La scultura lingua morta

Per essere entusiasti di Arturo Martini o si è storici dell’arte, studiosi di scultura e amanti dell’arte antica, oppure si è passatisti oppure ingenui. La sua scultura è antica (il Mediterraneo, la Grecia, l’Etruria) perché la scultura stessa è “schiava del passato”. La citazione è di Martini stesso, che nella raccolta di scritti La scultura lingua morta, con tragica lucidità, traccia i limiti della disciplina che: “non potrà mai essere spontanea fra gli uomini”. È diabolico quando conclude scrivendo: “Niente giustifica la sopravvivenza della scultura nel mondo moderno. Però si ricorrerà a lei ugualmente nelle circostanze solenni e per gli usi commemorativi…”. Oggi chi fa scultura o la fa per il cimitero o per i Saddam Hussein di turno.

L’artista americano Barry X Ball giorni fa ha rilevato digitalmente nei dettagli “Il Compianto” di Niccolò dell’Arca. Un artista con uno studio a New York di 2.000 metri quadrati che usa macchine enormi (oltre a lui solo il maccheronico Jeff Koons arriva a tanto) per realizzare le sue costosissime opere, viene in via Clavature e scansiona (che vuole dire copiare in modo più preciso), il gruppo scultoreo per poi presentarne le copie in marmi diversi.

Barry X Ball riproduce con altri materiali un’opera del Quattrocento e non paga il biglietto (l’ingresso al Museo è gratuito).

Come molti americani, eccetto quelli che fanno business e quelli armati, guarda all’arte Italiana del passato, forse sperando di liberarsi, una volta per tutte, dalla sindrome della prateria (Jeff Koons infatti colleziona arte antica).

Dice delle sculture di Arturo Martini che sono “straordinarie”. Forse è solo un cliché: l’arte Italiana è per statuto straordinaria, o forse vuole semplicemente dire che sono fuori dall’ordinario. Ma la scultura è ordinaria e non c’è nulla di extra nelle opere di Martini. L’extra, caso mai, sta nell’arte contemporanaea di Barry X Ball, che si ispira a quella antica e crea una nuova opera che costerà molti soldi, forse più delle stesse sculture di Martini. Nel viaggio pittoresco dell’artista di Manhattan che annota, fotografa, compila, scansiona e se ne ritorna in America dopo cinque giorni, c’è tutta la storia del Bel Paese che si mostra e si autocelebra con terracotte, bronzi e gessi.

“Il Compianto” sarà conosciuto a Dallas, le opere di Arturo Martini rimarranno “straordinarie” e forse capiterà che un’opera di Barry X Ball sarà ad una prossima Arte Fiera in vendita a un mezzo miliardo delle vecchie lire.

Arrivederci Barry X Ball.

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La madonna padana

Per certi versi questo è un tempo di interregno fra due avvenimenti d’arte che riguardano due celebri dipinti di donne che coinvolgono la città. È un tempo fra la fine del restauro della Madonna di San Luca nel maggio scorso e l’arrivo de La ragazza con l’orecchino di perla a Palazzo Fava nel prossimo febbraio. Due immagini diverse e lontane che forse hanno in comune solo l’azzurro (appena riscoperto per l’icona) dei loro copricapi e il fatto di essere avvolte da misteri. Misterioso infatti è lo sguardo che filtra dalla lastra d’argento della Madonna che conferisce all’immagine un senso di occulto, quasi come una donna velata, quasi fosse un chador: c’è infatti tutto l’Oriente nella placca addobbata con corone, ori, pietre e perle. Forse è anche per questo motivo che l’icona di San Luca, l’evangelista che la Tradizione vuole come autore, è apparsa senza la custodia negli ultimi anni.

Secondo gli autori dell’operazione il restauro è “sorprendente”, il dipinto è “un vero capolavoro come se l’avesse fatta Giotto o Guido Reni”.

Per il grande mistico e filosofo Pavel Florenskij la pittura dell’icona è uno strumento di conoscenza soprannaturale, non c’è raffigurazione, non c’è rappresentazione. C’è invece testimonianza e contemplazione, conoscenza del mondo spirituale.

Per comprendere bene la differenza ed essere chiari, Florenskij giudica la pittura religiosa dell’Occidente, iniziata col Rinascimento, spingendosi a definirla una “radicale falsità artistica”. Accostare quindi l’icona ad un dipinto di Giotto sembrerebbe una forzatura; è proprio il pittore fiorentino che inizia ad innovare, a superare certi schemi: le mani delle sue Madonne iniziano a muoversi, sono i primi timidi passi verso il moderno, poco a che vedere con la mano dell’icona che appare rigida, così come il braccio e le dita del Bambino. La citazione poi di Guido Reni sembra ancora più ardita. Il fine dell’icona è altro rispetto alla visione dei due artisti e autori, i tempi e le categorie sono differenti e distanti. A meno che tale tesi sia solo un pretesto, assai rischioso, che condurrebbe ad una provenienza del dipinto come “espressione della cultura padana”. Viene in mente la questione dei Bronzi di Riace che per certi hanno origini calabresi.

* Testo originariamente scritto per il quotidiano La Repubblica (ed. Bologna), non pubblicato 

L’arte firmata

L’arte contemporanea è un mondo sospeso con le sue leggi e i suoi significati, è per sua natura elitaria e ahimé – anche se molti provano a dimostrare il contrario – per palati fini.

Bisogna leggere, studiare e soprattutto vedere, sapere vedere.

Come per il vino, se si è abituati a bere quelli artigianali, poi si può anche giudicare una bottiglia importante come mediocre.

Come nel calcio, in Italia siamo tutti intenditori d’arte e discendere da Giotto dà una certo slancio.

