La panchina social

Nella targa posizionata a lato della scultura in bronzo che ritrae Lucio Dalla seduto su una panchina con un sacchetto di patatine o pop corn, i visitatori possono leggere: “Autore Susinni Carmine (Focus in Art). Opera del nuovo ciclo arte interattiva in cornice virtuale. Titolo: All’amico Lucio- Anno 2014. Opera popolare contemporanea concepita per stimolare lo spettatore a interagire da protagonista con foto o selfie nella concettuale cornice del teatro virtuale dei social”.

La lunga didascalia è tratta dal folcloristico sito web dell’autore che cerca di spiegare l’opera; la presenza di Vittorio Sgarbi – ritratto sia con l’artista sia con la scultura- certifica in qualche modo che siamo davanti a qualcosa che ha a che fare con l’arte.

Susinni Carmine punta alla veromiglianza che è così estrema che diventa quasi più reale di un ritratto del museo delle cere, quasi più vera del musicista stesso.

Una super-realtà quasi imbarazzante e disarmante che sembra non toccare la gaiezza del passante che cerca la foto ricordo con lo smartphone. Molti posano con la cera di bronzo mimando di pescare dal sacchetto della statuta di Lucio che ormai è diventato uno di noi. L’atteggiamento rilassato della scultura che offre qualche patatina seduce i passanti che giocano a cadere adescati sulla panchina.

C’è qualcosa di strano in questo complesso. In fondo c’è un gusto disinvolto, disinibito, quasi sfacciato, sicuramente un punto di vista post-moderno, un gusto popolare (ce lo conferma Susinni) dannatamente televisivo -non si sa se da prima serata o da Cappello sulle 23- dove, molto probabilmente, il sacchetto pop corn-patatina e il portale-cornice sono la chiave di volta del tutto. Chi posa accanto alla statua-amica mima un dialogo, fa uno sketch, uno spettacolino su una panchina -più da aereoporto che da zona pedonale- in un clima à la page, da set, e mentre la cornice inquadra la scena, Lucio è ancora fra noi. A ben vedere viso e sguardo diventano piano piano ingombranti, inquietanti, quasi morbosi, perchè morboso è l’atteggiamento della massa verso la star.

Il bronzo anzichè dare una natura solenne e composta diventa carne espressiva, quasi siliconica, come la maschera di Padre-San Pio che copre la faccia della mummia allo stesso modo di quelle di Mao e di Lenin. All’inaugurazione festaiola in Piazza dei Celestini di giorni fa, fra i selfie, il toccare di rito alla figura-simulacro e le foto ricordo sulla panchina, liturgie che tentano di risolvere la perdita con il ritrovarsi insieme, alcuni parlano alla statua come se potesse rispondere, come si faceva una volta allo zoo.

Nella spensierata processione Andrea Mingardi ha un momento di imbarazzo con la figura e fra il timore e l’impaccio, quasi a prenderne le distanze, gli scappa un fa una certa impressione! Ma è giusto un attimo, tutto scorre e arriva il turno di Paolo Mengoli con la sciarpa del Bologna.

La Street Art climatizzata

Ogni azione di Street Art si relaziona al muro che non è un semplice supporto, ma partecipa a un contesto e a un territorio dove il soggetto è pensato ed eseguito per vivere in quello scenario che per sua natura gli appartiene. I muri parlano perchè hanno una storia e le figure si relazionano a questo immaginario. Un murale vive dell’identità del luogo e molto spesso il murale è la domanda -o la risposta- proprio ad una precisa situazione della sua memoria storica. Un’operazione fatta per esistere nella metropoli alle intemperie – e quindi un giorno svanire – se asportata, anzi strappata, diventa inevitabilmente un’altra cosa. Diventa un oggetto snaturato che sarà artificialmente collocato in un luogo climatizzato (poco importa che sia un museo o un salotto).

La raffinata e soprendente tecnica dello strappo divelle il murale come un foglio e lo fissa su tela; ne fa quindi un quadro e nel cambiare il supporto ne tradisce il significato. Si comprime così uno degli ultimi processi-rituali della nostra epoca in un reperto-testimonianza che diventa, a contatto con il faretto che lo illuminerà, un falso artefatto.

