L’arte site specific

L’arte contemporanea va sempre difesa e discussa, perché a differenza di quella del passato, dovrebbe essere più libera e soprattutto più articolata, più complessa.

Bisogna quindi difendere i tre semplici e nudi festoni, che di festa hanno poco, dell’artista Luca Vitone? Anche se la difesa diventa difficile e la questione è molto spinosa? Chi semina vento raccoglie tempesta e se la tempesta viene da ambienti impegnati e attenti alla memoria del Paese, qualcosa non va.

Se un’opera d’arte viene pensata con un fine educativo e civico e s’incammina nell’orizzonte della verità o della giustiza, rischia di perdere la sua essenza e forse diventa semplice, troppo semplice e così anche fragile.

Il passo falso dell’arte che si avvicina alla politica e alla realtà è quello di prendere una posizione, dimenticando che l’arte contemporanea è una faccenda ampia, è meta-arte e anti-arte al tempo stesso. Perché dare all’opera un fine, uno scopo, un colore, un compito? Perché comprimerla in anguste paratie del bene contro il male, della giustizia contro l’iniquità? Più un’opera è autonoma, più si porterà dentro naturalmente questioni decisive del nostro tempo e del nostro vivere, magari senza risposte, ma con molte domande. Se Vitone si fosse fermato a sottolineare l’ispirazione al quadro di De Chirico (ma perché gli artisti devono sempre citare i maestri?) avrebbe sicuramente reso sospeso e metafisico il significato dell’opera. Fra segni esoterici e triangoli deisti ognuno avrebbe discusso col proprio demone.

Invece si vuole racconta la storia della P2 e dice l’autore: “come cittadini italiani dobbiamo sentirci responsabili della sua presenza e rivelarla”.

L’artista così diventa un cittadino impegnato con spirito critico.

L’abitudine degli artisti a raccontare i fatti oscuri del Paese col fine, forzato, di fare chiarezza (non cercheranno per caso la verità?) è sempre più d’uso.

L’artista non interpreta il mondo col suo punto di vista, ma diventa un mero traduttore, un semplice cronista attento alla bontà del suo operato.

Con quest’opera, poi, ci si vuole richiamare alle feste religiose del Sud Italia, con tre esili festoni. Chi ha visto le monumentali e assordanti costruzioni di luminarie di Scorrano nel Salento, si renderà conto di quanto sia inadeguato il paragone.

L’arte di oggi non cerca la meraviglia e lo stupore, così cari al pubblico, che gli apparati della tradizione religiosa creano, e ne patisce le conseguenze.

Bologna è una città ostica all’arte contemporanea e quindi se si vuole fare un’opera attenta al contesto, site specific, come vuole il cerimoniale dell’arte pubblica, bisogna conoscerlo. Bisogna sapere che la ferita del 2 Agosto a Bologna è aperta.

Bisogna sapere che ad ogni anniversario in Piazza Medaglie d’Oro, l’aria è tesa e sono ancora le 10 e 25.

L’arte al centro

Si apprende sui giornali che nel programma de La Casa dei Pensieri della festa dell’Unità, alla voce arte, ci sono quattro invitati: due indiscussi artisti, Pierpaolo Calzolari e Concetto Pozzati e due storici dell’arte, Eugenio Riccomini e Andrea Emiliani. Uno di settanta anni e gli altri tre prossimi agli ottanta.

Alla festa nazionale dell’unico importante partito di progresso italiano risalta questa scelta focalizzata sul passato. Tipico della credenza tutta italiana è il pensiero che l’artista sia tale quando è un saggio maestro o da defunto.

Questo cliché appartiene solo all’arte visiva, non è così in letteratura, nel cinema, nel teatro e nella musica. E questo per via del nostro inestimabile patrimonio che acceca e affossa ogni pratica nuova dell’arte. Il risultato, nello scacchiere odierno, è che un’opera di un artista britannico vivente prossimo ai 50 anni costa molto di più di un capolavoro del Guercino. Se si invitano, poi, solamente due storici dell’arte, notoriamente distanti dall’arte contemporanea, si marca proprio questa tradizionale estraneità del Paese alla cultura dell’immagine del nostro tempo, oramai monopolizzata dalla TV e dalla cultura generalista di internet e della stampa.

Se c’è un pensiero, duro a morire, in Italia, è quello che l’arte contemporanea sia una specie di inganno; direi lo stesso tipo di un atteggiamento sospetto di un mussulmano integralista verso l’occidente. In entrambi casi è beata ignoranza.

L’arte contemporanea è spesso vista come trascurabile, chiusa in un mondo snob e criptico, abitato da intellettuali radical-chic. Impera lo sapevo fare anch’io o il nessuno sa più dipingere. Mentre i fari indiscussi della cultura, Regno Unito e Stati Uniti, investono nell’arte di oggi, in Italia il picco della discussione, oggi, verte se spostare o meno i Bronzi di Riace dal garage di Reggio Calabria, – perché la nuova sala dove sono collocati sembra un garage –, all’Expo di Milano.

D’altra parte, il partito, non ha mai manifestato tanto interesse per l’arte. All’ombra di Guttuso c’è sempre stato poco, forse perché la figura dell’artista, per via del suo personalismo, non si integra tanto con l’idea dell’Unità.

L’arte, invisa ai conservatori, spesso sbeffeggiata dai media, ostaggio del mercato, dalle fiere e dallo star system internazionale, confusa dalle schiere di creativi e graffitisti, è così calpestata.

La cultura dell’immagine ha sempre interessato poco la sinistra, ieri come oggi.

Se il colosso Unipol, da sempre vicino al partito, nel suo spazio d’arte mostra i quadri di Carlo Levi, una specie di Guttuso, ma più triste, si capisce meglio la storia del Paese.

Il resto, da tempo, lo fa Mediaset. Anche a Bologna.

