L’arte ossequiosa

Si è aperto da poco il progetto Gare du Sud di Nicola Samorì al Teatro Anatomico dell’Archiginnasio a cura di Chiara Ianeselli. Leggendo il comunicato stampa ufficiale balza all’occhio subito una singolarità: l’unica immagine è quella del Teatro e non, come dovrebbe essere, quella dell’opera dell’artista, visto che è la sua mostra. La strana anomalia spiega bene un certo punto di vista: il vero soggetto è in realtà il Teatro Anatomico, luogo santo del connubio fra Arte e Scienza nell’Archiginnasio, la cattedrale laica della città. Quasi fossero dei pretesti per rinnovare la devozione, le mostre temporanee diventano l’occasione per venerare il sito.

L’idea di fondo è che l’arte contemporanea, se proprio deve essere, si debba relazionare solo a quella del Passato. L’autorità della sede dispensa una specie di lasciapassare, vidima con la sua indiscussa autorità il permesso all’arte di oggi di esistere. La superficialità e la corruzione della natura dell’arte odierna può essere ammessa solo con la benedizione salvifica elargita dal complesso dell’Archi-Ginnasio.

Ovviamente -si legge nel comunicato- la scultura dell’artista è in dialogo con la pala d’altare collocata nel luogo adibito a cattedra a sigillare la relazione d’obbligo con la santa sede. Chiude il comunicato una sentenza di Jean Clair, che cita Antigone, Creonte e Polinice. Non è affatto un caso che la frase sia presa da De Immundo, testo reazionario dell’Accademico di Francia che accusa e condanna l’arte contemporanea come arte del degrado, del disgusto, della desacralizzazione del corpo e che tinge la mostra Gare du Sud di un velo conservatore. Non bastasse tale prologo, l’inaugurazione si è svolta con l’intervento, oltre che della curatrice, di un medico che insegna Storia della Medicina all’Università di Verona e di un professore di Storia del Cristianesimo dell’Università di Bologna. Tale operazione di sostegno è tipica di un contesto che considera l’arte di oggi debole e modesta di costituzione; da sola l’opera, senza dotte guarnizioni ed erudite introduzioni, non regge. Se poi la si deve esporre allora che sia di natura cristica possibilmente sofferente e col più nobile dei materiali, il marmo di Carrara. Si nota però un’anomalia, non si sa se voluta o sfuggita: si legge che il progetto dell’artista include anche gli spettatori che ammirano incuriositi la fessura segreta del teatro di cui parlano gli Atti della Congregazione della Gabella Grossa, da cui si poteva forse guardare senza essere visti. Ora è assai attuale oggi la categoria della partecipazione -non si sa bene se per contrapposizione  allo star system generato dall’iperautorialità o viceversa da una crisi stessa dell’opera. Per cui se la scelta fosse voluta, allora si tenderebbe, con un gioco sottile, a cercare, nonostante tutto, di fare un po’i contemporanei. Se invece fosse sfuggita, allora vorrebbe dire che i tempi deboli di oggi non sono poi così tanto leggerini.

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Joe and Joey

Un nuovo tipo di sigaretta, una nuova città-distretto dell’alimentare, un rivoluzionario veicolo particolarmente veloce e la squadra locale di calcio potenziata. Non siamo nel 1932 a Littoria, né negli anni 50 a Yekaterinburg, ma a Bologna, 2015.

Certo i tempi sono cambiati, siamo tutti più pratici e realisti, gli ideali sono sfioriti, in fondo ci siamo scoperti più di bocca buona. Sono i tempi globali.

Bologna ci farà fumare meglio, sarà il centro del cibo di qualità con una grande parco a tema e ci farà andare allo stadio per vedere la seria A TIM. E ultimo, ma non meno importante, ci farà avere un nuovo SUV: a Sant’Agata, il luogo del nuovo stabilimento, si produrrà Urus, che non è un bovino dei tempi di Asterix, ma un veicolo utilitario sportivo, cioè una jeep veloce con aria condizionata. Progetti e risultati che sono importanti investimenti per l’economia, che danno ossigeno all’occupazione, ma sanno anche di vecchi miti, intramontabili stereotipi per la facile euforia delle masse.