Si pretende un’opera che non nasce come tale, si trasforma un processo con un telaio con l’attaccaglia, si tramuta una visione in un bene da museo a servizio della società con cui la Street Art non vuole avere nulla a che fare.

Tutti i sostenitori di questo progetto, fra l’altro, riportano modelli evidentemente per loro ancora validi (il Partenone al British Museum, l’Obelisco di Axum e l’Altare di Pergamo a Berlino) che non sono certo esempi edificanti, ma storie di dominio e di predazione di un lontano e scomodo passato. L’artista di strada ha un punto di vista diverso, la sua è una scelta consapevole di un campo che ha poco a che fare col sistema dell’Arte, è una scelta di rottura, dove la strada, territorio di conflitti e cambiamenti, non ha mai avuto uno sfondo bianco. La Street Art è antagonista all’Arte.

Qualcuno tira dentro Pinturicchio e Botticelli, insomma si è fatto sempre così sembra dire, ma oltre ad essere diversi i tempi e i contesti, sono soprattutto i fini molto differenti, semplicemente perchè la Street Art non si pone in linea di continuità con l’Arte. Ed è quello che in sostanza dice Dado uno street artist che parla da street artist e subito puntualizza, tanto per essere chiari, che dopo l’esperienza di Frontier, il progetto di Street Art promosso dal Comune di Bologna, molti artisti di strada a Bologna non ci mettono più piede perchè la Street con l’istituzione non ci va tanto d’accordo. Che una fondazione bancaria, che per sua natura vede l’opera come un valore materiale e da collezione, stia creando una collezione -senza acquistarla- approfittando della grande confusione che regna attorno ai concetti di autore, proprietà, opera, legalità e conservazione è un forte segno dei tempi. Ai non-autori, ultimi guerrieri indomiti con i loro suoni di vernice variopinta, si manifesta un destino tragico e imminente che ne mina l’esistenza. Come un nuovo virus, come una nuova malattia in un organismo senza anticorpi, lo strappo pianificato celebra definitivamente il funerale della Street.

L’arte ossequiosa

Si è aperto da poco il progetto Gare du Sud di Nicola Samorì al Teatro Anatomico dell’Archiginnasio a cura di Chiara Ianeselli. Leggendo il comunicato stampa ufficiale balza all’occhio subito una singolarità: l’unica immagine è quella del Teatro e non, come dovrebbe essere, quella dell’opera dell’artista, visto che è la sua mostra. La strana anomalia spiega bene un certo punto di vista: il vero soggetto è in realtà il Teatro Anatomico, luogo santo del connubio fra Arte e Scienza nell’Archiginnasio, la cattedrale laica della città. Quasi fossero dei pretesti per rinnovare la devozione, le mostre temporanee diventano l’occasione per venerare il sito.

L’idea di fondo è che l’arte contemporanea, se proprio deve essere, si debba relazionare solo a quella del Passato. L’autorità della sede dispensa una specie di lasciapassare, vidima con la sua indiscussa autorità il permesso all’arte di oggi di esistere. La superficialità e la corruzione della natura dell’arte odierna può essere ammessa solo con la benedizione salvifica elargita dal complesso dell’Archi-Ginnasio.

Ovviamente -si legge nel comunicato- la scultura dell’artista è in dialogo con la pala d’altare collocata nel luogo adibito a cattedra a sigillare la relazione d’obbligo con la santa sede. Chiude il comunicato una sentenza di Jean Clair, che cita Antigone, Creonte e Polinice. Non è affatto un caso che la frase sia presa da De Immundo, testo reazionario dell’Accademico di Francia che accusa e condanna l’arte contemporanea come arte del degrado, del disgusto, della desacralizzazione del corpo e che tinge la mostra Gare du Sud di un velo conservatore. Non bastasse tale prologo, l’inaugurazione si è svolta con l’intervento, oltre che della curatrice, di un medico che insegna Storia della Medicina all’Università di Verona e di un professore di Storia del Cristianesimo dell’Università di Bologna. Tale operazione di sostegno è tipica di un contesto che considera l’arte di oggi debole e modesta di costituzione; da sola l’opera, senza dotte guarnizioni ed erudite introduzioni, non regge. Se poi la si deve esporre allora che sia di natura cristica possibilmente sofferente e col più nobile dei materiali, il marmo di Carrara. Si nota però un’anomalia, non si sa se voluta o sfuggita: si legge che il progetto dell’artista include anche gli spettatori che ammirano incuriositi la fessura segreta del teatro di cui parlano gli Atti della Congregazione della Gabella Grossa, da cui si poteva forse guardare senza essere visti. Ora è assai attuale oggi la categoria della partecipazione -non si sa bene se per contrapposizione  allo star system generato dall’iperautorialità o viceversa da una crisi stessa dell’opera. Per cui se la scelta fosse voluta, allora si tenderebbe, con un gioco sottile, a cercare, nonostante tutto, di fare un po’i contemporanei. Se invece fosse sfuggita, allora vorrebbe dire che i tempi deboli di oggi non sono poi così tanto leggerini.