Le Madonne Bolognesi

È tempo di bilanci per la mostra su Vermeer e si parla di quattrini.

Si inizia con la cultura e con Bologna che non è solo cibo, ma poi il gioco lo fanno gli alberghi e i garage; una mostra convince se lo dicono i tassisti e i ristoratori e ovviamente la grande piaga di questa epoca post-surmoderna: la gente che paga il biglietto.

Il tiro della discussione lo alza Nomisma, che almeno non cita gli scontrini.

Pochi giorni fa, in un fine settimana di primavera e a pochi metri di distanza, si sono incontrate, in qualche modo, due opere d’arte, due dipinti adottati dai bolognesi. La Madonna di San Luca, scesa tradizionalmente in città ed esposta in San Pietro e La Ragazza col Turbante che proprio il giorno dopo si è ritirata per sempre dalla sua dimora di Palazzo Fava per ritornare verso il Mare del Nord. La discesa dell’icona Mariana sembrerebbe una puntuale riappropriazione del territorio, che per mesi è stato l’indiscussa terra di conquista della più bella.

Sì, perchè la Ragazza è più bella della Madonna. Come ci insegna il mondo d’oggi, più ci si fa vedere e più si è visti, e più si è visti, più si è belli. La Madonna, che la tradizione vuole dipinta dall’Evengelista Luca, ha due caratteristiche che la penalizzano: la prima è che è velata. Con la placca d’argento che fa mistero d’Oriente, sembra che indossi un chador. La preziosa lastra copre il dipinto che enfatizza uno sguardo per lo più assente. Forse per questo motivo, da poco tempo, l’icona è visibile in certi periodi, senza velo, forse per renderla più gentile o forse per fare ammirare l’azzurro della tunica appena rinvenuto nell’ultimo restauro. La seconda peculiarità è che è santa, forse più sacra che santa. E questo perchè è antica, viene dall’Oriente (anche se chi c’è che la vorrebbe Padana) ed è venerata in processione. Le sue discese e salite scandiscono un tempo della tradizione, che condiziona, si dice, anche quello metereologico. I lenti tragitti sono accompagnati da canti, nenie, petali di fiori e incensi. L’esposizione nella Cattedrale, aperta al popolo fino a sera tarda, con fuori i mercanti chiamati per l’evento, rievocano un mondo di una volta che sbiadisce sempre più. Non vedremo mai la sua immagine sulle torte, sulle magliette, sui grembiuli da cucina; solo il santino è ammesso, tenuto in modo esclusivo nella borsette, nei portafogli o nell’angolo di qualche quadro.

Anche se la Madonna di San Luca si è ripresa il campo gli abbagli rimangono impressi nella foto del tempo d’oggi.

Nella vetrina della Coroncina, l’antico negozio di ricordini, memorie e identità perdute, ci sono già le due immagini vicine. Sono insieme, in relazione, quasi fossero una coppia. Dopo la mostra su Vermeer, sono due le Madonne di Bologna, quella di San Luca e quella della Perla.

* Testo originariamente scritto per il quotidiano La Repubblica (ed. Bologna), non pubblicato 

Le torri del silenzio

Nonostante l’allargamento di Via Rizzoli, le Due Torri non si vedono bene.

Anche stando in mezzo alla strada, l’Asinelli è soffocata dai palazzi e la Garisenda è coperta: queste due grandi colonne arcaiche non si vedono in modo completo e pulito. Bisognerebbe spostarle.

Finita l’era delle Torri Gemelle, ci rimangono queste di Bologna, per la verità più sorelle. Anche se per i bolognesi sono simpatiche e rassicuranti, le Due Torri hanno qualcosa di sinistro e spettrale. Se togliamo la coroncina merlata alla sommità e gli archi con portico alla base dell’Asinelli, comunque postumi, ci appaiono insieme come due pilastri arcaici.

Oltre che dalle lucine del Natale, i due monoliti dall’origine misteriosa, di un minimalismo quasi moderno, sono state addobbate con gabbie di ferro appese, per condannati che si consumavano al vento e al sole.

Bisognerebbe mirarle nella loro solitudine al centro di un grande spazio.

Forse l’irragiungibile fama che ha nel mondo la Torre di Pisa è data proprio dalla sua collocazione, oltre che dalla pendenza, dall’immagine con cui viene sempre presentata, compresa l’introvabile scheda telefonica Sip, che la raffigura quasi isolata, sempre con un prato verde attorno e con un cielo azzurro intenso di sfondo. La gentilezza della struttura e il candore del marmo fanno il resto. Le nostre, invece, rimangono inespresse, quasi soffocate dalla città.

Collocarle nel mezzo della piazza dell’VIII Agosto le renderebbe finalmente visibili e l’operazione avrebbe importanti implicazioni: la città acquisterebbe uno nuovo luogo con un vecchio simbolo e la piazza di Porta Ravegnana diventerebbe uno spazio inedito con nuove prospettive: certo il senso di smarrimento sarebbe importante, ma subito compensato dai portici della chiesa vicina, interstizi quasi privati; il vuoto sarebbe solo apparente in un largo fra i più intimi del Paese.

Le due grandi placche-otturazioni in bronzo segnerebbero l’operazione necessaria.

Anziché una perdita, sarebbe solo uno slittamento di luogo e di senso che porrebbe delle nuove questioni. La città avrebbe due punti di riferimento diversi, ma uniti. Una nuova mancanza e una nuova presenza legate da un fondamentale segno di memoria collettiva. Una specie di Ground Zero ma senza crolli, senza attacchi, senza traumi e senza morti. Non si comprende che il nostro impasse è proprio nei nostri simboli del passato che danno false sicurezze, vani appigli che da tempo hanno perso la loro forza. Sono immagini esaurite che vanno ripensate. Si tratta, quindi, di rompere un incantesimo per rifondare una nuova origine. E non si può certo iniziare dalle altre due T.