I disegni in città di Alice ricordano le illustrazioni e i fumetti, dimostrano certo una buona mano, ma hanno un significato che è letterale, semplice. La bella ragazza che mangia una mela è tale e non ci dice altro, se non per il fatto che sia su un muro per la strada e non su una tela (se fosse su quest’ultima sarebbe peggio).

Tutti sono capaci di fare l’opera di Bansky (o il famoso taglio di Lucio Fontana) ma il punto sta nel suo significato, che ci fa spesso sorridere, a volte in modo amaro, ma anche affannosamente percorrere con il bagaglio delle nostre immagini e pensieri, sentieri impervi. Magari a volte un po’ moralista, l’arte di Bansky ci tiene senza dubbio in scacco. Nei disegni di Alice non c’è nulla di tutto questo, non c’è nessuna tensione, nessun concetto, rimane una bellezza elementare, regolare, oramai esausta che da decenni non interessa più l’arte contemporanea. Per cui non è arte (contemporanea) ma solo un semplice disegno. Non è pericoloso criticare un’opera anche perché, altrimenti, si rischia di rimanere con un unico giudizio espresso finora, che è “l’oggettivamente bello di un Pubblico Ministero.

In più affermare che l’artista abbia esposto ai Musei Capitolini o a un Istituto Italiano di Cultura asiatico o all’Ambasciata Americana non significa nulla. Il Museo romano non è famoso per esporre opere di arte contemporanea, il Sindaco Ignazio Marino è un politico brillante ma non ha nessuna autorevolezza in campo artistico e fare mostre agli Istituti Italiani nel mondo, purtroppo, non è assolutamente sinonimo di qualità.

Anche Nancy Brilli ha esposto le sue tele al Vittoriano (l’Altare della Patria!), anche Fernando Botero ha installato le sue opere agli Champs-Elysées ed è apparso in tv con Maurizio Costanzo, ma basterebbe guardare un suo Gatto (Codone?) in bronzo per capire l’ingenuità della sua arte.

Supportare poi il valore di un’artista citando collaborazioni con marchi come Nike e Gazzetta dello Sport (sic!) è infelice.

Come lo è firmare, come fanno i writers e i taggers, le opere sull’opera stessa.

Si potrebbe forse asserire che una delle differenza fra l’arte moderna e quella contemporanea sia la firma. In quest’ultima il segno autografo dell’autore non si vede.

 

Il lampione

L’ideatore del restauro del Lampione dice in pratica che il progetto di Alberto Garutti – utilizzando un’opera d’arte storica – diventerebbe una sorta di luminaria. Oltre al giudizio sbrigativo e privo di un’argomentazione adeguata il suo commento si inserisce nell’abitudine molto bolognese (anch’essa parte del genusbononiae?) di giudicare bello tutto ciò che è del passato e brutto tutto ciò che è nuovo. Mentre a Roma la parte di progresso difendeva Richard Meier per il progetto dell’Ara Pacis dagli attacchi di Vittorio Sgarbi e di Gianni Alemanno qui Sergio Cofferati e parte della sinistra chiamavano il nuovo progetto dell’arch. Mario Cucinella per l’Urban Center, Gocce di Guazzaloca o Piazza Barattoli.

E io invece che volevo sottolineare il fatto che l’arte oggi è spesso protesa ad una semplice utilità pubblica, si deve sempre integrare e deve sempre dialogare!

Avrei voluto dire che l’opera di Garutti appartiene ad un’idea di arte, l’arte pubblica – oggi dominante – che ha come unico scopo quello di parlare dei cittadini e ai cittadini, scopo, credo, un po’ stretto all’arte.

Come dice infatti il giornalista Mario Bovina nel suo articolo di presentazione il flash luminoso sarà un segnale di uguaglianza e di vita.

Se pensiamo all’imprendibile Lampada Annuale (1966) di Alighiero Boetti che si accendeva automaticamente – e non si sapeva quando – una volta all’anno, forse possiamo dire che stiamo invecchiando insieme al nostro Paese e quando s’invecchia si vogliono i nipotini. Il comandamento che l’arte debba essere comprensibile a tutti alla fine è osservato. C’è bisogno di luce e di vita, l’opera accende la speranza! Il Comune e la Curia, i grandi e i piccini sono contenti. L’arte è così vicina ai problemi della società, ha un fine e soprattutto serve a qualcosa e riempie pure le guide turistiche.

Ma nell’aria c’è ancora il discorso di Romano Prodi e quando si parla di conservatorismo viene in mente anche la difficoltà di progettare arte e architettura in una città e in un Paese dove il passato è il solo riferimento e la sola Legge.

Nonostante tutto sento di difendere il progetto – che sarebbe nella strada, a un incrocio, nel cuore della città – dal sig. Giordano che vorrebbe collocare la nuova opera nel Palazzo Comunale. E io che ho sempre pensato che l’arte debba uscire dai musei.


* Testo originariamente scritto per il quotidiano La Repubblica (ed. Bologna), non pubblicato 

 

 

 

 

 

 

Pietro II

Nel 2001 a Bologna in una stanza di Villa delle Rose esposi una specie di baldacchino in legno che serviva da tamponatura all’affresco della stanza della mia casa. In effetti l’entrata dell’appartamento di Via Guerrazzi 21 faceva tutt’uno con una sala dove in fondo sbocciava una specie di alcova con a guardia due talamoni in gesso e al soffitto un dipinto di amorini che si rincorrevvano con ghirlande di fiori. Non me la sentivo di passare quotidianamente sotto lo sguardo giocoso dei putti e così decisi di costruire una struttura di tavole di legno poi dipinte di bianco avorio che celava l’immagine e imprigionava i talamoni.