Joe and Joey

Un nuovo tipo di sigaretta, una nuova città-distretto dell’alimentare, un rivoluzionario veicolo particolarmente veloce e la squadra locale di calcio potenziata. Non siamo nel 1932 a Littoria, né negli anni 50 a Yekaterinburg, ma a Bologna, 2015.

Certo i tempi sono cambiati, siamo tutti più pratici e realisti, gli ideali sono sfioriti, in fondo ci siamo scoperti più di bocca buona. Sono i tempi globali.

Bologna ci farà fumare meglio, sarà il centro del cibo di qualità con una grande parco a tema e ci farà andare allo stadio per vedere la seria A TIM. E ultimo, ma non meno importante, ci farà avere un nuovo SUV: a Sant’Agata, il luogo del nuovo stabilimento, si produrrà Urus, che non è un bovino dei tempi di Asterix, ma un veicolo utilitario sportivo, cioè una jeep veloce con aria condizionata. Progetti e risultati che sono importanti investimenti per l’economia, che danno ossigeno all’occupazione, ma sanno anche di vecchi miti, intramontabili stereotipi per la facile euforia delle masse.

Dopo tante battaglie, gira e rigira, ci si trova sempre con i soliti orizzonti un po’ riverniciati, rincartati meglio, oltre ad essere privi del fascino di un tempo: la nuova sigaretta non è nemmeno una sigaretta, non brucia e non fa cenere (manderemo in soffitta uno dei più belli oggetti degli ultimi secoli, il portacenere), il cibo d’eccellenza per la prima volta viene spostato dal centro città o da un luogo comunque storico, ad un pratone in perifieria, sulla fine del calcio si è scritto a fiumi, basta solo guardare le figurine Panini degli ultimi anni coi calciatori truccati come i politici in tv. La cesura epocale che ha provocato il SUV, poi, è talmente devastante che è difficile dire qualsiasi cosa.

E’ il global che si mangia i tempi e i modi del local, perché in fondo, i veri globali siamo sempre stati noi, solo che ci abbiamo messo un po’ di tempo a scoprirlo, come il piacere di guidare un’auto col pianale rialzato perché l’avevamo sempre considerato una cosa eccessiva, un po’ troppo casual… un’americanata.

E sono proprio due americani i salvatori della patria, Joe and Joey, anche se i cognomi dicono altro e c’è di mezzo un grande caseificio di origine siciliane. Con l’impero di Joey Saputo che viene dai formaggi e FICO siamo passati dal tremontiano con la cultura non si mangia a si mangia senza la cultura.

Si dirà che è cultura d’impresa, cultura di motori, cultura della tavola, cultura del pallone, ma il vero soggetto è il prodotto glocal per un Expo permanente che ci ricorderà per sempre che gli umani sono ciò che mangiano.

Si dice, poi, che i due proprietari del Bologna, con quell’immagine un po’ da zio d’America, coi loro panciotti un po’ d’antan e i capelli alla brillantina, cercheranno anche di risollevare il salotto buono della città, il Teatro Comunale.

 

La Cina è lontana

Historical Materialism di Li Songsong al MAMbo è una mostra di un artista internazionale e multiculturale, come sono oramai tutti gli artisti contemporanei internazionali. Il titolo, così desueto, è intrigante e i quadri mostrano soggetti per la maggioranza cinesi. Questa cinesità (o cineseria?) crea una situazione non semplice che da tempo abbiamo con questo paese: l’esotismo.