* Testo originariamente scritto per il quotidiano La Repubblica (ed. Bologna), non pubblicato 

 

La ragazza conturbante

L’ostensione de “La ragazza con l’orecchino di perla” o “con il turbante”, oramai servono termini liturgici, è stata anticipata di una settimana, al 31 gennaio, sia per non lasciare raffreddare l’allenamento visivo iniziato con Arte Fiera, sia per marcare la distanza siderale fra l’arte di oggi e quella del passato.

L’opera è celebre da poco, da pochi anni (la Monna Lisa lo è da più di un secolo) perché piace, non solo alla gente che piace, ma a tutti.

È famosa da poco perché interpreta quello che un vasto pubblico vuole che sia oggi l’arte. E questo l’ha capito il curatore Marco Goldin, direttore di Linea d’Ombra, ma amante dei riflettori, che in un’intervista sulla mostra di Bologna, sentenzia: “… ho la fortuna che il mio gusto coincide con quello del pubblico”.

Non si sceglie, ma si esaudisce.

Non c’è nessuna offerta se non adeguata alla semplice domanda, non c’è differenza.

Il critico dà quello che vuole lo spettatore che per questo paga il biglietto in anticipo.

Il pubblico si specchia nell’accecante fascino del quadro, rimanendo stordito dalla bellezza che ama e che vuole.

L’opera non va più interpretata, riscoperta e tradotta, ma solo esposta al momento giusto.

La “Gioconda Olandese”, con qualche lampo ambiguamente maschile, è bella, esotica, misteriosa e sensuale. Lo sfondo scuro, la bocca socchiusa col lucidalabbra, la perla che brilla, il turbante che sa di Oriente e uno sguardo conturbante ne fanno un’icona moderna, u’’antica bambola suadente.

Forse stanco delle opere difficili, intellettuali, dure, concettuali e provocatorie, il pubblico vuole finalmente la bellezza, la sola che fa rima con l’arte.

Una delle forze del dipinto sta nel fatto che il ritratto non è vero ritratto, ma una “tronie” cioè uno studio, una raffigurazione di un volto ideale e questa immagine ideale si sposa con quello di oggi. Una grande mostra di successo, oggi, si fa con un’opera di pittura del passato e con un ritratto ideale di giovane donna.

Il dipinto è denso, netto, conciso, è poco più grande di un A3.

Non si vedono ambienti, contesti, non ci sono narrazioni: il ritratto, come in una pubblicità di una crema di bellezza, parla da solo e dialoga con ogni spettatore.

È un’mmagine adatta anche per le torte, che si mangia a morsi, impensabile con Padre Pio o con quella della Gioconda.

Quando saremo davanti a lei, illuminata da uno spot e dalla grazia, ci sembrerà ancora più vera, ancora più bella, con quelle labbra carnose alla Scarlett Johansson.

 

La figura facile

Nell’infinita offerta di tipologie, tecniche e immagini proposte oggi dall’arte, forse quella che da tempo mostra segni di stanchezza è la scultura figurativa. Vuoi perchè la carcassa a tempo che ci portiamo addosso pone delle questioni spinose (insomma basta e avanza) o forse perchè la rappresentazione del corpo – in tempo di fresche carneficine – è ancora un grosso problema, ma proporre oggi una statua con riferimenti umani è credo una pesante leggerezza.

Alla fine, a differenza delle cose e dei paesaggi, noi siamo sempre noi e la figura umana si porta dietro un tale bagaglio, ribadito da infiniti pantehon di immagini, che sarebbe il caso di lasciare perdere. Dopo qualche millennio di altissima statuaria, dopo l’esercito di monumenti celebrativi con la varianti equestri e un intero popolo di figure in marmo e bronzo che abita i cimiteri, c’è ancora qualcosa da dire?

Due lampi, forse, chiudono definitivamente il conto: le opere recenti di Marc Quinn che rappresentano persone con gravi malformazioni o arti mancanti e le immagini delle statue a testa in giù dei tanti regimi caduti.

Tuttavia la scultura è ancora viva e popolare e in città gli esempi sono molteplici: dall’autorevole Nettuno fino al recente San Petronio sotto le Torri, dal gruppo del Compianto all’esile bronzo della figura di Lucio Dalla, dal marmo del Galvani al tuffo del goleador Ezio Pascutti nella rotonda Bernardini.

Delle tre maggiori fiere d’arte contemporanea in Italia, Bologna è la più nazional-popolare, e più di Milano e Torino, espone scultura figurativa.

Passato l’interesse per i soggetti cinesi, rimangono le proposte con temi ellenistici e ispirazioni classiche, schiere di ominidi implosi, cristi di ogni passione, cavalieri troppo esistenti, salme spirituali, marmi antropomorfi, bronzi rodin-izzanti, prigioni in meditazione e manichini disumani.

In questi giorni, giusto aldilà della Futa, si è svolto l’incontro ufficiale fra Matteo Renzi e Angela Merkel celebrato proprio sotto la statua della statue: il David di Michelangelo.

Il Premier, l’uomo del voltare pagina, si è affidato alla scultura classica nella città museo di Firenze – che vorrebbe capitale – per rappresentare il Paese.

Il David ha più di cinque secoli e, come tutte le cose antiche, ha allarmanti segni di logoramento. In particolare, l’opera, è di un marmo di non grande qualità, è fragile nella base, soprattutto nelle caviglie e la posizione del corpo inclinato, con vecchie lesioni e nuove fessurazioni, crea trazioni che ne minano la stabilità.

