme , questi attori con passati così differenti e idee e operati tempo fa sicuramente inconciliabili fra loro. Considerando poi che artisti come Luca Vitone ed Eva Marisaldi, i primi che hanno animato agli inizi Neon, hanno esposto recentemente alla De’Foscherari, si conferma la tendenza, anche per la neo-avanguardia, a posizionarsi in ambienti più solidi.

Piero Manai a Bologna

Nell’aprire la nuova stagione dell’arte bolognese le gallerie d’arte contemporanea P420 e CAR DRDE esporranno delle opere di Piero Manai artista locale morto nemmeno quarantenne nel 1988, l’anno delle medaglie di Alberto Tomba a Calgary. Dopo le mostre da Forni (1974), allo Studio G7 (1976, 1978, 1999), alla San Luca (1993) alla De’ Foscherari (1981, 1983, 1989, 1994, 2000 e 2010) e alla Otto Gallery (2000) oltre che alla GAM nel 1985 e 2004 e a Palazzo Pepoli nel 1988, le due gallerie di nuova generazione riprovano a lanciare sul mercato uno degli artisti più straordinari ed enigmatici degli ultimi decenni (è così che si legge da qualche notizia in rete insieme alla confortante affermazione di Umberto Eco “Manai, dopo Giorgio Morandi, stava continuando il discorso della grande pittura bolognese”, confermando così che l’arte a Bologna è pre o post Morandi e gli artisti continuano o meno la sua pittura). Questa nuova operazione si inserisce sicuramente in un tendenza degli ultimi anni a riscoprire artisti che non hanno avuto il successo che avrebbero meritato, anche se sicuramente c’è qualcosa di più: dopo quattrodici mostre personali in quasi cinquant’anni in cinque gallerie e due musei della città, se due recenti realtà commerciali ci riprovano forse vorrà dire che fino adesso l’artista bolognese non è stato presentato con la giusta immagine e che nell’epoca dell’arte globalizzata Manai non si è ancora affacciato. Ricordo nel 2000 che un critico romano davanti ad una sua opera disse: com’è datato! Sarà interessante capire se questo ipotizzato ritardo sia un peso o una caratteristica positiva. Del resto è una bella presentazione che crea valore all’opera e le due gallerie nel nuovo distretto della Manifattura delle Arti sapranno sicuramente fare emergere quelle qualità di Piero Manai che sono state, probabilmente per troppo tempo, nell’ombra.

Nero e Bianco

È interessante la scelta di mettere come foto rappresentativa della mostra “Ex Africa” quella di Man Ray Noire et Blanche del 1926. Il titolo dell’immagine già parla chiaro: non si può parlare di cose nere, senza le cose bianche, nemmeno quando il soggetto è l’Africa; non c’è nero senza bianco, come fa il biscotto Ringo. La maschera misterica è accompagnata dal viso ariano di una donna con un volto Anni Venti che si relaziona -per forza di cose- con l’oggetto scuro. Interessa poco, come e perché Man Ray abbia messo la fidanzata (Kiki) sognante vicino al manufatto, il punto è la scelta di un’immagine del genere a rappresentare una mostra che mira -o tenta – un diverso sguardo sull’arte del continente nero. Una mostra sull’arte dell’Africa ha un biglietto da visita con l’arte bianca, a mo’ di angelo custode, come una firma del genitore, un pass autorizzato, come un’autentica. L’opera nera non può andare sola, deve essere certificata da una viso di donna (una super donna) che si relaziona e contrappone due mondi, due culture, due tempi. Si mantiene così un punto di vista viziato, del resto non è questo un paese che ce l’ha avuta sempre coi negri (con l’eccezione di quando cantano e fanno gol) e con le loro facce? La foto fu pubblicata su Vogue nel 1926 col titolo Viso di madreperla e maschera di ebano (chissà come sarà arrivato il manufatto in Europa, dove iniziava a essere à la page collezionare l’arte africana) e rappresenta magnificamente l’eleganza, l’unica misura (del salotto) dell’Occidente per comprendere l’Africa. Se è stata scelta per attrarre pubblico (cosa c’è di più glamour della foto di copertina di Vogue France degli Anni Venti?) in un’esposizione pensata per vedere con sguardi differenti un mondo da sempre incompreso e frainteso, allora si è nel grossolano, se invece è venuta spontanea allora sembrerebbe un tipico lapsus freudiano.