Dopo tante battaglie, gira e rigira, ci si trova sempre con i soliti orizzonti un po’ riverniciati, rincartati meglio, oltre ad essere privi del fascino di un tempo: la nuova sigaretta non è nemmeno una sigaretta, non brucia e non fa cenere (manderemo in soffitta uno dei più belli oggetti degli ultimi secoli, il portacenere), il cibo d’eccellenza per la prima volta viene spostato dal centro città o da un luogo comunque storico, ad un pratone in perifieria, sulla fine del calcio si è scritto a fiumi, basta solo guardare le figurine Panini degli ultimi anni coi calciatori truccati come i politici in tv. La cesura epocale che ha provocato il SUV, poi, è talmente devastante che è difficile dire qualsiasi cosa.

E’ il global che si mangia i tempi e i modi del local, perché in fondo, i veri globali siamo sempre stati noi, solo che ci abbiamo messo un po’ di tempo a scoprirlo, come il piacere di guidare un’auto col pianale rialzato perché l’avevamo sempre considerato una cosa eccessiva, un po’ troppo casual… un’americanata.

E sono proprio due americani i salvatori della patria, Joe and Joey, anche se i cognomi dicono altro e c’è di mezzo un grande caseificio di origine siciliane. Con l’impero di Joey Saputo che viene dai formaggi e FICO siamo passati dal tremontiano con la cultura non si mangia a si mangia senza la cultura.

Si dirà che è cultura d’impresa, cultura di motori, cultura della tavola, cultura del pallone, ma il vero soggetto è il prodotto glocal per un Expo permanente che ci ricorderà per sempre che gli umani sono ciò che mangiano.

Si dice, poi, che i due proprietari del Bologna, con quell’immagine un po’ da zio d’America, coi loro panciotti un po’ d’antan e i capelli alla brillantina, cercheranno anche di risollevare il salotto buono della città, il Teatro Comunale.

 

La Cina è lontana

Historical Materialism di Li Songsong al MAMbo è una mostra di un artista internazionale e multiculturale, come sono oramai tutti gli artisti contemporanei internazionali. Il titolo, così desueto, è intrigante e i quadri mostrano soggetti per la maggioranza cinesi. Questa cinesità (o cineseria?) crea una situazione non semplice che da tempo abbiamo con questo paese: l’esotismo.

Nonostante sembri vicina, la Cina rimane molto lontana.

I temi dei dipinti sono moderni, da copertina del Time, eventi e immagini da sussidiario della Storia che conta, fra Storia Mondiale e Storia Cinese, quasi fosse la stessa cosa.

Fra mille sfumature di verde – che non è quello dell’ecologia – per lo più sbiadito e grigi burocrati – forse il vero colore della Cina moderna – si nota la mancanza del rosso vivo, quello delle lanterne, delle sete lucenti e dei pesci delle vasche, insomma quello che fa più Cina. I quadri sono a pezzi, piastre vicine e accavallate, composizioni di parti che formano o tentano di formare un insieme, che forse non c’è o non ci può essere.

Ci sono aerei militari color piombo aereonautico, c’è il Congresso, c’è Lenin, non c’è Mao ma è come se ci fosse; sembra ci sia ancora la Guerra Fredda.

Li Songsong è cinese o è un cinese occidentalizzato?

Nel suo sito web compaiono due testi scritti da Ai Weiwei, per noi il cinese più famoso, ma per i cinesi l’artista meno cinese.