Nonostante sembri vicina, la Cina rimane molto lontana.

I temi dei dipinti sono moderni, da copertina del Time, eventi e immagini da sussidiario della Storia che conta, fra Storia Mondiale e Storia Cinese, quasi fosse la stessa cosa.

Fra mille sfumature di verde – che non è quello dell’ecologia – per lo più sbiadito e grigi burocrati – forse il vero colore della Cina moderna – si nota la mancanza del rosso vivo, quello delle lanterne, delle sete lucenti e dei pesci delle vasche, insomma quello che fa più Cina. I quadri sono a pezzi, piastre vicine e accavallate, composizioni di parti che formano o tentano di formare un insieme, che forse non c’è o non ci può essere.

Ci sono aerei militari color piombo aereonautico, c’è il Congresso, c’è Lenin, non c’è Mao ma è come se ci fosse; sembra ci sia ancora la Guerra Fredda.

Li Songsong è cinese o è un cinese occidentalizzato?

Nel suo sito web compaiono due testi scritti da Ai Weiwei, per noi il cinese più famoso, ma per i cinesi l’artista meno cinese.

Come il titolo della mostra, i soggetti dei quadri parrebbero ineluttabili, noiosamente eterni e poco personali come del resto vuole tutto l’Oriente, ma la scomposizione delle immagini, che ne fanno un punto di vista peculiare – e un po’ da Cinegiornale –

dimostrano il suo lato contemporaneo. L’indagine sulle immagini della Storia popolare recente della Cina filtrati da ritagli di diversi pallori ne fanno un artista Occidentale che viene dalla Cina e forse la usa – ma non può fare altro –, perché sa che a noi piace. Quello che ci appaga è l’andare attorno a delle immagini-cartolina di un mondo che noi teniamo da qualche parte nella zona del remoto e dell’incomprensibile, unito a qualche linea di nostalgia di un tempo che là un po’ ancora c’è e qui non più.

Un quadro al MAMbo si chiama Shangri-là, celeberrimo finto eden, un luogo che non c’è, di provenienza occidentale, un nostro punto di vista immaginario su (un’idea) di Cina e che è diventato un nome cinese.

Li Songsong è a un drammatico bivio: è cinese, ma non vuole esserlo e al tempo stesso non può non esserlo.

Ma per noi, tutto questo, si chiama ancora esotismo.

 

Ecstasi

Bisogna riconoscere che la polemica di Italia Nostra e dei professori firmatari dell’appello contro il progetto della mostra Da Cimabue a Morandi ha prodotto un inatteso risultato: improvvisamente ha fatto diventare simpatico Vittorio Sgarbi.

Va comunque subito detto che tale polemica è una battaglia fra retroguardie; se oggi la Fondazione Genus Bononiae propone una grande mostra fino a Giorgio Morandi vuole dire che crede che nei 50 e più anni successivi non c’è stato nulla di interessante.

O forse non lo si vuole vedere: l’arte contemporanea non va considerata.

Ci si tiene così ad una distanza di sicurezza di un buon mezzo secolo; d’altra parte una Fondazione che si chiama con un nome in una lingua morta non deve proprio avere a cuore il presente.

Nella mostra non compaiono, quindi, i contemporanei Giovanni Manfredini e Nicola Samorì, artisti di recente acquisizione della collezione di Palazzo Fava: benché decisamente rivolti al passato, sebbene pittori dai fondi scuri seicenteschi e dagli inattaccabili soggetti Cristici.

Il progetto di Sgarbi prevede vari spostamenti di opere a Palazzo Fava, fra cui l’Estasi di Santa Cecilia di Raffaello, di casa alla Pinacoteca.

A differenza dei professori di Italia Nostra e di Andrea Emiliani e Eugenio Riccomini, (che come racconta Renato Barilli, risposero niet per un progetto simile dell’emerito professore di arte contemporanea) il critico nazionale ha capito che decontestualizzandola, l’opera cambia.

Sgarbi infatti cita Marcel Duchamp e sa che muovere un quadro importante, anche se di soli 600 metri, sposta di molto la faccenda.