Nella stanza di Villa delle Rose riproposi la costruzione e un collage con una polaroid dell’alcova blindata con una foto in bianco e nero di piazza San Pietro presa da un album di famiglia.

Così per presentare la mia opera iniziai dalla mia casa e da San Pietro.

Mia madre mi portò a Roma nel 1977 a vedere Paolo VI e ricordo con nitidezza lo spaesamento in quella piazza con le due enormi fontane con l’acqua a scroscio. Ho cercato sempre una via di fuga dal programma di gite culturali e d’arte. Iniziammo da Ravenna e facemmo tutta l’Italia, la vita, lei pensava, era meno triste con l’arte; captavo il vero motivo di queste visite: era legato allo stare lontano da casa. L’arte nascondeva, ma alla fine dava risalto, al dramma familiare. La mia infanzia e la mia adolescenza furono un continuo fuggire, con la scusa dei viaggi d’arte, da mio padre. L’arte così si legava a una situazione ambigua. L’educare al bello si sposava coi problemi di una famiglia borghese nell’Italia degli anni 70.

La piazza di San Pietro, eterna, mi è sembrata sempre una porzione di città tutta di un pezzo, come se fosse un Lego unico, con un suo proprio tempo. Un grande palazzo di tribunale con una cupola sopra. E per essere eterno deve essere classico, con quel timpano templare che rafforza un senso di stabilità e ordine. Classico come la musica, come il liceo, come un Chianti, come la Coca Cola. Tutto molto lontano, ho sempre pensato, dall’annuncio cristiano.

Negli anni 90 andando a tentoni fra studi orientali e letture con urgenze non pienamente comprese lessi tutti gli scritti di Sergio Quinzio. In Mysterium iniquitatis l’autore racconta di un impensabile papa, Pietro II, che sposta la sua sede in Laterano e vive in solitudine sparendo dai media. Alla fine sale alla cupola di San Pietro e “cade all’incrocio dei bracci della croce, nel luogo dei falsi trionfi, là dov’è anche sepolto il pescatore di Galilea”. (1)

La scorsa primavera ho percorso il Salento per cercare delle luminarie. Le strutture di queste architetture quasi finte, che spente sembrano cataste di ossa lise e biancastre, mi sono sembrate adatte per tentare di costruire certe immagini che conservo. Ho acquistato anche una vecchia cassa armonica, una specie di gazebo che accoglie l’orchestra nelle feste patronali.

Spesso ispirate alla cupola di San Pietro, le casse armoniche sono complicate costruzioni effimere per la festa di piazza, in stile un po’ moresco, solitamente bianche e di un celeste “mariano” tempestate di centinaia di lampadine a filamento, ora spesso sostituite dai led. Quella che ho preso, in origine, ha tenuto a precisare l’ex proprietario, era a doppia colonna, un tipo raro e ricercato, proprio come la cupola michelangiolesca. Fino alla fine degli anni 30 la basilica di San Pietro fu illuminata con lumini e luminarie che le davano un’immagine da festa paesana, un po’ circense, un po’ baraccone spettacolare. Questo ulteriore trucco fiabesco e arcaico mi sembra che oscuri definitivamente l’idea di qualcosa che ha a che fare con l’autentico, il vero.

Tutto questo sa di rito, di mito, cose da cui mi sono sempre tenuto alla larga, pretendendo di essere un cristiano secolarizzato. La prima cattedrale cristiana è, nel quarto secolo, la basilica lateranense adiacente al palazzo della famiglia imperiale. (2)

È la seduzione del tempio, del sacro, della presenza della Natura e delle sue leggi barbare che non ho mai accettato.

Da più di dieci anni abito a Savigno, frazione Samoggia, sull’Appennino Bolognese.

Abito in una ex stalla-fienile che ho ristrutturato, l’interno assomiglia a una casa di città, con oggetti di un gusto direi borghese, nulla a che fare con la campagna dove tutto tutto scorre senza sosta.

Sto tentando da anni di ricoprire l’edificio di una fodera esterna di infissi trovati di alluminio color bronzo e oro con un fondo nero al posto del vetro. Una specie di grande baracca-mausoleo, una cassa non armonica, un torrione di avvistamento, con i tartari che non arriveranno mai.

NOTE:
1) Sergio Quinzio, Mysterium iniquitatis, Adelphi, 1995
2) Sergio Quinzio, Radici ebraiche del moderno, Adelphi, 1990

La situazione

Il 30 novembre scorso sono stato a trovare mio padre. Da un anno a questa parte ci vado circa una volta al mese. Prima ci andavo una volta ogni tre mesi. Oramai ci telefoniamo poco, una volta ogni quindici giorni. È tanto che non gli scrivo, da quando è venuto l’euro poi non gli ho mandato nemmeno le cartoline, forse perché sono legato a quelle che gli spedivo quando ero bambino coi francobolli della Turrita o Siracusana coi colori densi, netti [1].

Termina così Mario Fortunato il suo scritto “Il vestibolo nudo” nel 2005: Ed è appunto al padre, a questa figura sgranata ma anche straordinariamente nitida, che tutta la ricerca di Favelli pare rivolgersi [2].

Ho riletto spesso il suo testo. Dopo non ho più rivisto Mario, forse che ci siamo tenuti a distanza? Come se gli avessi offerto un fianco e lui avesse capito.

Simone Menegoi mi telefonò poche ore prima di mandarmi il testo per questa pubblicazione e mi disse che potevo cambiare o togliere certe parti, evidentemente c’erano cose che mi avrebbero potuto colpire o che non avrei avuto piacere che fossero pubblicate.