Come il titolo della mostra, i soggetti dei quadri parrebbero ineluttabili, noiosamente eterni e poco personali come del resto vuole tutto l’Oriente, ma la scomposizione delle immagini, che ne fanno un punto di vista peculiare – e un po’ da Cinegiornale –

dimostrano il suo lato contemporaneo. L’indagine sulle immagini della Storia popolare recente della Cina filtrati da ritagli di diversi pallori ne fanno un artista Occidentale che viene dalla Cina e forse la usa – ma non può fare altro –, perché sa che a noi piace. Quello che ci appaga è l’andare attorno a delle immagini-cartolina di un mondo che noi teniamo da qualche parte nella zona del remoto e dell’incomprensibile, unito a qualche linea di nostalgia di un tempo che là un po’ ancora c’è e qui non più.

Un quadro al MAMbo si chiama Shangri-là, celeberrimo finto eden, un luogo che non c’è, di provenienza occidentale, un nostro punto di vista immaginario su (un’idea) di Cina e che è diventato un nome cinese.

Li Songsong è a un drammatico bivio: è cinese, ma non vuole esserlo e al tempo stesso non può non esserlo.

Ma per noi, tutto questo, si chiama ancora esotismo.

 

Ecstasi

Bisogna riconoscere che la polemica di Italia Nostra e dei professori firmatari dell’appello contro il progetto della mostra Da Cimabue a Morandi ha prodotto un inatteso risultato: improvvisamente ha fatto diventare simpatico Vittorio Sgarbi.

Va comunque subito detto che tale polemica è una battaglia fra retroguardie; se oggi la Fondazione Genus Bononiae propone una grande mostra fino a Giorgio Morandi vuole dire che crede che nei 50 e più anni successivi non c’è stato nulla di interessante.

O forse non lo si vuole vedere: l’arte contemporanea non va considerata.

Ci si tiene così ad una distanza di sicurezza di un buon mezzo secolo; d’altra parte una Fondazione che si chiama con un nome in una lingua morta non deve proprio avere a cuore il presente.

Nella mostra non compaiono, quindi, i contemporanei Giovanni Manfredini e Nicola Samorì, artisti di recente acquisizione della collezione di Palazzo Fava: benché decisamente rivolti al passato, sebbene pittori dai fondi scuri seicenteschi e dagli inattaccabili soggetti Cristici.

Il progetto di Sgarbi prevede vari spostamenti di opere a Palazzo Fava, fra cui l’Estasi di Santa Cecilia di Raffaello, di casa alla Pinacoteca.

A differenza dei professori di Italia Nostra e di Andrea Emiliani e Eugenio Riccomini, (che come racconta Renato Barilli, risposero niet per un progetto simile dell’emerito professore di arte contemporanea) il critico nazionale ha capito che decontestualizzandola, l’opera cambia.

Sgarbi infatti cita Marcel Duchamp e sa che muovere un quadro importante, anche se di soli 600 metri, sposta di molto la faccenda.

La mostra più bella mai fatta nella storia di Bologna come dice Sgarbi, è un’operazione duchampiana.Usa il linguaggio dell’arte contemporanea, anche se non la espone.

Un evento, quindi, sottile e arguto, raffinato e diabolicamente moderno.

In una Bologna sempre più americana, l’esposizione Da Cimabue a Morandi sembra marcare l’inizio di una nuova epoca.

Se fosse ancora in vita il grande cannibale, Andy Warhol, l’avrebbe sicuramente visitata. Affascinato dai portici, dopo avere cenato al Daiana – deliziato dalla zuppa inglese, più per i colori, che per il gusto – avrebbe ammirato, a Palazzo Fava, il capolavoro di Raffaello: l’Ecstasy.

 

Arte e Buon Gusto

L’articolo di Astrid Serughetti [1] sulla chiesa di Bergamo e l’arte sacra, sollecita qualche riflessione.

Al funerale di mio nonno avevo 16 anni, era in una chiesa del centro a Bologna. Ero in prima fila con la vedova, mia nonna, del resto non c’erano altri uomini in famiglia. Ricordo le parole del sacerdote e l’atmosfera retorica, pesante, collosa, in un ambiente insalubre, greve e ambiguo.