La mostra più bella mai fatta nella storia di Bologna come dice Sgarbi, è un’operazione duchampiana.Usa il linguaggio dell’arte contemporanea, anche se non la espone.

Un evento, quindi, sottile e arguto, raffinato e diabolicamente moderno.

In una Bologna sempre più americana, l’esposizione Da Cimabue a Morandi sembra marcare l’inizio di una nuova epoca.

Se fosse ancora in vita il grande cannibale, Andy Warhol, l’avrebbe sicuramente visitata. Affascinato dai portici, dopo avere cenato al Daiana – deliziato dalla zuppa inglese, più per i colori, che per il gusto – avrebbe ammirato, a Palazzo Fava, il capolavoro di Raffaello: l’Ecstasy.

 

L’arte site specific

L’arte contemporanea va sempre difesa e discussa, perché a differenza di quella del passato, dovrebbe essere più libera e soprattutto più articolata, più complessa.

Bisogna quindi difendere i tre semplici e nudi festoni, che di festa hanno poco, dell’artista Luca Vitone? Anche se la difesa diventa difficile e la questione è molto spinosa? Chi semina vento raccoglie tempesta e se la tempesta viene da ambienti impegnati e attenti alla memoria del Paese, qualcosa non va.

Se un’opera d’arte viene pensata con un fine educativo e civico e s’incammina nell’orizzonte della verità o della giustiza, rischia di perdere la sua essenza e forse diventa semplice, troppo semplice e così anche fragile.

Il passo falso dell’arte che si avvicina alla politica e alla realtà è quello di prendere una posizione, dimenticando che l’arte contemporanea è una faccenda ampia, è meta-arte e anti-arte al tempo stesso. Perché dare all’opera un fine, uno scopo, un colore, un compito? Perché comprimerla in anguste paratie del bene contro il male, della giustizia contro l’iniquità? Più un’opera è autonoma, più si porterà dentro naturalmente questioni decisive del nostro tempo e del nostro vivere, magari senza risposte, ma con molte domande. Se Vitone si fosse fermato a sottolineare l’ispirazione al quadro di De Chirico (ma perché gli artisti devono sempre citare i maestri?) avrebbe sicuramente reso sospeso e metafisico il significato dell’opera. Fra segni esoterici e triangoli deisti ognuno avrebbe discusso col proprio demone.

Invece si vuole racconta la storia della P2 e dice l’autore: “come cittadini italiani dobbiamo sentirci responsabili della sua presenza e rivelarla”.

L’artista così diventa un cittadino impegnato con spirito critico.

L’abitudine degli artisti a raccontare i fatti oscuri del Paese col fine, forzato, di fare chiarezza (non cercheranno per caso la verità?) è sempre più d’uso.

L’artista non interpreta il mondo col suo punto di vista, ma diventa un mero traduttore, un semplice cronista attento alla bontà del suo operato.

Con quest’opera, poi, ci si vuole richiamare alle feste religiose del Sud Italia, con tre esili festoni. Chi ha visto le monumentali e assordanti costruzioni di luminarie di Scorrano nel Salento, si renderà conto di quanto sia inadeguato il paragone.

L’arte di oggi non cerca la meraviglia e lo stupore, così cari al pubblico, che gli apparati della tradizione religiosa creano, e ne patisce le conseguenze.

Bologna è una città ostica all’arte contemporanea e quindi se si vuole fare un’opera attenta al contesto, site specific, come vuole il cerimoniale dell’arte pubblica, bisogna conoscerlo. Bisogna sapere che la ferita del 2 Agosto a Bologna è aperta.

Bisogna sapere che ad ogni anniversario in Piazza Medaglie d’Oro, l’aria è tesa e sono ancora le 10 e 25.

L’arte al centro

Si apprende sui giornali che nel programma de La Casa dei Pensieri della festa dell’Unità, alla voce arte, ci sono quattro invitati: due indiscussi artisti, Pierpaolo Calzolari e Concetto Pozzati e due storici dell’arte, Eugenio Riccomini e Andrea Emiliani. Uno di settanta anni e gli altri tre prossimi agli ottanta.

Alla festa nazionale dell’unico importante partito di progresso italiano risalta questa scelta focalizzata sul passato. Tipico della credenza tutta italiana è il pensiero che l’artista sia tale quando è un saggio maestro o da defunto.