Lessi di un fiato. Gli dissi che andava bene così. Rimasi impressionato da una parte:

  1. mi parlò dell’evento traumatico che aveva spezzato in due la storia della sua famiglia: la malattia psichica di suo padre… Mi diceva queste cose pacatamente, con un distacco consumato, non privo di sfumature ironiche. Mi diede l’impressione di averle già raccontate molte altre volte.

È vero, le ho raccontate con consapevolezza molte volte e questo dalla fine degli anni novanta. Per circa venticinque anni non ne avevo mai parlato con nessuno con una certa chiarezza.

Nemmeno con mia madre, perché non si poteva parlare dell’aria che si respirava. Con lei quando lo si nominava si diceva Manlio e non mio padre, lei lo chiamava Manlio non suo marito. Ottenne il divorzio e l’annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota, sulla sua carta d’identità c’è scritto nubile, per lo Stato sono figlio di ragazza madre da quando avevo dieci anni.

Come tutte le volte che vado a trovare mio padre sono partito verso mezzogiorno per Gavinana, frazione di San Marcello Pistoiese. La Montagna Pistoiese è un mondo duro e spesso triste sempre uguale da quando ero bambino tranne che per le donne slave, polacche e moldave che in questi ultimi anni hanno invaso il territorio.

Mio padre vive in un Centro Socio Sanitario da più di una decina d’anni. Questa volta l’ho trovato stanco, con difficoltà a camminare e curvo.

Si è sorretto a me appena mi ha visto e ha subito addentato un pezzo di pizza che con due pezzi di focaccia era tutto quello che avevo portato e che comunque mi aveva chiesto.

Mangiava avidamente, l’arcata gengivo-dentaria quasi usciva dalla bocca – come un cane rabbioso – per non sporcarsi di pomodoro o di unto, ma è come se si fosse scordato che doveva anche camminare e le gambe hanno ceduto, non d’un tratto, ma a poco a poco come se si stessero dolcemente sgonfiando.

Avvertito il peso che aumentava sul mio braccio ho serrato i muscoli e l’ho sorretto.

Sostenere un peso quando il braccio è alzato sollecita soprattutto il deltoide oltre ai dorsali: le braccia sono state sempre il mio punto debole e questo era l’esercizio più doloroso e noioso quando andavo in palestra, alla Atlas in via Oberdan a Bologna. Appeso all’avambraccio, come uno strano animale dinoccolato a un ramo, Manlio Favelli ha continuato ad addentare la preda/focaccia come una bestia feroce o un bambino arrabbiato o come un matto perché mio padre è matto da tanto tempo. Non danno scampo i termini della perizia psichiatrica del 16 gennaio 1976:

soggetto eristico, logorroico, con interpretazioni non adeguate della realtà, soggetto a sindrome fobico-ossessiva con imponenti note ansiose ipocondriache, soggetto a sindrome distimica in fase ipomaniacale, fino alla finale diagnosi di sindrome delirante di tipo schizofrenico e schizofrenia paranoidea.

Spesso mi immergo nella grande quantità di documenti, dichiarazioni, relazioni, certificati del tribunale, della Magistratura, del Ministero, di avvocati, giudici, medici, psichiatri, tutori e funzionari. Chili di carte in carta velina, intestata, timbrata, bollata, protocolli, ricevute e fotocopie, tante fotocopie in carta chimica, lucida, grigia chiara. E poi tante lettere e cartoline mai partite, viaggiate, tassate, vidimate dal carcere o dal manicomio.

Babbo, stai per cadere.

L’ho sempre chiamato babbo. Babbo lo rassicura e rassicura soprattutto la situazione, ristabilisce i ruoli. Babbo per lui è come un richiamo della foresta, conferma un’idea e uno stato spesso messa in discussione dalla Situazione. La Situazione è peggiorata per via dell’ambiente di lavoro, le Ferrovie dello Stato e poi i miei nonni materni, i suoi suoceri, che hanno messo contro di lui anche mia madre. Così la Situazione è esplosa definitivamente. Per chiarirla, esaminarla, discuterne e risolverla mio padre ha lottato per quasi quarant’anni.

E per quasi quarant’anni ho dovuto fare un doppio gioco come un agente 007 al servizio della mia sopravvivenza. Ho giocato, come si dice, di rimessa, per parare i colpi, ma anche barato e mentito, sviato, temporeggiato. Mia madre, amante della Storia Classica, mi ha sempre parlato di Quinto Fabio Massimo console romano, detto il temporeggiatore.

Ho passato così trentotto anni cercando di rimandare ogni cosa. Da bambino dovevo fare i compiti, andare in gita con la mamma, andare al mare o andare a trovare i nonni, da grande c’era l’Università, gli amici, i viaggi, la meritata estate e poi il lavoro. Ad ogni iniziativa di mio padre rispondevo cercando di impastare tutto di burocrazia, carte che non si trovavano, permessi scaduti, perizie non confermate, inettitudine dei giudici, lentezza delle Poste, tradimento della mamma, inefficienza del nostro avvocato, intransigenza del loro avvocato. Già, il nostro-loro avvocato. A volte alleato, a volte nemico.

Da quando avevo sette anni il rapporto con mio padre è stato ambiguo. Era il male che aveva offeso mia madre, ma al tempo stesso io ero il suo angelo. Se l’era presa con tutti tranne che con me. Anche se non poteva – era interdetto – veniva a Bologna per cercarmi e io fuggivo.

Mia madre malediceva Basaglia che aveva aperto i manicomi. Che ne sapeva Basaglia dei matti, che ne sapeva di mio padre?

Lo sorreggo fino al letto, non è pesante oppure sono i miei muscoli che si sono attivati, quando sono in emergenza i muscoli tirano di più, in certi momenti si diventa più forti, inaspettatamente più forti.