Il capolavoro

L’opera del Guercino rubata giorni fa, La Madonna con San Giovanni Evangelista e San Gregorio Taumaturgo, è un dipinto poco interessante. C’è la Madonna, con il viso un po’ da Madonna, un po’ da popolana; c’è l’angelo, il solito angelo, con il viso da angelo e ci sono i due santi, di cui uno molto bello. Tutti personaggi tanto belli, quanto desueti e lontani, come i Sansoni e i San Giuseppe, che sono solo belle interpretazioni di un mito antico oramai passato. Non c’è un significato moderno, non c’è una bellezza moderna, il quadro è antico. C’è una bellezza ideale, oltre che politica e di propaganda oramai esausta e fine a se stessa.

Questi assoluti capolavori, così tanto assoluti che sono a centinaia nel Bel Paese, sono dei reperti scarichi che parlano agli appassionati di pittura con gusti antimoderni. Certo, sono assolutamente belli e se ne può discutere senza fine dello stile, della luce e dell’ombra, dei contrasti che ammorbidiscono o incupiscono, come si parla di un tramonto che commuove. Ma il modo di vedere donne, uomini, madonne e angeli non ci riguarda più, non ha più significato oltre ad avere un grande difetto: ci separa dalla realtà. Ci scinde fra un passato lontano, passato per sempre, dove le cose erano belle per davvero e un presente assolutamente diverso.

Ammaliati e storditi dal mondo dove l’arte era bella, perdiamo contatti con questo. L’estetica, l’idea di bellezza, e così di società, rimangono marcate per sempre da questa magia irreale che rimane separata dalla nostra vita. Se solo il passato è bello e ci emoziona, vuole dire che il presente è brutto. E nell’orizzonte del brutto si vive male.

Così si comprende la nostra storia di oggi: abbiamo infatti trasformato un museo a cielo aperto in una discarica. Siamo cresciuti solo con un’idea di arte alta e perfetta, un Ideale Classico che ci fa credere di essere portatori sani del bello e del Buon Gusto.

Che ce ne facciamo oggi di un Ideale classico? Che ce ne facciamo di un dipinto dedicato a San Gregorio Taumaturgo?

Non possiamo, poi, più permetterci di prendere cura del nostro inestimabile patrimonio che sta diventando un pesante fardello, un neonato sempre affamato a cui sacrifichiamo, in maniera scomposta, precipitosa e impulsiva, una mare di risorse che non gli bastano mai. Questo patrimonio andrebbe ceduto. Magari in prestito ad aziende o enti abili o a paesi attenti, che hanno altre situazioni culturali ed economiche, capaci di amministrarlo in maniera produttiva. Noi poi, con un volo low cost, lo andremo a vedere.

Ma non lasciamolo più nelle nostre chiese inadatte, nei nostri mille musei in perenne perdita che servono solo a salvare il Buon Gusto e a ricordarci che siamo la terra della Magna Grecia e del Rinascimento. Il quadro del Guercino è uno specchio che riflette il Paese. È un capolavoro da milioni, ma non ha prezzo, è un tesoro, ma è invendibile e inamovibile da una piccola chiesa, è un bene di inestimabile valore che produce problemi. È lo specchio del Paese, è lo specchio di Narciso.

 

 

Il soggetto e le singolarità nell’arte

APPROFONDIMENTI / SPECIALE ARTE PUBBLICA

Un po’ di tempo fa Flavio Favelli mi segnala un suo testo su Sentimiento Nuevo (a cura di Davide Ferri e Antonio Grulli, edizioni MAMbo), antologia che raccoglie interventi tenuti nel 2013 durante un seminario nel museo bolognese. Favelli mi dice che ha preso una posizione molto netta sull’Arte Pubblica, «facendo anche nomi e cognomi». Lo leggo e penso che sia il caso di approfondire la questione, non solo perché condivido in parte alcune sue obiezioni, ma anche perché Favelli è un artista che lavora anche nello spazio pubblico e dunque la cosa si fa più interessante. Decido di mettere a confronto le sue tesi con quelle di un curatore molto attivo in questo campo, Marco Scotini. Flavio mi chiede di “entrare” nel dialogo e che sia io a rivolgere delle domande ad entrambi. Ecco il risultato di questo confronto, in cui entrano in gioco non solo riferimenti teorici, ma anche vissuti personali. Un vis-à-vis molto intenso, e a volte anche aspro (Adriana Polveroni, direttrice di Exibart).

Flavio Favelli: «Mi occupo di ciò che mi rapisce e che mi provoca piacere. E quello che mi rapisce è il rapporto fra gli oggetti che ho visto, gli ambienti dove ho vissuto e le immagini della mia mente. È un rapporto sicuramente non libero, incestuoso e ambiguo, ma mi provoca uno stato di forte eccitazione»

Marco Scotini: «L’idea di un’arte del soggetto è stata quella borghese e non potrà più essere tale. A meno che quest’idea si voglia forzare dentro un sistema neofeudale, come quello attuale, che cerca di ristabilire i soggetti e le procedure della vecchia arte. Al costo di investimenti finanziari e forme repressive ufficiali»

Flavio Favelli: «Ho dei sospetti quando sento artisti che operano per la società, per l’altro, per il pubblico. Si mira anche alla de-soggettivazione, una specie di fioretto per arrivare poi alla redenzione. Si tirano fuori virtù da catechismo che mirano alla figura dell’artista come intellettuale austero d’avanguardia, che sta sulla barricata tanto cara a certi ambienti di salotto. Che rifiuta l’essere autore e l’aureola dell’opera. Si de-soggettivizza il Maestro, ma non il conto corrente»

Marco Scotini: «Quando pensiamo a una nuova Arte Pubblica, questa non è più vincolata all’idea dello Stato e neppure all’idea di popolo che l’ha accompagnata. Allora, possiamo parlare di un’arte delle singolarità piuttosto che di un’arte della de-soggettivazione»

Marco Scotini: «Non c’è un’estetica scorporabile dal politico. La grande eredità di Kant non sta nel tenere separati gli ambiti della fisica, dell’etica e dell’estetica (cosa irriproponibile), ma di fare dell’estetica, delle sue regole facoltative, la chiave di volta della costruzione delle soggettività. È, in sostanza, la cura del sé»

A.P.: Le vostre posizioni rivelano due idee dell’arte radicalmente antitetiche che cerco di presentare attingendo da vostri testi e opere. E che sintetizzo così: una, quella di Favelli, che rivendica la singolarità e addirittura l’autoreferenzialità dell’arte. E l’altra, quella di Scotini, che invece si basa su un assunto plurale: i “Molti”, come fondamento di un’arte nella sfera pubblica. La prima domanda è obbligata: perché secondo te, Flavio, l’arte è privata?