Ero sconvolto e confuso, non avrei mai pensato che mio nonno sarebbe potuto morire.

Ventiquattro anni dopo, nel 2007, questa volta all’ultima fila delle panche, partecipai a quello di mia nonna. Si tenne al Cimitero della Certosa, nella chiesa di San Girolamo, che celebra più funerali al giorno, un inesorabile via vai di casse, persone con gli occhiali da sole e fiori.

Ho pensato spesso al mio funerale. Ho sempre pensato che non vorrei finire in chiesa.

Ho sempre immaginato uno spazio per il mio funerale.

Al Link Project di Bologna, in una stanza interrata come un’aula bunker, presentai l’ambiente totale Sala d’Attesa all’inizio del 1998 e poi nel 2003 La mia casa è la mia mente, che invase tutto lo spazio alla Galleria Maze a Torino. Entrambi, in qualche modo, potevano ospitare il mio funerale.

Ma avevo bisogno di un luogo permanente, non si sa mai quando si muore.

Nel 2006 visitai il Pantheon della Certosa di Bologna, luogo usato per i funerali laici.

Per la verità c’èra un grande crocifisso dietro una tenda, che era chiusa o aperta a seconda della volontà dell’ospite. Delle sedie pieghevoli e una lampada a ioduri che illuminava la sala completavano l’esiguo arredo.

Fino al mio progetto, era l’unico luogo per celebrare un funerale laico nella rossa Bologna.

Nel giugno 2008 Sala d’Attesa aprì al pubblico, inaugurata dal Sindaco Sergio Cofferati. Il progetto fu supportato solo da finanziamenti privati trovati con grande difficoltà e che non sono bastati per realizzare nemmeno un impianto di riscaldamento (Bologna d’inverno è gelida). Io stesso non sono stato pagato e ho avuto solo rimborsi spese.

L’opera, essendo all’interno di un Cimitero Monumentale, è stata progettata e realizzata, ma non è permanente per volere della Soprintendenza. Del suo destino si deciderà alla scadenza della concessione, cioè dopo 10 anni.

Durante l’esecuzione il Comune mi chiese se potevo anche prevedere i simboli delle più importanti religioni, tipo kit sostituibile per ogni scenario, ma mi sono sempre rifiutato: e mi sono tenuto alla larga da sirene sante e sacre; nelle faccende terrestri di Dio, in tutte le sue declinazioni, con cleri e adepti vari, non mancano mai due ingredienti: potere e soldi. E la disarmante situazione di luoghi senza colori religiosi è ben descritta dalla Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti: http://www.uaar.it/laicita/funerali-civili).

Le dichiarazioni sull’arte da parte di due papi, Wojtyla e Ratzinger, nelle rispettive Lettera agli Artisti del 1999 e 2009, rivelano il pensiero della Chiesa.(http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/letters/documents/hf_jp-ii_let_23041999_artists_it.html).
In particolare il primo scrive:
…sicché, persino nelle condizioni di maggior distacco della cultura dalla Chiesa, proprio l’arte continua a costituire una sorta di ponte gettato verso l’esperienza religiosa. In quanto ricerca del bello, frutto di un’immaginazione che va al di là del quotidiano, essa è, per sua natura, una sorta di appello al Mistero. Persino quando scruta le profondità più oscure dell’anima o gli aspetti più sconvolgenti del male, l’artista si fa in qualche modo voce dell’universale attesa di redenzione.

Il papa finisce poi con: Vi accompagni la Vergine Santa, la « tutta bella » che innumerevoli artisti hanno effigiato e il sommo Dante contempla negli splendori del Paradiso come «bellezza, che letizia era ne li occhi a tutti li altri santi».

Appare chiara la distanza siderale fra l’artista contemporaneo consapevole e queste parole tanto ingenue quanto piene di pretese. Piaccia o no l’arte è in tutti i modi religiosa, a meno che non sia blasfema.