Questo cliché appartiene solo all’arte visiva, non è così in letteratura, nel cinema, nel teatro e nella musica. E questo per via del nostro inestimabile patrimonio che acceca e affossa ogni pratica nuova dell’arte. Il risultato, nello scacchiere odierno, è che un’opera di un artista britannico vivente prossimo ai 50 anni costa molto di più di un capolavoro del Guercino. Se si invitano, poi, solamente due storici dell’arte, notoriamente distanti dall’arte contemporanea, si marca proprio questa tradizionale estraneità del Paese alla cultura dell’immagine del nostro tempo, oramai monopolizzata dalla TV e dalla cultura generalista di internet e della stampa.

Se c’è un pensiero, duro a morire, in Italia, è quello che l’arte contemporanea sia una specie di inganno; direi lo stesso tipo di un atteggiamento sospetto di un mussulmano integralista verso l’occidente. In entrambi casi è beata ignoranza.

L’arte contemporanea è spesso vista come trascurabile, chiusa in un mondo snob e criptico, abitato da intellettuali radical-chic. Impera lo sapevo fare anch’io o il nessuno sa più dipingere. Mentre i fari indiscussi della cultura, Regno Unito e Stati Uniti, investono nell’arte di oggi, in Italia il picco della discussione, oggi, verte se spostare o meno i Bronzi di Riace dal garage di Reggio Calabria, – perché la nuova sala dove sono collocati sembra un garage –, all’Expo di Milano.

D’altra parte, il partito, non ha mai manifestato tanto interesse per l’arte. All’ombra di Guttuso c’è sempre stato poco, forse perché la figura dell’artista, per via del suo personalismo, non si integra tanto con l’idea dell’Unità.

L’arte, invisa ai conservatori, spesso sbeffeggiata dai media, ostaggio del mercato, dalle fiere e dallo star system internazionale, confusa dalle schiere di creativi e graffitisti, è così calpestata.

La cultura dell’immagine ha sempre interessato poco la sinistra, ieri come oggi.

Se il colosso Unipol, da sempre vicino al partito, nel suo spazio d’arte mostra i quadri di Carlo Levi, una specie di Guttuso, ma più triste, si capisce meglio la storia del Paese.

Il resto, da tempo, lo fa Mediaset. Anche a Bologna.

Le Madonne Bolognesi

È tempo di bilanci per la mostra su Vermeer e si parla di quattrini.

Si inizia con la cultura e con Bologna che non è solo cibo, ma poi il gioco lo fanno gli alberghi e i garage; una mostra convince se lo dicono i tassisti e i ristoratori e ovviamente la grande piaga di questa epoca post-surmoderna: la gente che paga il biglietto.

Il tiro della discussione lo alza Nomisma, che almeno non cita gli scontrini.

Pochi giorni fa, in un fine settimana di primavera e a pochi metri di distanza, si sono incontrate, in qualche modo, due opere d’arte, due dipinti adottati dai bolognesi. La Madonna di San Luca, scesa tradizionalmente in città ed esposta in San Pietro e La Ragazza col Turbante che proprio il giorno dopo si è ritirata per sempre dalla sua dimora di Palazzo Fava per ritornare verso il Mare del Nord. La discesa dell’icona Mariana sembrerebbe una puntuale riappropriazione del territorio, che per mesi è stato l’indiscussa terra di conquista della più bella.