Flavio Favelli: «Credo di non potere uscire dalla mia esistenza, posso parlare solo per me, anche se nessuno vive in una torre d’avorio. Posso dire che lo scomporre, il ricomporre, il mettere insieme, distruggere e ricostruire fanno parte di una pratica quasi quotidiana, perché prima è psicologica e poi artistica. Distruggere il passato al fine di preservarlo (1) è un processo che mi sta accompagnando da tanto tempo. Ho iniziato da bambino, ho iniziato con raccogliere i cocci, perchè qualcosa si era rotto. E il soggetto sono gli oggetti che sono eterni e che hanno un forte potere. Certo che è finito tutto da un pezzo, ma io credo ancora nell’opera, che non sempre è distinta dall’oggetto, già il mio sguardo sull’oggetto è una fase dell’opera. Oggi si vuole ancora di più mettere in crisi l’opera, ma solo perchè non si riesce più a vederla o non la si vuole vedere o perché non si è più capaci. Anche quando ho creato ambienti per un pubblico e una funzione, il mio primo proposito è stato sempre quello della mia esigenza personale, che è quella di indagare il mio passato perchè provoca in me piacere. Mi occupo di ciò che mi rapisce e che mi provoca piacere. E quello che mi rapisce è il rapporto fra gli oggetti che ho visto, gli ambienti dove ho vissuto e le immagini della mia mente. Oggetti che hanno un destino eterno diversamente da me. È un rapporto sicuramente non libero, incestuoso e ambiguo, ma mi provoca uno stato di forte eccitazione. È un piacere anche complesso, doloroso ed dolcissimo allo stesso momento. Investe la mente e il corpo e allaga la psiche. Ho l’impressione che suoni riprovevole provare piacere, sembrerebbe anzi un tabù dell’arte. Per cui ho dei sospetti quando sento artisti che operano per la società, per l’altro, per il pubblico. Si mira anche alla de-soggettivazione, che potrebbe essere vista come una specie di fioretto per arrivare poi alla redenzione. Sono propositi alti, nobili, ideali, ma ideologici e contradditori. Si tirano fuori virtù da catechismo che mirano alla figura dell’artista come un intellettuale austero d’avanguardia, che sta sulla barricata tanto cara a certi ambienti di salotto, che rifiuta l’essere autore e l’aureola dell’opera, ma nello stesso momento vuole la scena e mai si oppone al mercato. Si de-soggettivizza il Maestro, ma non il conto corrente. In una ultima intervista che ho letto l’artista Gian Maria Tosatti che sentenzia: “Non sarebbe errato, quindi, dire che il mio lavoro non consiste nel fare opere, ma nel farle generare da ogni individuo”. (2) Sparisce l’autore, l’artista è solo un mezzo, una specie di martire che immola la sua opera per il prossimo, quasi una transustanziazione. Ma questo è Cristo e credo che non ci sia posto per Cristo nell’arte contemporanea che è incarnata col potere, l’economia, col Nemico, con una visione del mondo che è piramidale. Il momento della creazione dell’opera per me è devastante, è lo scontro fra i mondi della mia mente; gli “effetti visivi” che molti artisti rigettano sono essenziali, fondamentali. Passare il tempo con gli oggetti è vitale, anche se sono imprendibili».

Come reagisci, Marco, a questa idea di privatezza ma, direi di più, a questa rivendicazione forte della soggettività?

Marco Scotini: «L’idea di Flavio non è sbagliata per principio, è solo un po’ ‘tolemaica’, cioè storicamente arretrata. Come in tutti i grandi periodi di trasformazione possono continuare a esserci delle sopravvivenze. Che intendo dire? Che l’arte e la cultura sono sempre produzioni storicamente determinate e il concetto di un’arte del soggetto, di un’arte “interiore” (psicologica e privata), ha fatto il suo tempo. Ha accompagnato l’ascesa e il declino di una classe sociale precisa. Se ci interessa ancora l’arte come vettore di libertà, desiderio e innovazione non potremo più pensarla come “interiorità”. Da un lato: cos’è l’interiorità al tempo di Facebook e di Twitter? Dall’altro: non si vorrà per caso pensare che l’introduzione dei mercati finanziari nell’economia artistica abbia a che fare con l’arte in un senso strutturale? L’idea di un’arte del soggetto è stata quella borghese e non potrà più essere tale. A meno che quest’idea si voglia forzare dentro un sistema neofeudale come quello attuale che cerca di ristabilire i soggetti e le procedure della vecchia arte al costo di investimenti finanziari e forme repressive ufficiali. I van Gogh e gli Artaud (vere essenze di quell’idea) non possono più esserci, ma neppure c’erano al tempo di Leonardo o Simone Martini. Il problema non è solo quello del soggetto-artista ma di tutte le istituzioni che attorno gli sono state create. Queste funzioni oggi (come il museo, ecc.) sono integrate e non costituiscono un problema per nessuno. Anzi potremmo dire l’opposto. Se mai separano le funzioni intellettuali e creative dai loro concatenamenti, le interrompono dalla propria sperimentazione, le sottraggono all’immanenza della composizione sociale per iscriverle nella valorizzazione e nel controllo esercitati dall’industria culturale. Allora che cos’è un’arte “dei e per” i molti? Non dunque un’arte per il popolo o un’arte sociale, ma un’arte dei molti. Potremo pensarla ancora dentro il suo schema occidentale e moderno? Le tradizioni dell’arte africana, quelle islamiche, quelle oceaniche come ci appaiono oggi? Queste culture ormai dislocate, le dovremo continuare a ricondurre, come Picasso, alla dimensione del soggetto? Oppure c’è dell’altro a venire?».