È di pochi giorni fa, la lettera dell’Arcivescovo di Torino (http://www.diocesi.torino.it/diocesi_di_torino/in_primo_piano/00050682_Mons__Nosiglia_sul_manifesto_LGBTE.html) sull’immagine di una fotografia della mostra LGBTE a cui il Comune ha dovuto ritirare il patrocinio. Lo scritto vuole definire cosa è arte e cosa non lo è. Oltre a ergersi a paladino della difesa della donna, il prelato elegge l’italico Buon Senso e Buon Gusto come metro di giudizio per l’arte.

Il testo è delirante, scritto da una persona non informata e profondamente ignorante.

L’opera degli artisti che hanno operato alla chiesa del Nuovo Ospedale PG23 di Bergamo, è quindi arte sacra. Arte in linea col pensiero della Chiesa che considera come arte solo quella che si raffronta col Vangelo, l’inevitabile appello al Mistero di Wojtyla.

Un’arte non libera, fortemente indirizzata, che deve rispettare un fine e un’estetica.

Un’arte comunque ben supportata economicamente da banche che sostengono il Buon Gusto. È successo per il Padiglione Vaticano all’ultima Biennale di Venenzia, mentre quello Italiano ha dovuto chiedere soldi con una sottoscrizione pubblica, succede per questa chiesa di Bergamo. L’artista che lavora per la Chiesa è supportato da poteri forti con una visione totalitaria.

La Sala d’Attesa della Certosa di Bologna non ha fondi per un decoroso mantenimento, dal terremoto del 2012, poi, è chiusa per sicurezza e riaprirà fra un paio d’anni.

Non vorrei nel frattempo mancare e contro la mia volontà essere esposto alla Via Crucis dell’artista di turno.

Questo scritto non è né una lettera né un testo, ma un’opera d’arte.

NOTE:
[1] Cfr. http://www.artribune.com/2014/08/arte-contemporanea-e-fede-inaugura-a-bergamo-una-chiesa-allavanguardia/

L’arte site specific

L’arte contemporanea va sempre difesa e discussa, perché a differenza di quella del passato, dovrebbe essere più libera e soprattutto più articolata, più complessa.

Bisogna quindi difendere i tre semplici e nudi festoni, che di festa hanno poco, dell’artista Luca Vitone? Anche se la difesa diventa difficile e la questione è molto spinosa? Chi semina vento raccoglie tempesta e se la tempesta viene da ambienti impegnati e attenti alla memoria del Paese, qualcosa non va.

Se un’opera d’arte viene pensata con un fine educativo e civico e s’incammina nell’orizzonte della verità o della giustiza, rischia di perdere la sua essenza e forse diventa semplice, troppo semplice e così anche fragile.

Il passo falso dell’arte che si avvicina alla politica e alla realtà è quello di prendere una posizione, dimenticando che l’arte contemporanea è una faccenda ampia, è meta-arte e anti-arte al tempo stesso. Perché dare all’opera un fine, uno scopo, un colore, un compito? Perché comprimerla in anguste paratie del bene contro il male, della giustizia contro l’iniquità? Più un’opera è autonoma, più si porterà dentro naturalmente questioni decisive del nostro tempo e del nostro vivere, magari senza risposte, ma con molte domande. Se Vitone si fosse fermato a sottolineare l’ispirazione al quadro di De Chirico (ma perché gli artisti devono sempre citare i maestri?) avrebbe sicuramente reso sospeso e metafisico il significato dell’opera. Fra segni esoterici e triangoli deisti ognuno avrebbe discusso col proprio demone.

Invece si vuole racconta la storia della P2 e dice l’autore: “come cittadini italiani dobbiamo sentirci responsabili della sua presenza e rivelarla”.

L’artista così diventa un cittadino impegnato con spirito critico.

L’abitudine degli artisti a raccontare i fatti oscuri del Paese col fine, forzato, di fare chiarezza (non cercheranno per caso la verità?) è sempre più d’uso.