Sì, perchè la Ragazza è più bella della Madonna. Come ci insegna il mondo d’oggi, più ci si fa vedere e più si è visti, e più si è visti, più si è belli. La Madonna, che la tradizione vuole dipinta dall’Evengelista Luca, ha due caratteristiche che la penalizzano: la prima è che è velata. Con la placca d’argento che fa mistero d’Oriente, sembra che indossi un chador. La preziosa lastra copre il dipinto che enfatizza uno sguardo per lo più assente. Forse per questo motivo, da poco tempo, l’icona è visibile in certi periodi, senza velo, forse per renderla più gentile o forse per fare ammirare l’azzurro della tunica appena rinvenuto nell’ultimo restauro. La seconda peculiarità è che è santa, forse più sacra che santa. E questo perchè è antica, viene dall’Oriente (anche se chi c’è che la vorrebbe Padana) ed è venerata in processione. Le sue discese e salite scandiscono un tempo della tradizione, che condiziona, si dice, anche quello metereologico. I lenti tragitti sono accompagnati da canti, nenie, petali di fiori e incensi. L’esposizione nella Cattedrale, aperta al popolo fino a sera tarda, con fuori i mercanti chiamati per l’evento, rievocano un mondo di una volta che sbiadisce sempre più. Non vedremo mai la sua immagine sulle torte, sulle magliette, sui grembiuli da cucina; solo il santino è ammesso, tenuto in modo esclusivo nella borsette, nei portafogli o nell’angolo di qualche quadro.

Anche se la Madonna di San Luca si è ripresa il campo gli abbagli rimangono impressi nella foto del tempo d’oggi.

Nella vetrina della Coroncina, l’antico negozio di ricordini, memorie e identità perdute, ci sono già le due immagini vicine. Sono insieme, in relazione, quasi fossero una coppia. Dopo la mostra su Vermeer, sono due le Madonne di Bologna, quella di San Luca e quella della Perla.

* Testo originariamente scritto per il quotidiano La Repubblica (ed. Bologna), non pubblicato 

Le torri del silenzio

Nonostante l’allargamento di Via Rizzoli, le Due Torri non si vedono bene.

Anche stando in mezzo alla strada, l’Asinelli è soffocata dai palazzi e la Garisenda è coperta: queste due grandi colonne arcaiche non si vedono in modo completo e pulito. Bisognerebbe spostarle.

Finita l’era delle Torri Gemelle, ci rimangono queste di Bologna, per la verità più sorelle. Anche se per i bolognesi sono simpatiche e rassicuranti, le Due Torri hanno qualcosa di sinistro e spettrale. Se togliamo la coroncina merlata alla sommità e gli archi con portico alla base dell’Asinelli, comunque postumi, ci appaiono insieme come due pilastri arcaici.

Oltre che dalle lucine del Natale, i due monoliti dall’origine misteriosa, di un minimalismo quasi moderno, sono state addobbate con gabbie di ferro appese, per condannati che si consumavano al vento e al sole.

Bisognerebbe mirarle nella loro solitudine al centro di un grande spazio.

Forse l’irragiungibile fama che ha nel mondo la Torre di Pisa è data proprio dalla sua collocazione, oltre che dalla pendenza, dall’immagine con cui viene sempre presentata, compresa l’introvabile scheda telefonica Sip, che la raffigura quasi isolata, sempre con un prato verde attorno e con un cielo azzurro intenso di sfondo. La gentilezza della struttura e il candore del marmo fanno il resto. Le nostre, invece, rimangono inespresse, quasi soffocate dalla città.

Collocarle nel mezzo della piazza dell’VIII Agosto le renderebbe finalmente visibili e l’operazione avrebbe importanti implicazioni: la città acquisterebbe uno nuovo luogo con un vecchio simbolo e la piazza di Porta Ravegnana diventerebbe uno spazio inedito con nuove prospettive: certo il senso di smarrimento sarebbe importante, ma subito compensato dai portici della chiesa vicina, interstizi quasi privati; il vuoto sarebbe solo apparente in un largo fra i più intimi del Paese.

Le due grandi placche-otturazioni in bronzo segnerebbero l’operazione necessaria.

Anziché una perdita, sarebbe solo uno slittamento di luogo e di senso che porrebbe delle nuove questioni. La città avrebbe due punti di riferimento diversi, ma uniti. Una nuova mancanza e una nuova presenza legate da un fondamentale segno di memoria collettiva. Una specie di Ground Zero ma senza crolli, senza attacchi, senza traumi e senza morti. Non si comprende che il nostro impasse è proprio nei nostri simboli del passato che danno false sicurezze, vani appigli che da tempo hanno perso la loro forza. Sono immagini esaurite che vanno ripensate. Si tratta, quindi, di rompere un incantesimo per rifondare una nuova origine. E non si può certo iniziare dalle altre due T.

* Testo originariamente scritto per il quotidiano La Repubblica (ed. Bologna), non pubblicato