Un’altra critica che Favelli fa all’Arte Pubblica è rivolta al “dogma” del site specific. Ce la puoi esporre?

F.F: «Oramai nei comunicati stampa appare questa specie di sigillo sinonimo di qualità: appositamente realizzato per l’occasione. Insinuando quasi la superiorità di questo tipo di opere dalle altre progettate senza contesto. Insomma, se non si realizza per l’occasione, per l’ambito e per il luogo, l’opera non è così interessante. Questo vuole dire che non si vuole più credere nell’opera, vista solo come un monolite, avulso dal milieu, che è il solo che può darle vita. Si cerca di “attivare” l’opera, renderla fruibile, renderla partecipata. Ma questa per me è superficialità. Pochi oramai parlano dell’opera. C’è anche chi esorta a fare opere più comprensibili. Mi sono accorto che ho creato molte opere che non ho mai esposto, che ho raccolto molto materiale che giace ancora nei miei spazi, che per me sono delle anticamere, che contengono, come in una tomba egizia, molte immagini che oscillano fra la mia mente e questa specie di archivi. È fortissima l’ambizione di esporre al pubblico, ma è un pubblico che non è un fine, ma solo un mezzo che forse ha solo la funzione di decretare la fine della vita dell’opera, ma solo perchè ne sto già pensando un’altra. Il pubblico serve per fare il funerale all’opera. Gli oggetti sono eterni, non come le opere. L’opera è un oggetto trasformato che è depositaria di un enorme potenziale metaforico e immaginale e le metafore sono più grandi della realtà. Oggi si preferisce guardare oltre, attorno e con intenti sociali, perchè il site specific è sempre legato comunque ad un fine propositivo, come ad esempio di chi vuole Dio nell’arte. L’arte è estranea ai bisogni. È un pensiero fortemente tradizionale pensare che l’arte abbia un significato positivo, viene in mente Tolstoj…Il Vaso di Pandora dell’arte contemporanea, per dirla con Mario Perniola, è arte, meta-arte, antiarte insieme, chi vuole portare questo mondo in una direzione impegnata va fuori tema».

Qual è invece per te, Marco, il senso del “site specific”? 

M.S.: «Come sai, Adriana, negli ultimi anni, abbiamo cercato di integrare e trasformare questa importante idea. Abbiamo cercato di estenderla a tutte le latitudini. Con i miei amici l’abbiamo definita prima “audience specific”, poi “fight specific”. Non potendoci più ancorare a un luogo fisico, sono apparse all’orizzonte queste moltitudini contestuali che sono state la vera innovazione culturale, sociale e linguistica. Le abbiamo identificate come il vero produttore e ricettore di un’arte in senso nuovo. Queste moltitudini si sono trovate assieme per la prima volta nella storia: non le legava più un territorio, una religione, un’ideologia politica. In un’accezione inattesa ci hanno insegnato a ridefinire lo spazio, a vivere il tempo, ad inventare nuove relazioni sociali, semiotiche e culturali. Altro che artisti: questo general intellect era un super-artista collettivo, plurale, a n facce, a n corpi, a n voci, a n sguardi. Ci sembrava incatturabile. Ora stanno cercando di bloccarlo con tutti i mezzi. Ma non ce la faranno».

Come abbiamo visto, Flavio critica anche un altro cardine dell’arte realizzata con una tensione pubblica: la “de-soggettivazione”. Ne parla a proposito della posizione assunta da Gian Maria Tosatti e da Claire Fontane. A prima vista la “de-soggettivazione” sembrerebbe sposarsi all’idea dei “Molti” di Marco che evidentemente va oltre il criterio della soggettività. Ce la puoi spiegare, Marco?

M.S.: «Che vuol dire oggi farsi riconoscere, essere soggetti identificabili? Fare la spalliera della sedia alla maniera di Philippe Stark piuttosto che secondo il look Ron Arad? Tutta questa idea dello stile l’ha liquidata (e molto in fretta) il design e il fashion brand. Per il resto c’è in cantiere tutta un’altra idea di pensare noi stessi che non passa più per il soggetto moderno. Abbiamo parlato di soggettività che è qualcosa di totalmente differente. L’identità oggi è buona solo per i dispositivi biometrici di controllo e di sicurezza. Quando pensiamo a una nuova Arte Pubblica, questa non è più vincolata all’idea dello stato e neppure all’idea di popolo che l’ha accompagnata. Allora, possiamo parlare di un’arte delle singolarità piuttosto che a un’arte della de-soggettivazione. Comunque quest’arte è de-soggettivizzatta, se è vero che si è sbarazzata del soggetto (con i suoi doveri moderni, di essere sempre uguale a se stesso). Ma questo non vuol dire che è un’arte inqualificata e inqualificabile. Tutt’altro. È un’arte delle singolarità».

Flavio attacca anche una certa pratica artistica, oggi piuttosto in voga, che si riassume nella “citazione”. “Molti artisti oggi – scrive in La rivoluzione dei megafoni (Sentimiento Nuevo) – sono quasi studiosi, ricercatori, esploratori e viaggiatori, non più autori. Sono meri traduttori: danno voce e nemmeno la loro”. Che cosa pensi di questa pratica, Marco?