L’artista non interpreta il mondo col suo punto di vista, ma diventa un mero traduttore, un semplice cronista attento alla bontà del suo operato.

Con quest’opera, poi, ci si vuole richiamare alle feste religiose del Sud Italia, con tre esili festoni. Chi ha visto le monumentali e assordanti costruzioni di luminarie di Scorrano nel Salento, si renderà conto di quanto sia inadeguato il paragone.

L’arte di oggi non cerca la meraviglia e lo stupore, così cari al pubblico, che gli apparati della tradizione religiosa creano, e ne patisce le conseguenze.

Bologna è una città ostica all’arte contemporanea e quindi se si vuole fare un’opera attenta al contesto, site specific, come vuole il cerimoniale dell’arte pubblica, bisogna conoscerlo. Bisogna sapere che la ferita del 2 Agosto a Bologna è aperta.

Bisogna sapere che ad ogni anniversario in Piazza Medaglie d’Oro, l’aria è tesa e sono ancora le 10 e 25.

L’arte al centro

Si apprende sui giornali che nel programma de La Casa dei Pensieri della festa dell’Unità, alla voce arte, ci sono quattro invitati: due indiscussi artisti, Pierpaolo Calzolari e Concetto Pozzati e due storici dell’arte, Eugenio Riccomini e Andrea Emiliani. Uno di settanta anni e gli altri tre prossimi agli ottanta.

Alla festa nazionale dell’unico importante partito di progresso italiano risalta questa scelta focalizzata sul passato. Tipico della credenza tutta italiana è il pensiero che l’artista sia tale quando è un saggio maestro o da defunto.

Questo cliché appartiene solo all’arte visiva, non è così in letteratura, nel cinema, nel teatro e nella musica. E questo per via del nostro inestimabile patrimonio che acceca e affossa ogni pratica nuova dell’arte. Il risultato, nello scacchiere odierno, è che un’opera di un artista britannico vivente prossimo ai 50 anni costa molto di più di un capolavoro del Guercino. Se si invitano, poi, solamente due storici dell’arte, notoriamente distanti dall’arte contemporanea, si marca proprio questa tradizionale estraneità del Paese alla cultura dell’immagine del nostro tempo, oramai monopolizzata dalla TV e dalla cultura generalista di internet e della stampa.

Se c’è un pensiero, duro a morire, in Italia, è quello che l’arte contemporanea sia una specie di inganno; direi lo stesso tipo di un atteggiamento sospetto di un mussulmano integralista verso l’occidente. In entrambi casi è beata ignoranza.

L’arte contemporanea è spesso vista come trascurabile, chiusa in un mondo snob e criptico, abitato da intellettuali radical-chic. Impera lo sapevo fare anch’io o il nessuno sa più dipingere. Mentre i fari indiscussi della cultura, Regno Unito e Stati Uniti, investono nell’arte di oggi, in Italia il picco della discussione, oggi, verte se spostare o meno i Bronzi di Riace dal garage di Reggio Calabria, – perché la nuova sala dove sono collocati sembra un garage –, all’Expo di Milano.

D’altra parte, il partito, non ha mai manifestato tanto interesse per l’arte. All’ombra di Guttuso c’è sempre stato poco, forse perché la figura dell’artista, per via del suo personalismo, non si integra tanto con l’idea dell’Unità.

L’arte, invisa ai conservatori, spesso sbeffeggiata dai media, ostaggio del mercato, dalle fiere e dallo star system internazionale, confusa dalle schiere di creativi e graffitisti, è così calpestata.

La cultura dell’immagine ha sempre interessato poco la sinistra, ieri come oggi.

Se il colosso Unipol, da sempre vicino al partito, nel suo spazio d’arte mostra i quadri di Carlo Levi, una specie di Guttuso, ma più triste, si capisce meglio la storia del Paese.

Il resto, da tempo, lo fa Mediaset. Anche a Bologna.