Il 6 febbraio 1978 mio padre si arrampicò al primo piano di Via Guerrazzi dove abitavo.

Mi ricordo tutto molto bene. Lo portarono via tre agenti di polizia con le pistole in pugno dopo avere sfondato la porta della mia camera, cercando di mantenere una voce calma e formale:

Signor Favelli, apra.

Nel 2001 feci una mostra alla Galleria Maze di Torino dove esponevo tre porte, quella della mia camera da letto, quella della camera di mia madre e quella del salotto che avevo preso dopo che l’appartamento era stato ristrutturato nel 1993. La mostra si chiamava Archivio. Nessuno le comprò, non mi ricordo nemmeno il prezzo, ammesso che ne avessero uno.

Spesso quando tornavo a casa guardavo la grande inferriata della finestra del piano terra che dava sulla strada. Mio padre si era arrampicato alla grata e poi si era tirato su con un colpo di reni per aggrapparsi alla ringhiera della porta finestra della mia camera del primo piano di un palazzo del 1600.

L’impressione di Simone è vera: mi diede l’impressione di averle già raccontate molte altre volte. Sì, ho tentato spesso di raccontare la storia mia e di mio padre perché questa storia mi ha segnato, raccontarla significa masticarla, diluirla, chiarirla, renderla manifesta e oliare i cardini di quelle porte.

Fino al letto, dicevo, lui si è messo a sedere continuando a mangiare.

Trema, dondola, fa dei movimenti ripetitivi, sembrerebbe Parkinson, del resto ha preso neurolettici per più di cinquant’anni, pasticche, capsule, pillole, in tutto più di un quintale di roba. Cento chili.

È la prima volta che lo vedo così malconcio e provato. È la prima volta che lo vedo innocuo.

Ma è anche la prima volta che ho forse tirato un sospiro di sollievo dopo trentotto anni.

Mio padre non sa che sono artista o forse sì, sono stato al solito sempre vago forse perché c’è stata sempre un’idea che siamo entrambi artisti. Forse perché lui si è sempre sentito artista e io perché sono suo figlio. Quando mi chiede: che si dice in giro? So che si riferisce ai circoli, agli ambienti letterari, alla poesia, come se fossimo ancora nell’ottobre 1967 a Firenze, quando scriveva poesie, la colazione coi bomboloni al bar, il cinema e soprattutto il tempo con mia madre.

Mio padre ha sempre vissuto come speciale il suo tempo, tutti i suoi momenti: quando si è artisti si vive sempre con un faro acceso addosso, un occhio di un dio dietro le spalle, lo sguardo del mondo che ti segue sempre, una platea seduta e composta sempre attenta.

Lo so bene perché ho tutte le sue agendine, le teneva in tasca, scriveva ogni giorno, da artista sapeva che doveva lasciare dei documenti per sé, per l’arte, per il tempo, per la platea. E biglietti, fogli, foglietti, retri di scontrini e ricevute di ristoranti, biglietti del bus, del treno, tutti scritti con data e ora come se ogni momento fosse quello decisivo.

Metto tutto per iscritto. Era questa la più grande minaccia che mio padre intimava al mondo intero.

Ogni giorno un commento, un nome di medicina da assumere, diversi nomi di donna, i film del cine e soprattutto Anna, mia madre.

Il 13 ottobre 1975 mi portò a Roma, era la prima volta per me, avevo quasi otto anni. Mia madre non lo sapeva e avvertì la polizia. Dormimmo all’hotel San Giorgio di via Amendola vicino a Termini, camera 406, fu l’ultima notte che ho dormito con mio padre. Capivo che c’era qualcosa di strano perché non avevo il pigiama, ma mi distrassi presto perché c’era un frigo-bar pieno di bibite. La mattina mio padre andò dal direttore e disse che siccome era un poeta non avrebbe pagato. Sul cartoncino dell’albergo c’è scritto: sono senza soldi e dietro il resoconto della nostra ultima serata:

2 Aranciate + 2 Pepiscola [3] + Zabov.

* Testo pubblicato in AA:VV, Flavio Favelli, Mousse Publishing, Milano 2013

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NOTE:
[1] Ho notato che da circa metà degli anni ottanta la grafica dei francobolli della Repubblica è cambiata, i francobolli risultano policromi, quasi fossero senz’anima oppure è semplicemente una mia impressione o la mia solita visione delle cose che non riesce a vedere in modo differente il mondo dopo la metà degli anni ottanta. L’opera L’imperatrice Teodora del 2011 è l’ingrandimento di una di queste cartoline.
[2] Mario Fortunato, Il vestibolo nudo, in Flavio Favelli, Vestibolo, Segno Associati, 2005.
[3] Mio padre scrive proprio così: Pepiscola anziché Pepsi Cola.

La mia casa è la mia mente

La prima volta che ho capito le vere esigenze della mia ricerca è stato quando ho presentato La mia casa è la mia mente a Torino nel 2003.

L’intento era chiaro, sgombrare il campo da riferimenti generalmente culturali non personali ed estranei alle mie immagini e alle mie urgenze. Volevo andare direttamente alla questione, al punto da dove tutto ha origine. La sentenza La mia casa è la mia mente venne fuori in seduta, ero davanti ad un televisore spento, da quella sedia a sdraio mi sentivo predestinato a raccontare quello che avevo vissuto, ero pronto a scendere nella miniera del mio passato.

Sono nato all’Ospedale Careggi di Firenze il 7 dicembre 1967 da madre di Bologna e padre di Pistoia.