M.S.: «Oggi l’artista si è trasformato nello storico (Narkevičius o Zaatari), in geografo (gli Atlanti Eclettici), in ricercatore che lavora con gli archivi. Lo sfondo di molta parte del dibattito recente sulle relazioni tra arte e politica corrisponde all’erosione dell’orizzonte utopistico dell’arte, su cui era fondato il suo potere di generare contro-concetti. Il potere dell’arte sta nella capacità di immaginare cose in maniera diversa, nella sovversione e trasgressione dei confini di una modernità disciplinare. Sotto i parametri del regime disciplinare, l’immaginazione utopistica era alimentata dalle idee di trasgressione, sovversione ed emancipazione fondate su di un “fuori” e un “oltre”. Queste idee hanno formato un’economia dell’immaginario, che fondeva immaginazione creativa e istanze politiche emancipatorie. Oggi, al contrario, dobbiamo re-immaginare ogni cosa in ogni campo».

Un problema che mi pare sotteso all’intervento di Favelli riportato in Sentimiento Nuevo è di ordine esperenziale. E mi spiego: Flavio non accetta la posizione, in questo caso espressa da Lara Favaretto, secondo cui la vera arte è quella che “innesca dubbi e discussioni”. Mentre tutta l’altra sarebbe pressoché inutile. Intanto, Marco, vorrei conoscere la tua posizione a questo proposito.

M.S.: «Qui siamo ancora in un terreno moderno. È chiaro che Godard è un artista perché s’interroga in ogni lavoro su cos’è il cinema. Ma questo era possibile perché c’era il cinema classico che, in un certo senso, decostruisce. Ma oggi quali sono le nostre istituzioni? Come fa Hito Steyerl, il filmmaker è attento alle classi di immagini in circolazione (immagini ricche, immagini povere), alla loro velocità di circolazione, fuori dell’istituzione. Quelle immagini che tutti noi produciamo ogni giorno e riceviamo ogni giorno: sul cellulare, l’Ipad, you tube. Interveniamo su ciò in cui ognuno (dal Cairo a Roma) lavora ogni giorno. Ecco ancora quest’Arte Pubblica del general intellect».

Flavio rivendica “l’esperienza reale, la vicenda vissuta”. L’arte ha bisogno di poggiare su un’esperienza reale che è necessariamente privata. Anche Scotini rivendica in qualche modo il carattere esperenziale dell’arte, ma spostando il soggetto dall’uno ai Molti, scardina di fatto l’idea stessa di esperienza. È così?

M.S.: «Se vogliamo con ciò intendere un’esperienza contemplativa, sì: non è più così. Già Benjamin parlava della “percezione distratta”. L’intensità c’è ancora, ne abbiamo più bisogno che mai. Ma questa non passa con l’interiorità. Ero qualche giorno fa a Istanbul con Vasif Kortun (il direttore di Salt) e mi diceva della grande intensità provata da tutti con Gezi Park. “Una comune di pochi giorni” mi diceva Vasif».

Inoltre, a questa idea di esperienza plurale Marco lega una possibilità (quasi “forte” direi) dell’estetica: “l’essere contemporaneo, sganciato da tutte le forme di determinismo che lo collegavano ad ambiti di appartenenza, è chiamato ad autodefinirsi e a negoziare la propria individualità attraverso regole facoltative”. Quindi, sintetizzando molto, compie un’azione estetica. Dove si recupera, se si recupera per te, Flavio, la possibilità estetica? Te lo chiedo perché facilmente si sarebbe portati a pensare che un’arte singolare, privata si ponga il problema estetico.

F.F.: «Forse posso dire che non mi pongo un problema estetico, ma una questione che viene prima di quello estetica, quella esistenziale. Ma voglio essere ancora più chiaro: il mio problema è del significato, cioè voglio ricostruire tutte le immagini che ho creato spontaneamente nel mio passato, quando non avevo consapevolezza artistica, per il semplice motivo che amo solo quelle e vogliono dire per me tanto. Mi seducono perché hanno un sapore diverso. E allora vuole dire proporre e riproporre cose nuove per fare vivere meglio le vecchie e respirarle. E quando le respiro a pieni polmoni sono semplicemente più felice e in quei momenti potrei anche morire. Certo è una felicità effimera, ma è la mia grazia in una specie di eterno ritorno».

A Marco chiedo di esprimere meglio questa idea estetica dell’arte nella sfera pubblica, che evidentemente va oltre i criteri kantiani.

M.S.: «L’estetico appunto. È una parola nuova e straordinaria per comprendere l’attualità. Io ripeto sempre che la contemporaneità è una produzione estetica. Qualche tempo fa si diceva con Gerald Raunig che tutti i pensatori della modernità partivano dalla politica per arrivare all’estetica. Il primo è stato Kant: la Critica del giudizio è l’ultima. Questo vale anche per Sartre, per Adorno, per tutti gli altri. Per noi oggi è diverso. Non c’è un’estetica scorporabile dal politico. In che senso? La grande eredità di Kant non sta nel tenere separati gli ambiti della fisica, dell’etica e dell’estetica (cosa irriproponibile), ma di fare dell’estetica, delle sue regole facoltative, la chiave di volta della costruzione delle soggettività. È, in sostanza, la cura del sé e l’ultimo Foucault ce l’ha insegnato. Da allora se esistono nuove soggettività, esistono a patto di essere una costruzione estetica, una sperimentazione, un’innovazione».

NOTE:
(1) Chris Sharp, Non proprio come me lo ricordavo, in Flavio Favelli, a cura di Alberto Salvadori, Mousse Poublishing, 2013
(2) Gian Maria Tosatti, intervista, Artribune (2013)

 

La mostra che non ho visto

A fine maggio scorso apriva Viceversa la mostra del Padiglione Italia alla 55° Biennale di Venezia. Il curatore, Bartolomeo Pietromarchi, ha presentato un progetto con 14 artisti, di cui due morti. Il Padiglione, adiacente a quello della Cina, è stato diviso in sei spazi, ognuno per due artisti. L’ultima coppia, i moschettieri Golia e Xhafa, esponeva all’esterno, nel giardino interno al Padiglione, detto delle Vergini.

Sono arrivato a Venezia la domenica prima dell’inaugurazione e faceva freddo per un fine maggio. La serata prevedeva una cena a casa di N.N. con vista sul Canal Grande. Ricordo bene i gamberi scottati tiepidi e consistenti. Alla fine credo che nel mio rapporto col cibo la questione della consistenza sia decisiva. A Flavio, da mangiare, piacciono le cose dure diceva Tosca, la mia nonna materna, con cui ho un rapporto ancora ambiguo, irrisolto, anche se è morta nel 2007, pochi giorni prima della mia mostra a Torino. I brodi, le zuppe, i caffellatte, le creme, i sughi, che sono sempre caldi, mi hanno sempre disgustato, forse per quel loro carattere originario, organico, appiccicoso e falsamente rassicurante. Il tempo, quando stavo con lei, era scandito dal cibo, pochi possono capire cosa vuole dire per una donna bolognese, nata del 1909 in via San Vitale, osservante e praticante la tradizione, il cibo.

Bevo acqua, il giorno dopo sarei andato all’Arsenale.

Lunedì mattina ho un’intervista molto lunga, servirà per un film-documentario. Riesco a dire che amo i neon e i lampadari con le gocce perché da bambino mi hanno sempre accompagnato. Insieme ai pavimenti, i lampadari sono stati sempre al centro della mia attenzione. Ho creato spesso opere con pavimenti e lampadari forse per continuare a mantenere queste immagini così dense. Si guarda per terra o in alto per evitare di vedere quello che sta in mezzo.

Da soli si osserva, si gioca spesso con gli oggetti e le immagini e io sono stato spesso solo. Gli oggetti rimangono e si portano addosso troppe cose che se riconosciute segnano un’intera esistenza.

I neon, li chiamo ministeriali, erano dappertutto: negli ospedali, nei tribunali, a scuola, negli uffici. Li fissavo e poi chiudevo gli occhi e poi li riaprivo e la barra bianca luminosa rimaneva come una cicatrice fra il buio e il mondo. Le barre bianche nel buio degli occhi chiusi mi facevano compagnia perché era tutto lungo, noioso e pesante.

Sono riuscito a dire, in modo un po’ sconnesso, almeno questo nell’intervista per il film.

Settimane fa l’ho visto per la prima volta, presentato a Santo Spirito in Sassia a Roma.

È sempre difficile parlare di altri artisti, non so se mi è dispiaciuto o se ho apprezzato il fatto che nessuno abbia parlato di questioni personali riguardo la propria opera. Con due artisti defunti, due hanno scelto il silenzio, Bartolini ha letto un comunicato, e gli altri mi hanno annoiato con le loro pretese pubbliche, politiche e sociali.

*  Flavio Favelli è stato invitato da Gianni Piacentini a raccontare una mostra che non ha visto per la rivista on line Art a Part of Culture (http://www.artapartofculture.net/2014/01/17/la-mostra-che-non-ho-visto-49-flavio-favelli/)

La scultura lingua morta

Per essere entusiasti di Arturo Martini o si è storici dell’arte, studiosi di scultura e amanti dell’arte antica, oppure si è passatisti oppure ingenui. La sua scultura è antica (il Mediterraneo, la Grecia, l’Etruria) perché la scultura stessa è “schiava del passato”. La citazione è di Martini stesso, che nella raccolta di scritti La scultura lingua morta, con tragica lucidità, traccia i limiti della disciplina che: “non potrà mai essere spontanea fra gli uomini”. È diabolico quando conclude scrivendo: “Niente giustifica la sopravvivenza della scultura nel mondo moderno. Però si ricorrerà a lei ugualmente nelle circostanze solenni e per gli usi commemorativi…”. Oggi chi fa scultura o la fa per il cimitero o per i Saddam Hussein di turno.

L’artista americano Barry X Ball giorni fa ha rilevato digitalmente nei dettagli “Il Compianto” di Niccolò dell’Arca. Un artista con uno studio a New York di 2.000 metri quadrati che usa macchine enormi (oltre a lui solo il maccheronico Jeff Koons arriva a tanto) per realizzare le sue costosissime opere, viene in via Clavature e scansiona (che vuole dire copiare in modo più preciso), il gruppo scultoreo per poi presentarne le copie in marmi diversi.

Barry X Ball riproduce con altri materiali un’opera del Quattrocento e non paga il biglietto (l’ingresso al Museo è gratuito).

Come molti americani, eccetto quelli che fanno business e quelli armati, guarda all’arte Italiana del passato, forse sperando di liberarsi, una volta per tutte, dalla sindrome della prateria (Jeff Koons infatti colleziona arte antica).

Dice delle sculture di Arturo Martini che sono “straordinarie”. Forse è solo un cliché: l’arte Italiana è per statuto straordinaria, o forse vuole semplicemente dire che sono fuori dall’ordinario. Ma la scultura è ordinaria e non c’è nulla di extra nelle opere di Martini. L’extra, caso mai, sta nell’arte contemporanaea di Barry X Ball, che si ispira a quella antica e crea una nuova opera che costerà molti soldi, forse più delle stesse sculture di Martini. Nel viaggio pittoresco dell’artista di Manhattan che annota, fotografa, compila, scansiona e se ne ritorna in America dopo cinque giorni, c’è tutta la storia del Bel Paese che si mostra e si autocelebra con terracotte, bronzi e gessi.

“Il Compianto” sarà conosciuto a Dallas, le opere di Arturo Martini rimarranno “straordinarie” e forse capiterà che un’opera di Barry X Ball sarà ad una prossima Arte Fiera in vendita a un mezzo miliardo delle vecchie lire.

Arrivederci Barry X Ball.