Ricordo bene l’appartamento in via Montanelli era al primo piano e aveva un lungo corridoio. Un pulmino rosso mi veniva a prendere ogni mattina e mi portava a Fiesole all’asilo privato. Prima del trasloco per Bologna fissavo dal terrazzo i manifesti NO e SI del referendum del 1974 sul muretto di fronte casa con dietro un giardino verde scuro come tutti i giardini di Firenze. NO e SI, SI e NO. Andavo dietro alla poltrona e pensavo come scegliere: SI alle cose che amavo, NO alle cose che non mi piacevano. SI e NO erano due suoni ricorrrenti a casa anche se il MAI stava guadagnando terreno.

Firenze è stata sempre la città del conflitto per la mia famiglia. La mia Parrocchia era San Lorenzo delle tombe Medicee, andavo a catechismo perché lo voleva mia madre, non mi toglievo mai il cappotto. Il sacro, il santo e l’arte da subito erano così inesorabilmente intrecciati in un’alleanza complessa, pesante e autoritaria. Vicino c’era il carretto con la trippa, mio padre ci andava matto, mio padre era un eterno ragazzino, provava sempre tutto. Andammo a Bologna, prima in via San Vitale 104 dai nonni, un mondo a parte di cose borghesi e squisite, dove ogni cosa aveva un suo tempo e un suo posto e poi all’appartamento di via Guerrazzi 21, lunghissimo con tutte le stanze in sequenza, di fronte al DAMS.

Spesso la domenica andavamo a trovare gli zii, i fratellastri di mio padre a Pistoia, in via del Giglio e poi in via Verdi. Pistoia era una città immobile e un po’ triste, grigia, ma con immagini luminose come i pippi di San Bartolomeo, come il mercato con i porcini freschi sulle felci e il pane tondo che la zia Tina tagliava appoggiato al petto. La zia Tina, quando era giovane, aveva amato un partigiano che morì e da allora non volle più vedere nessuno. Si vestiva di blu e di nero come le donne del sud. L’altro zio, Filippo, sapeva disegnare benissimo soprattutto i cavalli, l’animale più nobile, ma anche più difficile, quando morì c’era un simbolo strano sul giornale era lo stesso che avevo visto in uno stendardo in un’aula dove mi aveva portato nelle nostre passeggiate in città nel silenzio assordante di Pistoia. A Pistoia non c’erano i turisti come a Firenze, era una città vuota con la piazza del Duomo e il battistero quasi abbandonati, non c’erano nemmeno i fedeli. In estate invece andavo coi nonni materni all’albergo Frankfurt a Riccione “dalle signorine” due sorelle senza marito che parlavano tedesco.

Il cinema a Riccione era Das Kino, dappertutto c’era la Löwenbräu, la birra con leone d’oro. E le grandi Mercedes beige dei tedeschi con la pelliccia sui sedili guidate anche dalle donne. Le maglie arancioni sul prato verde dell’Olanda nelle prime tv a colori dei bar di viale Dante, era il 1978 l’anno del Mondiale di Argentina, sapevo tutto perché avevo completato l’album delle figurine Panini, ma non avevo mai visto in tv l’arancione acceso dell’Olanda.

Da luglio a settembre – la scuola iniziava il primo ottobre – abitavamo a Pavana Pistoiese sopra Porretta Terme, in un villino degli anni trenta spettrale e un po’ isolato, alla fine di una lunga scalinata con dodici tigli e siepi di bosso. Il nonno materno la comprò per sfuggire al caldo estivo di Bologna. La casa di Pavana è sempre uguale con gli stessi oggetti e odori, un santuario custode della tragica memoria della famiglia. Tragica e mitica, perché viene da un mito che rigenera continuamente le mie immagini e i miei desideri di ritornare in quei tempi che sono passati. Rimangono i luoghi dove ancora tutto è vivo e acceso, dolente e maledetto. È un piacere increato, eterno, ambiguo con un forte senso di perdita, come quando i primi denti dondolavano per cadere e gli altri spingevano in un gioco di sangue amico.

Questo disperato tentativo di fare rivivere quei tempi originali è meno disperato a Pavana perché Pavana è come un tempio dove molto è custodito e dove quel tempo a momenti si può ancora vedere e sentire. Un tempo fatto di immagini, luci, suoni e soprattutto oggetti, ambienti e marche. Un tempo dolciastro, maledettamente pieno di bontà dei sensi, assuefatorio, ma anche crudele. Per via dell’isolamento, del giardino silenzioso e del suo microclima, la casa di Pavana era ancora di più il luogo della villeggiatura; tutto era più deciso e chiaro e anno dopo anno le immagini si intrecciavano in un grande poema di gesta ed episodi.

La casa di Pavana è un mondo psichico.

Ci torno ogni tanto, quasi una volta all’anno, per poche ore; è da più di vent’anni che non ci passo la notte.

In via Guerrazzi 21, un palazzo antico sulle mura medievali di Bologna, abitavamo al primo piano. Ora vado a trovare mia madre ma per me non è mai stato semplice via Guerrazzi 21. È tutto troppo pesante, ci ho passato 26 anni.

C’è un album con le foto del matrimonio dei nonni materni nel giardino interno del palazzo. Tosca con la calotta di piume bianche e un gran collo di pelliccia di volpe, Carlo in uniforme. Il giardino non è cambiato, c’è una grande magnolia e qualche grande palma, ma di un verde meno scuro di quelli di Firenze.

L’appartamento era grande quasi duecento metri quadrati e dal 1974 eravamo in due, mia madre ed io. La casa aveva i pianciti con la veneziana e i soffitti altissimi, uno era affrescato e mio padre aveva messo due faretti colorati uno giallo e uno blu su un ripiano sopra lo stipite della porta per dare un effetto scenografico. La mia Parrocchia era la Santissima Trinità, quartiere Santo Stefano, il quartiere ricco della città, il più a destra di Bologna. La facciata della chiesa era neoclassica, sembrava un tempio pagano e sotto al portico il pavimento era sempre lucido. Il parroco fece un grande auditorium con le poltrone in velluto rosso con le targhette di ottone con i nomi delle famiglie che le avevano finanziate. Una la comprò mia madre ma non mi ricordo se il nome fosse Franchini o Favelli. La scuola elementare e la scuola media erano di fianco in viale Dante e via Santo Stefano. La scuola elementare era la Giosuè Carducci, all’entrata c’era un’opera di bronzo dedicata al sommo poeta. La maestra che ebbi per quattro anni si chiamava Irene Baiesi, sempre in camice bianco come all’ospedale, col rossetto un po’ fucsia, capelli grigi raccolti, pantaloni grigi lunghi.

Mia madre mi veniva a prendere, mi ricordo le scarpe che indossava quando, appena fuori sulle scale, una sua conoscente disse: “Signora, hanno rapito Moro!”. Era il 16 marzo 1978, era freddo ma c’era il sole, indossava degli stivali neri con la zeppa come andava allora. Seppi da mia madre che la signorina Irene Baiesi s’impiccò tanti anni dopo nella sua casa in via Murri. Ho sempre immaginato che abitasse all’ultimo piano vicino alla Gelateria Capo Nord, una delle più in vista della città. Alle elementari e alle medie avevo sempre in borsa un barattolo di Citrosodina all’arancia perché spesso avevo male di stomaco. Mia madre insegnava alle scuole medie, le Rolandino de’ Passaggeri in via Santo Stefano. Le Rolandino, erano in un palazzo antico, le scale ripide e i soffitti altissimi. Per qualche volta la supplente in classe era mia madre che aveva un tono diverso da casa. Ora c’è un palazzo residenziale, hanno fatto degli appartamenti coi campanelli senza nome come a Milano.

Ogni giorno mia nonna mi portava ai Giardini Regina Margherita, la regina della pizza. Erano gli ultimi tempi dello zoo dei Giardini Margherita, anche se c’era solo una grande gabbia circolare per due leoni, qualche scimmia e un recinto per caprette insieme ai daini. Non mi ha mai convinto vedere insieme i daini e le caprette, non era un accostamento regolare, ho sempre percepito che c’era qualcosa di strano, rimasi più che deluso infastidito. I daini sono selvatici, le caprette no. Un po’ come quando andammo per la prima volta al ristorante cinese dove nel menù c’era la carne di maiale con l’ananasso, non me ne capacitavo, ogni cosa doveva avere un suo ordine, l’ananasso sarebbe dovuto andare alla fine nella frutta.

Questa esposizione di animali differenti messi insieme, una leggerezza forse dettata da motivi di spazio o magari perché entrambi amati dai bambini mi mise in crisi.

Capii dopo che l’assommarsi di questi situazioni che sentivo come non regolari stavano entrando dolcemente nella mia mente ma con effetti collaterali.

In pratica mi davano noia.

Così mi diede noia vedere i pony allo zoo di Pistoia perché di solito a Riccione erano per la strada coi bambini sopra. C’erano degli stati che si sovrapponevano, delle nature che si accavallavano, dei generi che si lambivano; il domestico macchiava il selvatico. Ma non era solo una questione di animali.

La proprietà formali e visive degli oggetti mi iniziavano a parlare perché tanti oggetti, gli arredi e le mille cose che accompagnano una storia familiare dalla fine degli anni ‘60 al 1993 erano un cosmo. Soprattutto in Italia terra di sperimentazioni audaci dove il design, la grafica e la pubblicità erano espressione dell’anima di un paese, un intero mondo nazionale. Mi sono sempre relazionato agli oggetti e alle loro immagini, perché nella mia solitudine di bambino e ragazzo poi ho trovato nelle cose inanimate tante anime, tante voci con diversi timbri che mi parlavano. L’Altro per tanto tempo nella mia vita non era un possibile interlocutore e così c’erano Loro, gli oggetti. Ho scritto 1993, perché su tutti i cartelloni per le strade c’era la pubblicità della Fiat: La risposta. Punto. Per la prima volta i fari posteriori erano in alto, verticali, la grafica, le forme generalmente piacevoli senza dignità, tutto è cambiato da lì, l’anno prima c’era stata Capaci, con le Croma sbragate, le ultime ammiraglie. Per la prima volta un’auto era diversa dalle altre o mi sembrò molto forte. I fari posteriori in alto mi davano noia, non mantenevano una continuità col passato. Capii che stava iniziando a finire tutto.

Capii che da quel momento non potevo più dialogare col presente come avevo fatto per 26 anni. Capii che da quell’anno mi dovevo rivolgere al passato.

Era cominciato l’anno 0. Il 2013 sarebbe l’anno 20 PP, Post Punto.

Dei leoni dei Giardini Margherita si sentiva l’odore pungente, ma mai fastidioso. Mia nonna aveva sempre qualcosa di pelliccia e pelle in inverno: un cappottino di Astrakan, un collo di volpe, una calotta di visone, una borsa in coccodrillo e ricordo la sua compassione per le bestie davanti alla gabbia in inverno. Coi leoni, i vasi cinesi i tappeti orientali e e gli avori della casa dei nonni la mia immagine dei paesi lontani era complessa e si arricchiva alla sera quando mia madre mettendomi a letto diceva: ora i cinesi si alzano.

Spesso la nonna ci lasciava il Resto del Carlino che leggevo solo nel calcio. Il Bologna in quegli anni faceva campionati tristi in zone basse della classifica. Pregai mia madre di portarmi per la prima volta allo stadio. Scelse una partita tranquilla, Bologna contro Avellino e mentre aspettavamo l’inizio mi fece fare i compiti sulle gradinate. Era freddo e grigio, finì 0 a 0, era il 12 novembre 1978. All’altoparlante davano gli spot della pubblicità dell’Acqua Cerelia che bevo ancora oggi a tavola, bottiglia di vetro ed etichetta verde. Di quella domenica ho un ricordo nitido, la torre dello Stadio voluto dal Duce color rosso mattone, un ricordo senza rumori, senza voci, senza audio. Le maglie delle squadre erano senza scritte, il Bologna aveva le righe larghe verticali rosse e blu. In trasferta aveva una divisa con una banda diagonale rossa blu, unica nel campionato che mi rapì. Una diagonale non controbilanciata da un’altra era un’immagine ambigua, come la maglia del Perù nei mondiali del ‘78 e dell’‘82 che vidi in tv e sul Guerin Sportivo che compravo sempre e che raccontava di campionati esteri con squadre esotiche. Ricordo che a volte ai Giardini Margherita giocavamo con un pallone che forse era pakistano.

Poi vennero le 128 Fiat della polizia che entrarono in campo per arrestare i calciatori del Toto Nero nel 1980. La sigla e la grafica del TG1 mi tenevano compagnia e mi rassicuravano.

Mia madre evitava di stare a casa i fine settimana, amava l’arte, la cultura e soprattutto voleva cambiare aria, la famiglia era saltata ed il rapporto coi suoi genitori era pesante. Iniziammo da Ravenna e poi tutta l’Italia, da Acireale all’Acqua Cheta, dall’Aspromonte allo Stelvio, dal Museo Egizio di Torino ad Alberobello e poi Parigi, Londra e Atene, fino a Mosca nel 1981. Mosca nel 1981 era un altro pianeta, andammo con Dopolavoro Ferroviario, anche se mio padre non stava più con noi mia madre era sempre moglie di un ferroviere e molti ferrovieri comunisti andavano a Mosca. Andammo in treno, passammo per la Cecoslovacchia, per la Polonia, Varsavia e poi a Brest si cambiava treno perché quelli sovietici erano differenti. In treno mia madre mi diede il libro di Howard Carter sulla scoperta della tomba di Tutankhamon. Mia madre amava l’archeologia, ha sempre amato il passato, ha sempre vissuto con difficoltà il presente. Lo lessi da Brest a Mosca con un treno che non arrivava mai. Scoprii che le foto della tomba del Faraone – le sole immagini mai viste di una tomba quasi intatta – mi erano in qualche modo familiari. Forse furono quelle foto che mi dissero che anch’io avevo bisogno di disporre con una certo ordine e con una certa bellezza le cose e le immagini della mia vita; gli oggetti del faraone erano quelli della sua vita e tutti i suoi oggetti erano importanti esattamente come i miei. Entrambi ci avrebbero aiutato a vivere, nell’aldilà per lui, nell’aldiqua per me.

Quando vidi la foto dell’Anticamera rimasi turbato. Tante cose messe con un ordine approssimativo, forse era un ordine frettoloso che poco aveva a che fare con quello di una disposizione rituale o di una mostra, di un archivio. E anche se era un ordine sommario dopo l’arrivo dei ladri a me sembrò un ordine personale, privato, mentale, un ordine che mi corrispondeva. Le voci degli dei del mio Pantheon volevano un ordine rituale degli oggetti della mia mente. Ci misi tanto tempo per chiamare una mia mostra Archivio, era il 2001.

A Mosca visitai il Mausoleo di Lenin con la salma sotto vetro, come ho visto Mao Tse Tung la scorsa estate a Pechino, due luoghi semplicemente folli, perturbanti ma che in qualche modo vicini con le loro costruzioni severe come la camera mortuaria in legno dorato di Tutankhamon.

Sono venuto per caso a Savigno. Iniziai a frequentare Bruno Pinto artista di Monteveglio, passammo intere giornate a parlare, discutere, ascoltarci. Lavorammo anche assieme. Scrivemmo tanto a quattro mani. Fuori dalla contingenza.

Mi disse che c’era un fienile vicino alla Pieve a Savigno, un paese vicino Monteveglio. Dopo aver vissuto per più di trent’anni nel centro storico di due città – Firenze e Bologna – non avrei mai pensato di abitare sui monti in un luogo un po’ isolato.

Ho spesso immaginato con grande difficoltà la trasformazione per la mia casa che in fondo è un grande oggetto tridimensionale. Sono tante le architetture che si sono intrecciate con la mia vita e che rimangono vive visioni: dal Mausoleo di Lenin alla casa di famiglia a Pavana, dal Battistero di Pistoia alla stazione di Santa Maria Novella, dalla Cupola di San Pietro al Mausoleo di Teodorico.

Ho tentato di ricostruire queste ultime due con le opere La Cupola e La Rotonda.

Ma forse la vera questione è che dietro l’arte e l’architettura si è sempre nascosta una vicenda ambigua. L’arte era la scusa per andare via di casa, l’arte doveva sostituire la famiglia oramai persa, l’arte era il rimedio al quotidiano. L’arte nascondeva, ma alla fine dava risalto, al dramma.

Solo alcune volte percepisco l’inganno che sta nell’arte che allontana sempre più da qualcosa di vero che si sente a volte in qualche lampo.

Tanti anni fa lessi Sergio Quinzio e frequentai persone a lui vicine, nella speranza di comprendere di più; non so perché ma è l’unico autore che è stato capace di distrarmi dai pensieri sulla mia arte. Scrive, riferendosi alla speranza dell’ultimo giorno: … l’arte appare cattiva imitazione, surrogato della gioia e del dolore, della vita e della morte.